Tafanus: Le “Ronde” di Maroni? un flop planetario, sepolto da una risata cosmica

Novembre 4, 2009

Clamoroso! Mara Carfagna parla!!!

Maggio 20, 2008

Lettera aperta a Mara Carfagna, Ministra per Caso

Carfagnamara1 Cara Mara,

Quando lei, per il divertimento della stampa estera, è stata nominata Ministro, con un atto che a molti ha ricordato lo statista Caligola, deve aver rivolto un pensiero di gratitudine, ma anche di forte incredulità ed imbarazzo al suo “donatore di poltrona” (o di dormeuse?). La stampa tedesca si è dilettata nello scovare le sue foto scollacciate. Il “Bild”, il più diffuso settimanale popolare tedesco, l’ha definita “la più bella ministra del mondo”, e forse non ha sbagliato.

Ma a nessun giornale, proprio a nessuno, è venuto in mente di analizzare i suoi meriti politici e professionali. Nessuno, proprio nessuno, ha avanzato il sospetto infamante che dietro le sue fattezze ci fosse anche un qualsivoglia pensiero politico. D’altronde nessuno, in anni di scaldatura di un seggio in parlamento, aveva avuto il piacere di sapere quale fosse il timbro della sua voce. Quando, nei vari “totoministri”, è apparso con sempre maggior insistenza il suo nome, tutti abbiamo pensato ad uno scherzo.

Non era uno scherzo. Un bel giorno, abbandonati gli svolazzanti abitini da “partecipante” a Miss Italia, a Domenica In, a Piazza Grande e alla Domenica del Villaggio, ce la siamo ritrovata in un castigatissimo e sobrio giacca-pantalone (si chiama così?) color ghiaccio. Molto, molto ministeriale. Dobbiamo confessarle che, da vecchi bavosi, la preferivamo in versione porno-soft. Tant’è. Ancora una volta, il Cavaliere è riuscito a stupire il mondo, nominandola Ministra (micacazzi!). L’ha presentata come “Dottoressa Avvocato Mara Carfagna”, mentre a noi risulta solo una laurea in giurisprudenza conseguita presso la prestigiosa Università di Fisciano (SA). Un polo d’eccellenza che il mondo ci invidia.

Mara_carfagna Una volta nominata ministra, qualcuno deve averle spiegato che non poteva insistere nell’ostinato e riservato silenzio che aveva caratterizzato la sua vita da parlamentare semplice. Fra i compiti dei ministri, si dice che ci sia anche quelli di prendere delle decisioni, e persino di parlarne. E così lei, preso il coraggio a quattro mani, ha parlato, ignorando il proverbio (attribuito erroneamente da alcuni a Dante, da altri a Monteverdi): “un bel tacer non fu mai scritto”…

Dopo aver scoperto la bellezza delle parole del Papa Natzinger contro la 194, e dopo aver attribuito il calo delle nascite a questa ignobile legge che facilita gli aborti (che peraltro sono dimezzati, da quando erano praticati in tinello dalle mammane), adesso scopre che dare il patrocinio al Gay-Pride (patrocinio che finora c’è sempre stato), è cosa non ignominiosa – per carità! – ma assolutamente inutile, visto che ormai l’Italia è un paese dove il pregiudizio contro gli omosessuali è assolutamente superato. Voce dal sen fuggita (Metastasio).

Ora, con tutte le cose serie di cui potremmo occuparci, lei ci sottrae del tempo, costringendoci ad occuparci di lei. Pregiudizio superato? Vediamo. Forse lei, prima di lasciarsi fuggire dal sen questa voce, avrebbe dovuto accertarsi di aver ben collegato la bocca al cervello, cosa che ha colpevolmente trascurato. Lei, come dovrebbe sapere, è stata alleata, fin dall’inizio della sua carriera politica (si fa per dire), con gente che si è saltuariamente occupata di omosessuali. Le citerò (ma solo andando a memoria) qualche esempio preclaro del superamento del pregiudizio:Storace1_2

L’esempio più datato è quello dei nazifascisti (di cui era capetto anche quello che Fini definiva “il più grande statista del secolo”), che passavano per i camini ebrei, zingari, down, omosessuali ed altre categorie non discriminate. Lei è stata a lungo fedele, meditabonda, silente alleata sia di fascio-fini che della affezionata nipotina. O no?

Alcuni anni dopo, un altro esponente illustre della sua coalizione, tale Storace, si è prodotto in una serie di manifestazioni di “cessato pregiudizio” nei confronti degli omosessuali. Ricordo di quando sbeffeggiò Paissan, invitandolo a non graffiarlo, che gli si sarebbe rovinato lo smalto delle unghie. Storace non era uno qualsiasi. E’ stato, nella sua coalizione, e col suo appoggio, Presidente della Commissione di Vigilanza sulla RAI, Presidente della Regione Lazio (posizione nella quale si è segnalato per gli episodi legati a “Laziogate”; per i 475 dirigenti – molti con la terza media inferiore – assunti alla regione poche settimane prima delle elezioni perse comunque contro Marrazzo. Poi è stato persino Ministro della Sanità. In tale funzione, si è segnalato per aver concesso, a volte nel tempo record di 48 ore, convenzioni molto redditizie alla Signora Daniela di Sotto, ex Signora Fini, e a tutto il clan familiare dello stesso Fini. Insomma, un vero statista. Tanto è vero che lui gli omosessuali, avendo superato il pregiudizio, li chiama affettuosamente froci, raffinato termine molto usato in Ciociaria. Era un suo alleato, Mara… non sia di memoria corta. E’ lo stesso che, con un sublime e delicato pensiero, inviò in regalo alla Senatrice Rita Levi Moltalcini un paio di stampelle.

La stessa signora Di Sotto, quando era Signora Fini, ebbe a dire che non avrebbe mandato i figli in una scuola dove ci fosse stato un maestro frocio. La classe non è acqua. Ora questo Fini, se non erro, svolge diligentemente il ruolo di “Voce del Padrone” nel PdB.(Partito di Berlusconi).

StranoninoanUn altro esponente della sua coalizione, diventato molto popolare il giorno del voto di sfiducia a Prodi, Nino Strano da Catania, ha così apostrofato l’on. Cusumano, reo di essersi dissociato da Masella e di aver votato la fiducia a Prodi: “…esteta fottuto, amico di travestiti, troie e gay … checca squallida…” A nessuno può sfuggire il salto qualitativo da frocio a checca. Insomma, siamo già sulla buona strada nel superamento del pregiudizio anti-gay.

Un parlamentare napoletano, di cui mi sfugge il non celebre nome, dava man forte usando il termine più morbido e rotondo di ricchione. La tradizionale gentilezza e bonomia dei napoletani.

Questa bonomia manca totalmente fra i suoi alleati patani. Per loro, gli omosessuali possono essere definiti in un modo solo: culattoni (Borghezio, Bossi, Gentilini, Boso e altri).

Infine, per alcuni cardinaloni di quelli ricoperti di ori e tessuti damascati, così vicini ideologicamente a Papa Natzinger, col quale lei sembra essere entrata in risonanza, da quando non si mostra più senza veli, in tutto il suo splendore, hanno stabilito, una volta e per sempre, che l’omosessualità è una “devianza”. Non siamo più ai tempi in cui Ruini diceva ai malati di AIDS, con grande carità cristiana, che se hai l’AIDS, è perché te lo sei cercato, ma non siamo molto lontani.

Quindi, Cara Mara, si faccia e ci faccia una cortesia. Ritorni in tutto il suo splendore nelle cabine dei camionisti di tutta Italia, e non si senta in alcun modo vincolata a fare delle esternazioni o, peggio ancora, a prendere delle decisioni. E’ così gradevole, quando si mostra in silenzio…

Suo affezionato guardone, Tafanus

Corso breve di formazione per la ministra per caso Mara Carfagna

PRINCIPIO DI PETER
 In una gerarchia ogni membro tende a raggiungere il proprio livello di incompetenza.

COROLLARI

 1. Col tempo, ogni posizione tende ad essere occupata da un membro che è
 incompetente a svolgere quel lavoro.
 2. Il lavoro viene svolto da quei membri che non hanno ancora raggiunto il proprio
 livello di incompetenza.
PLACEBO DI PETER
 Un grammo di immagine vale più di un chilo di fatti.
LEGGE DI GODIN
 La generalizzazione dell'incompetenza e' direttamente proporzionale all'altezza nella
 gerarchia.
LEGGE DI IMHOFF
 L'organizzazione di ogni burocrazia è molto simile a una cloaca: i pezzi più grossi
 emergono sempre.
TERZA LEGGE DI PARKINSON
 Espansione vuol dire complessità, e la complessità tende a sgretolarsi.
LEGGE DI CORNUELLE
 L'autorità tende ad assegnare lavori ai meno capaci di svolgerli.
MASSIMA DI MATCH
 Un idiota in un posto importante e' come un uomo in cima a una montagna: tutto gli
 sembra piccolo e lui sembra piccolo a tutti.
LEGGE DI PUTT
 La tecnologia e' dominata da due tipi di persone:
· Quelli che capiscono ciò che non dirigono.
· Quelli che dirigono ciò che non capiscono.

E Silvio Berlusconi incorona Michela Brambilla Autoreggenti

Novembre 20, 2007

 

“Questo è il partito che volevo”
di CONCITA DE GREGORIO – Repubblica.it

Brambilla_berlusconi GLI ELETTORI “sono più avanti degli eletti” e naturalmente Silvio Berlusconi è già lì, più avanti di chi è avanti, più avanti di tutti a guidare le folle. Con acrobatico surfismo sull’onda dell’antipolitica, un numero atletico buono anche a dimostrare che l’età cosa volete che sia, passa in testa agli alleati e fonda il grillismo istituzionale di destra, lascia Fini e Casini a riva a guardarlo a bocca aperta.

E pazienza se la politica fino a ieri è stata lui, presidente del Consiglio e mercante di voti nel tempio: la memoria collettiva si sa che è cortissima, da oggi ci sono i gazebo, il partito del popolo. “C’è il palazzo è c’è la gente. Io sto con la gente”. Delete, cancellate quel che è stato finora. Guardate questo film, piuttosto, e mandatelo a mente: Silvio che entra a braccetto con Michela Vittoria Brambilla, l’eroina dei circoli quella che più svelta di tutti, mesi fa, ha depositato il nome del partito che d’incanto esce oggi fuori dal cilindro.

In prima fila le altre donne di Forza Italia – Prestigiacomo, Carfagna, Gardini, Santelli – li guardano mute. Loro sono il pubblico, Berlusconi e Brambilla i protagonisti. Fuori dalla sala i politici, quasi tutti almeno. Poi, per cortesia, certo che entrano i più anziani, Selva, i più fedeli, Bondi e Cicchitto, gli istituzionali a cui non si poteva dir di no, Vito e Schifani.

Gli altri fuori: questo è il partito della gente e la nomenclatura disturba, tra l’altro chiudere le porte alla politica ha il vantaggio di non mostrare in pubblico chi c’è e chi manca: la conta non si fa. Conferenza stampa solo per giornalisti, all’americana. Berlusconi sul palchetto Brambilla seduta davanti alla sua destra, alle spalle il nuovo simbolo del partito: “Partito della libertà come volevo io o Popolo della libertà come ci hanno suggerito gli elettori, saranno loro a decidere”.

Certo, loro. D’ora in avanti si procede così, a colpi di gazebo. Veltroni ha avuto tre milioni e mezzo, quattro milioni di persone? Lui almeno il doppio. “Otto milioni ai gazebo nello scorso week end, due milioni di firme nei circoli”. Ecco, dieci milioni: facciamo il triplo. “I gazebo resteranno allestiti anche nel prossimo fine settimana: raccoglieranno le firme per il nuovo partito. Noi non faremo una fusione a freddo come il Pd”. Il Pd, lo spettro.

Quel che succede oggi, avvisa Berlusconi, “cambierà la storia di questo paese per decenni”. Allora riepiloghiamo quel che succede, effettivamente, nei dieci minuti in cui l’ex leader della Casa delle libertà liquida con un colpo di spugna la sua traiettoria politica dell’ultimo decennio e ne disegna una nuova.

Primo: il bipolarismo è finito, “è d’accordo anche Giuliano Ferrara che ho sentito per telefono”. Secondo: Veltroni è un antagonista degno, anzi diciamo pure che la faccenda dei gazebo e dell’elezione diretta del segretario ha suscitato una certa ammirazione perciò perché non fare la stessa cosa. I sondaggi “ci dicono che il partito della libertà (o del popolo, vedremo) da solo può arrivare al 30 per cento”. Dunque tanto vale mettersi sullo stesso piano di Veltroni, meglio se un po’ più in alto, e discutere con lui. “Sono disposto ad incontrarlo subito per discutere di riforma elettorale”.

Terzo, gli alleati hanno stancato. In specie Fini con i suoi smarcamenti recenti. Vogliono la guerra? E allora guerra. Fini dice che questa iniziativa del partito nuovo è “plebiscitaria e confusa”? “Non rispondo alle provocazioni, parlo direttamente agli elettori del mio e di altri partiti, non solo alleati”. La Casa delle libertà finisce qui, stasera. Muore col bipolarismo, sepolta insieme. “Ci avevo creduto ma ho capito che in questo paese non si può”. Meglio un nuovo sistema elettorale proporzionale con sbarramento dei piccoli che crei “un partito grande di qua, uno di là”.

Lui e Veltroni, è questo lo scenario che immagina. La Lega di Bossi alleata, Storace e Santanché a destra e poi la gente, ovvio: la gente stanca dei “parrucconi”, “dei litigi delle ripicche della politica politicante, dei giochetti dei veti e dei compromessi”. “E’ un anno e mezzo che non convoco i vertici della Cdl per timore che qualcuno non venga”, non si può andare avanti così, francamente, i segnali sono chiari “e io sono uno che si vanta di saper riconoscere gli umori del popolo”.

Il popolo vuole un leader e quel leader è lui. Fuori, in Piazza di Pietra, gli elettori di una certa età la borghesia romana in pelliccia e giaccone da caccia alla volpe, batte i piedi dal freddo e guarda il maxischermo. Bravo, dicono anche se perplessi di esser stati questa volta chiusi fuori. Quanto al passato: non è mica che ora Silvio punti al plebiscito perché non gli è riuscita la spallata, anzi, “io la spallata al governo non la volevo dare è stata una superfetazione giornalistica”.

(Dal dizionario De Mauro:su|per|fe|ta|zió|ne
s.f.
1 TS biol., produzione e sviluppo di un secondo feto dopo che nell’utero è già iniziato lo sviluppo di un primo feto
2 TS bot., fecondazione di un ovulo a opera di pollini di tipo diverso
3 CO fig., aggiunta inutile, ripetizione superflua
4 TS arch., corpo di costruzione aggiunto a un edificio dopo il suo completamento, tale da guastare la linea costruttiva originaria)

Tra il pubblico stupore per il linguaggio e per il senso. Ma ecco che “io non ho né rimorsi né rimpianti. Guardo avanti. Se dobbiamo credere alle parole di Bordon e di Dini questo governo non ha più una maggioranza. Cadrà al prossimo voto importante. Allora bisognerà andare alle elezioni ma le riforme le può fare anche questo governo”.

Circolodellaliberta FMichela_delpopolo_brambillauori in piazza sono rimasti in pochissimi. Palloncini azzurri, cartelloni dei giovani di Forza Italia che dicono “C’è un solo presidente”. Quando esce si ferma ad arringare anche a loro, qualcuno stappa una bottiglia di champagne qualcun altro prova a prenderlo in spalla ma non esageriamo. Angelino Alfano guarda con ammirata meraviglia e discetta dell’”ennesimo colpo di genio. Andrà così: accordo sulla legge elettorale, legge in tempi record poi crisi di governo. Due mesi di gestione degli affari correnti e a marzo si vota”. Michela Vittoria Brambilla è l’unica intervistata dalle tv, gli altri sono spariti tutti. E’ un giorno storico, ripete Berlusconi dal palco della piazza. Gianni Letta non è venuto ma di certo seguiva dall’ufficio. State certi che nel Partito del Popolo – o della Libertà, vedremo – ci sarà anche lui.

N.B.: Ogni eventuale rassomiglianza fra il simbolo del “Circolo della Libertà” e quello del “Popolo della Libertà” è puramente casuale. La Pescivendola ha infatti sempre furiosamente sostenuto che lei col Berlusca non aveva niente a che spartire…


In morte di Bruno Trentin. Professione: Galantuomo

Agosto 24, 2007

 

Bruno_trentim Avremo tempo e modo di discutere, a riflettori spenti, se e quali corresponsabilità abbia Trentin in faccende controverse come la contingenza, o come la contrattualistica del lavoro in generale. Oggi è il giorno del ricordo, del rimpianto, del dolore. Bruno Trentin è una di quelle rare persone che ti fanno sposare un partito, che per decenni non riesci ad abbandonare per nessuna ragione al mondo.

Se proprio dovessi fare un parallelo con qualcuno, in termini di “empatia”, mi verrebbe in mente un nome solo: Enrico Berlinguer, anche se erano molto diversi nel cursus della vita: uomo di apparato Enrico, uomo dalle mille esperienze pre-politiche e professionali Trentin.

Quello che ai miei occhi li rendeva quasi fratelli gemelli era la serietà, la credibilità, quel saper parlare pochissimo e a bassa voce, quasi schivando le loro stesse parole. Quella capacità di ascoltare le opinioni degli altri, a volte molto al di sopra del loro merito.

Bruno era, come Enrico, un uomo che non ho mai visto ridere, ed ho visto raramente sorridere. Le rare volte in cui lo faceva, sorrideva con una certa pudicizia, quasi vergognandosene. Molti, per la innata incapacità di Bruno di stare “sopra le righe”, non hanno mai neanche sospettato il Trentin che studiava ad Harward (ma come, un comunista!), o quello che dal ‘43 al ‘46 (e cioè fra i 17 ed i 20 anni), ha combattuto contro le “repubbliche sbagliate”: contro Vichy in Francia, contro Salò in Italia. Ha militato nei gruppi di “Giustizia e Libertà”, nei quali ha avuto anche il comando di una sua brigata.

Bruno ha vissuto il periodo di massima visibilità (quello da segretario della CGIL) schivando, nei limiti del possibile, riflettori e telecamere. Ha vissuto gli anni successivi (dal ‘94 alla morte) in un cono d’ombra. E’ stato un uomo che ha dato a noi più di quanto non abbia ricevuto in cambio. Noi tutti, e la sinistra ufficiale in primo luogo, abbiamo lasciato che quest’uomo si spegnesse con un grosso carico di crediti nei nostri confronti. E questi crediti non li possiamo regolare soltanto dicendo “Bruno, ti abbiamo voluto bene”, ma lo diciamo lo stesso. Bruno ti abbiamo voluto bene.

Abbiamo tratto la breve biografia pubblicata di seguito dall’Unità, che è stato il giornale più tempestivo a mettere la notizia in prima pagina, e perchè è stato per anni il giornale del suo partito.

Bruno_trentin_1 Trentin si è spento per una polmonite resistente alla terapia antibiotica e per una febbre intrattabile, aggravata da una carenza immunitaria legata al grave trauma cranico subito un anno fa. Trentin è morto nel pomeriggio di oggi all’ospedale Gemelli. Ne danno notizia «con immenso dolore» la famiglia, la Cgil e i Democratici di sinistra.

Bruno Trentin, morto oggi a Roma all’età di 81 anni, era nato a Pavie (Francia), il 9 dicembre 1926. Laureato in giurisprudenza a Pavia (Italia), ha studiato anche presso la Harvard University, per poi tornare in Francia nel 1941, dove ha combattuto la Repubblica di Vichy. Dal 1943 al 1946 ha preso parte alla Resistenza, sia in Francia che in Italia, dove ha militato nelle formazioni partigiane di “Giustizia e Liberta” alla cui fondazione ha contribuito, assumendo nel 1944 il comando di una brigata.

Nel 1949 si è iscritto alla Cgil, iniziando a lavorare nell’Ufficio studi economici. L’anno dopo è entrato nel Partito comunista italiano, diventando membro del Comitato Centrale dal 1960 al 1973: con il Pci è stato eletto consigliere comunale a Roma (1960-1973) e deputato nazionale (1962-1972).

Nel sindacato è stato eletto vicesegretario nel 1958, mentre dal 1962 è stato segretario generale della Fiom, mantenendo l’incarico, assieme a quello di segretario generale della Federazione unitaria della metallurgia (Flm), fino al 1977. In quell’anno è diventato segretario confederale della Cgil nazionale.

Eletto segretario nazionale della Cgil il 29 novembre 1988, succedendo a Pizzinato, ha ricoperto l’incarico fino al 30 giugno 1994. Nel 1993 ha stipulato con Cisl e Uil lo storico accordo sulla politica dei redditi che pose termine al sistema della scala mobile.

Negli anni successivi Trentin ha assunto la responsabilità dell’Ufficio programma della Cgil, carica ricoperta fino all’elezione al Parlamento europeo nel giugno 1999. Nel Parlamento europeo è stato membro della Commissione per i problemi economici e monetari, membro sostituto della Commissione per l’occupazione e gli affari sociali, membro della Delegazione per le relazioni con il Consiglio legislativo palestinese.

Membro anche del Cnel (Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro), il 25 gennaio 2002 è stato eletto deputato nelle liste dei Democratici di Sinistra, divenendo presidente della Commissione nazionale per il Progetto. Ha scritto tre libri: Lavoro e libertà (1994), Il coraggio dell’utopia (1994), La città del lavoro (1997).

«Esprimo il dolore mio e di tutta la Cgil per la scomparsa di Bruno Trentin»: sono le parole del segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani, che lo ricorda come «protagonista» della storia della Cgil a cui, dice il leader sindacale, «lascia una lezione di grande rigore morale, coerenza e autonomia difese con intransigenza, di attenzione ai valori sociali e di difesa del valore della confederalità». «Bruno ha rappresentato in tutto il dopoguerra un punto di riferimento fondamentale nella lotta per la democrazia, l’uguaglianza sociale e per i diritti del mondo del lavoro. Si può dire che non c’è pagina nella storia della Cgil e del movimento sindacale italiano in cui non sia stato protagonista. Il piano per il lavoro, la programmazione economica, la centralità del Mezzogiorno, le lotte operaie dell’autunno caldo, la stagione del sindacato dei diritti, gli accordi fondamentali del ‘92 e del ‘93 lo hanno visto protagonista indiscusso», ricorda Epifani. Alla Cgil, aggiunge il numero uno dell’organizzazione sindacale, «Bruno lascia una lezione di grande rigore morale, coerenza e autonomia difese con intransigenza, di attenzione ai valori sociali e di difesa del valore della confederalità. A lui deve molto non solo la Cgil ma l’insieme del movimento dei lavoratori, le forze politiche del Paese e le altre organizzazioni sindacali verso le quali ebbe sempre una grande attenzione unitaria a partire dall’esperienza dei metalmeccanici» [...]

…Veltroni lo ha anche ricordato come «appassionato consigliere comunale di Roma. Bruno Trentin era una persona di grande curiosità e spessore intellettuale, aveva un tratto umano di eleganza e ironia, anche per questo lo ricordo con dispiacere e riconoscenza. Bruno Trentin non mancherà solo alla moglie Marcelle e alla figlia Antonella, cui va il più affettuoso cordoglio mio e di tutta la città di Roma, mancherà a tutto il Paese».


I meriti del ministro ultimo in classifica

Agosto 20, 2007

di EUGENIO SCALFARI – Repubblica

LE Borse hanno tirato un respiro di sollievo quando, pochi minuti prima dell’apertura di Wall Street, la Fed con una decisione improvvisa ha annunciato la riduzione di mezzo punto del tasso ufficiale di sconto. In quel momento le piazze europee che avevano già perso il 3 per cento hanno invertito di colpo la tendenza mentre Tokyo aveva già chiuso le contrattazioni con oltre il 5 per cento di perdita.

Applausi a Bernanke, presidente della Federal Reserve, con qualche riflessione aggiuntiva: un intervento così inatteso suonava come conferma che il ciclone della crisi era assai più gravido di tempesta di quanto gli inviti alla calma delle autorità monetarie lasciassero immaginare.

L’appuntamento è dunque per la riapertura dei mercati di domani e dei giorni che seguiranno, ma un punto è chiaro fin d’ora: le autorità monetarie hanno messo in campo tutti i mezzi che avevano a disposizione. Altri non ne hanno. La manovra del tasso di sconto è il classico strumento che si può usare una sola volta; ripeterlo a breve distanza di tempo sarebbe tecnicamente impossibile. Altri strumenti di natura monetaria non esistono salvo quello di non far mancare la liquidità necessaria alle banche. Sicché, da questo momento in poi, la parola passa alla politica economica dei governi e in particolare a quello americano. Deve evitare che flettano i consumi e quindi la domanda globale.

Il sostegno della domanda è a questo punto della situazione il problema comune di tutte le economie europee. Ma con caratteristiche diverse da quella americana. Nel nostro continente infatti la leva per sostenere la domanda e la crescita del reddito consiste principalmente nel rilancio degli investimenti.

È lì dunque che le politiche economiche dei vari Paesi dovranno concentrarsi. Investimenti capaci di accrescere occupazione, quindi nuovi e maggiori redditi, quindi stabile sostegno anche ai consumi. Questo è il principale obiettivo dei Paesi europei e dell’Italia in particolare.

* * *

Il nostro ministro dell’Economia, che aveva da tempo messo in allarme le banche e gli operatori finanziari sui prestiti troppo facili e sui rischi dei contratti “derivati”, ha ben chiara la via da seguire: destinare agli investimenti tutte le risorse disponibili (poche purtroppo) e quelle aggiuntive che si potranno reperire da possibili economie.

Da luglio è entrata in funzione la riduzione di tre punti del cuneo fiscale. Tre punti equivalgono a 45 miliardi di euro di minori imposte sul lavoro. Su questo provvedimento fu concentrata la campagna elettorale del 2006; le risorse necessarie furono allocate nella legge finanziaria del 2007, nell’ambito di quella manovra che è stata messa alla gogna da tutte le categorie e da tutte le corporazioni e che ora rivela i suoi pregi di fondo.

Ci troviamo infatti a disporre di uno strumento già operativo che consente alle imprese italiane di effettuare investimenti aggiuntivi, finanziati da un consistente risparmio fiscale.

L’opposizione ha negato ogni validità alla finanziaria 2007, l’opinione pubblica ha in gran parte aderito a queste critiche, la sinistra radicale, all’interno della maggioranza di governo, ha contestato gli “eccessivi” sgravi in favore delle imprese e il circuito mediatico ha – salvo rare eccezioni – amplificato quest’umore negativo.

Si vede ora quanto fossero ingiuste le critiche. Se la riduzione del cuneo non fosse stata inserita nella tanto sbeffeggiata legge finanziaria e non fosse stata difesa con cocciuta tenacia, noi dovremmo oggi affrontare lo “tsunami” della crisi mondiale senza alcuno strumento di pronto impiego. La popolarità di Padoa-Schioppa ha viaggiato per un anno al livello più basso nei sondaggi di gradimento dei membri del governo, abbinata al disfavore generale riservato al presidente del Consiglio. Poiché questi giudizi sono stati in gran parte formulati o condivisi da persone di buona fede, evidentemente poco o male informate, è auspicabile che siano rettificati come meritano di essere.

* * *

Il bilancio degli investimenti privati dipende tuttavia dalle decisioni degli imprenditori; i provvedimenti di detassazione già operativi potrebbero essere parzialmente o totalmente non utilizzati se dovesse verificarsi un rallentamento dei consumi o se la crisi di fiducia tuttora esistente sui mercati finanziari dovesse trasferirsi all’economia reale.

Per parare l’eventuale verificarsi di quest’ipotesi negativa o per affiancare con ulteriore impulso il rilancio degli investimenti privati è dunque indispensabile una robusta espansione dell’investimento pubblico. Negli anni scorsi questa voce della spesa corrente è stata sistematicamente sacrificata. Ora è venuto il momento di capovolgere la tendenza e adottare la politica opposta privilegiando la spesa per investimenti rispetto a tutte le altre voci.
Purtroppo ci sono limiti non valicabili nel bilancio dello Stato e della pubblica amministrazione, ai quali ancora ieri la Commissione di Bruxelles ci ha richiamato.
Questi limiti derivano innanzitutto dall’altezza del nostro debito pubblico e anche dalla lentezza nella crescita del prodotto interno. Il ministro dell’Economia ha più volte dichiarato che i suddetti limiti debbono essere rispettati e che i saldi previsti nel Documento di programmazione per il 2008 – approvato dal Parlamento – saranno in ogni caso rispettati.
Riteniamo che il ministro dell’Economia non debba esser lasciato solo a difendere quest’impostazione di rigore finanziario; tuttavia egli dispone di un margine discrezionale che si è guadagnato proprio abbassando in misura consistente il rapporto deficit/Pil dal 4 per cento ereditato dal precedente governo al 2,3 all’inizio del 2007.

Padoa-Schioppa ha già fatto presente al Consiglio dei ministri dell’Unione europea e alla Commissione di Bruxelles che gli impegni assunti dall’Italia erano stati rispettati in anticipo dalle congiunte manovre finanziarie del 2006-2007; rispettati più del dovuto e che dunque esisteva per il nostro governo un margine di discrezionalità utilizzabile per il rilancio dell’economia.

A quanto ammonta oggi quel margine? E a quanto ammonta l’avanzo primario del bilancio che il passato governo aveva interamente dissipato? Rivolgo queste due domande al ministro dell’Economia perché le reputo essenziali ai fini del rispetto dei vincoli di fronte all’Europa.

Se il nostro avanzo primario fotografato ad oggi fosse del 3 per cento, significa un ammontare di 45 miliardi di euro. Se il margine di discrezionalità rispetto ai parametri del patto di stabilità si potessero fissare al 2,8 ciò significa un margine di mezzo punto di Pil, sette miliardi e mezzo di euro. Se la crescita delle entrate fiscali…

Insomma: qual è l’ampiezza di manovra a disposizione del ministro dell’Economia, tenendo presente che fino a ieri si discuteva di questi problemi in condizioni di normalità economica internazionale mentre oggi se ne discute in piena crisi di fiducia dei mercati e con la necessità di puntare sulla crescita delle economie reali?

Se le autorità monetarie internazionali non dispongono di altri strumenti al di là di quelli che hanno finora egregiamente usato, occorre che le autorità preposte alla guida dell’economia reale dell’Unione europea si diano carico di quanto è accaduto e di quanto può ancora accadere se la crescita non sarà adeguatamente sostenuta. La Francia di Sarkozy ha già messo le mani avanti in proposito. Non si vede perché l’Italia non dovrebbe fare altrettanto pur restando nell’ambito delle compatibilità sostanziali.

* * *

L’insieme di questi problemi rimbalzerà inevitabilmente sui rapporti tra le forze politiche all’interno della maggioranza. In particolare all’interno del nascituro Partito democratico e – nel governo – tra riformisti e sinistra radicale.

Molte delle polemiche di questa declinante estate sono ormai svuotate di contenuto. In primo luogo quelle sul grande centro, su eventuali governi interinali, sulle alleanze di “nuovo conio”. Immaginare scenari del genere in una situazione ancora all’ombra d’una crisi economica di dimensioni planetarie è assurdo e non proponibile.

Altrettanto fuori tempo appaiono le geremiadi della sinistra radicale sul tema delle pensioni e dell’eventuale voto contrario quando il lodo governo-sindacati arriverà in Parlamento insieme alla nuova legge finanziaria del 2008.

Se il tema di oggi è di realizzare al massimo compatibile la crescita dell’economia reale, l’attenzione delle forze politiche di maggioranza deve unitariamente concentrarsi su quei due aggettivi: crescita massima e crescita compatibile. Per realizzarli occorre mobilitare l’opinione pubblica, i lavoratori, gli imprenditori, i contribuenti. Ho scritto domenica scorsa che non è più tempo di strappi e di tiro alla fune.

Confermo. Non è più tempo di esercizi di patetica visibilità. La partita è molto più impegnativa e richiede a tutti lucidità e compattezza di intenti.


La lettera d’intenti di Furio Colombo, candidato alla guida del PD

Luglio 25, 2007

Unita Scrivo questa “Lettera di intenti” per porre formalmente la mia candidatura alla Segreteria del Partito Democratico e sto per entrare in Senato da dove – per le note ragioni di rapporto numerico tra maggioranza e opposizione – non potrò uscire fino alla approvazione del Dpef e delle altre tre leggi che dovranno essere approvate entro questa settimana. Questa settimana è la stessa (e l’unica indicata) per la raccolta delle firme richieste per sostenere la lettera di candidatura. Penso che i lettori-elettori noteranno la situazione paradossale. Al momento per un senatore, date le regole indicate, non sembra esservi una facile soluzione. Ovviamente si aspettano chiarimenti.

 

LETTERA DI INTENTI

1 – Dichiaro la mia candidatura a Segretario del Partito Democratico per contribuire, con la mia esperienza di vita, di professione e di impegni internazionali che mi hanno posto a contatto con altre tradizioni democratiche, a dare al nascente partito un nocciolo di idee che confermino e arricchiscano la natura e la radice democratica di questo partito. Cerco un legame con i cittadini in un periodo della storia in cui solitudine e paura, più ancora della “antipolitica”, allontanano e separano gli elettori dalla partecipazione agli eventi politici.Conlitto

2 – Affermo che il cuore del partito che intendo rappresentare è il lavoro, la dignità, il legame fondamentale che rappresenta con il vincolo di cittadinanza, con la Costituzione, con le leggi, con le altre persone. Parlo del lavoro cercato dai giovani e che, quando c’è, il più delle volte è irrilevante per costruire un futuro. Parlo del lavoro di coloro che stanno vivendo la loro esperienza di mestiere e di professione in un’epoca che tende a screditare e penalizzare il lavoro retribuito, tende a dichiarare esose anche le più legittime richieste di chi contribuisce con il proprio lavoro allo sviluppo e alla crescita del Paese, tende a prestare attenzione solo a chi, bene o male, ha già accumulato ricchezza. Come avviene negli Stati Uniti, che pure sono considerati la casa madre dello sviluppo capitalistico, il Partito democratico dovrà essere il partito del lavoro. E ciò non in senso sindacale, ma nel profondo senso culturale e civile della tradizione democratica. Questo non vorrà mai dire essere ciechi e sordi alle esigenze di tutta la comunità in tutte le sue espressioni. Ma vuol dire sapere che la vita democratica di un Paese si fonda sul lavoro, le condizioni del lavoro, le garanzie del lavoro e la certezza che non saranno mai negati né la dignità del prestare la propria opera, né la certezza dei diritti a cui le controparti si sono di volta in volta impegnate verso che lavora e lavora bene.

Sarà chiaro a tutti che non si tratta di una affermazione di classe ma di una constatazione di buon senso. La tenuta, la rispettabilità, la crescita, lo sviluppo di un Paese si basano sulla partecipazione dei cittadini attraverso il lavoro. Se si restringe il numero di coloro che lavorano e tarda a sopraggiungere il contributo delle nuove generazioni, il vero problema non è attuariale o statistico, ma è la diminuzione della partecipazione politica dei cittadini che vuol dire fine della politica. Il patto fra generazioni non si fonda sui numeri delle tabelle ma sul passaggio di esperienza e di responsabilità fra i più giovani e i più anziani. Il patto di solidarietà è intorno al lavoro, non agli sportelli degli uffici postali dove si pagano le pensioni.

3 – Affermo che non mi sembra sensato candidarsi per rappresentare una particolare fascia demografica di cittadini. Ciò finisce per prefigurare una sorta di confronto conflittuale: il tuo lavoro sbarra la strada al mio, la tua pensione toglie a me il pane di bocca. Non è questo il fondamento che andiamo cercando per il nuovo Partito democratico. Ma se si insistesse sul dato generazionale, non avrei difficoltà a dire che a me tocca, allora, di candidarmi a nome di quegli italiani oltre i 70 anni, che non accettano di vedere screditato e svilito ciò che hanno fatto in decenni di lavoro perché sono diventati “vecchi”. Sono attualmente impegnato in Senato in cui molti non si imbarazzano a gridare insulti alla senatrice a vita Rita Levi Montalcini, premio Nobel per la Medicina, e al presidente emerito della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro solo perché osano avere ed esprimere, alla loro età, e in una funzione (senatore a vita) che viene giudicata “un binario morto”, la loro persuasione politica. Mi richiamo al nome e all’esempio di italiani come i due Senatori che ho nominato e di persone come Vittorio Foa o Pietro Ingrao per dire che ogni riferimento generazionale in questa candidatura è improprio e, sia pure involontariamente, offensivo.

Furio_colombo_2 4 – La scuola è un’altra grande ragione di questo impegno. Il nuovo Partito democratico dovrà dedicare alla scuola, dal primo contatto con i bambini che si affacciano alla vita sociale fino alla ricerca scientifica, la stessa attenzione, lo stesso rilievo, e lo stesso peso economico che un tempo si dedicava agli eserciti. Non può funzionare un Paese che non ponga la scuola, la formazione culturale e scientifica, la specializzazione al livello più alto della ricerca, al più alto livello di attenzione, di impegno di governo, di preparazione dei docenti e di fondi disponibili. Il Partito democratico di cui parliamo dovrà essere in grado di riconoscere che la funzione, il livello, la qualità e il compenso degli insegnanti devono essere preoccupazione centrale del governare e percorso principale verso il futuro. Una scuola di alto livello e funzionante in tutti i suoi gradi, dalla prima scuola materna alla più avanzata ricerca scientifica è il vero patto fra generazioni. Per questo il Pd crede fermamente nella Scuola pubblica.

5 – Ospedali e struttura sanitaria costituiscono, con la scuola e il lavoro, i vincoli essenziali di cittadinanza. Quando il cittadino sa di poter contare su uno Stato presente e attivo nei momenti fondamentali della sua vita, dalla nascita dei bambini alla più pronta e bene organizzata prevenzione e cura delle malattie, al soccorso nelle emergenze, alla presenza assidua e competente nelle fasi finali della vita, allora il rapporto cittadino-Stato si apre alla fiducia, diventa leale e di reciproco sostegno. Ognuno farà la sua parte per uno Stato che c’è nei momenti difficili.

6 - La legalità, la giustizia, in un Paese senza segreti e che riconosce pienamente l’indipendenza della Magistratura, è ciò che distingue l’Italia democratica dal periodo di illegalità costante e di irrisione alle leggi e ai giudici del governo di Berlusconi, ed è naturale bandiera del Pd. In questo specifico senso la contrapposizione netta a tutto ciò che ha rappresentato il governo Berlusconi non è un residuo sentimento del passato ma è progetto del nuovo partito: legalità che non accetta zone oscure e segreti, legalità che non ammette scorciatoie rispetto alle regole che vincolano tutti i cittadini, legalità che significa non ammettere e non tollerare l’inquinamento grave dei conflitti di interesse, specialmente quando quei conflitti, come nel caso di Berlusconi, riguardano la proprietà ingente di mezzi di informazione. Una situazione in cui il presidente del Consiglio è nello stesso tempo e nella stessa persona, concessionario e concedente dei diritti sull’uso delle frequenze televisive, come è avvenuto per il presidente Berlusconi che ha concesso al proprietario Berlusconi le autorizzazioni necessarie per le sue reti televisive, non dovrà e – a causa di una efficace legge sul conflitto di interessi – non potrà più ripetersi. Quando si ricordano i gravi problemi creati al Paese, e alla sua immagine e credibilità internazionale, dalle leggi ad personam, le leggi vergogna, (e in particolare la Legge Gasparri sulle Comunicazioni, misurata sugli interessi di Mediaset e ora respinta dalla Unione Europea) non si esprime uno stato d’animo rancoroso e personale come tendono a far credere coloro che sono, per una ragione o per l’altra, inclini a dimenticare. Si parla di leggi, di rispetto, di interessi dello Stato ma anche di immagine rispettabile del Paese.

7 – Il Pd alla cui Segreteria mi candido è laico nel rispetto del dolore di Welby, del diritto ad amarsi delle coppie di fatto, della protezione di diritti civili elementari e fondamentali come il Testamento biologico. Mai, in nessuna circostanza, immagina avversioni o mancanza di attenzione per la sensibilità e la persuasione dei cittadini credenti che sono tanta parte della storia e della sua vita italiana. Ma intende chiedere, per chi è laico, la stessa attenzione e lo stesso rispetto. Il Partito democratico che vorrei guidare non è una macchina del potere in più ma un insieme solidale di cittadini che intendono unirsi per dare, non per chiedere, per contribuire, non per profittare, soprattutto per portare il capitale del proprio lavoro e del proprio talento, che è la vera ricchezza e la vera forza di un Paese quando le regole sono chiare e pulite.
Furio Colombo

Questo il documento programmatico di Furio Colombo. Ci piacerebbe che anche gli altri candidati esprimessero, con altrettanta chiarezza, e senza giri di walzer, cosa intendono fare su cosa. In particolare, attendiamo risposte non equivoche da tutti i candidati su conflitto d’interessi, assetto dei media, limitazioni dei privilegi della “casta”, giovani, politiche del lavoro, precariato, laicità dello Stato, PACS, fecondazione assistita, e per tutti quei temi per i quali abbiamo votato, nel 2006, per l’Unione. Il nostro voto per il centro-sinistra non è “per sempre”. Dev’essere custodito gelosamente, giorno dopo giorno, legge dopo legge, azione dopo azione. Tafanus


…i giorni dei Coglioni…

Luglio 24, 2007

…il cielo è plumbeo, di tre computers mi è rimasto in vita solo il portatile (hard-disk da mezzo floppy, più o meno); ho fatto notte a tentare di far qualcosa, ma di sabato e domenica a Milano non si può… mia moglie è andata per mostre, e a mezzogiorno mangerò una pizza industriale… oggi mi ha scritto uno, dicendomi che grazie a me è passato dall’UDC all’astensione…   azzz… tanti mesi di fatica, per guadagnare mezzo voto?

…poi, per consolarmi, mi sono detto: e se fosse il mezzo voto che ci serve per vincere e mandare a Tahiti il Kaimano? …perciò mi sono svegliato anch’io col pensiero fisso: devo chiedere a tutti un ultimo sforzo: quello di andare a caccia di mezzo voto a testa…

Buonissima domenica a tutti.

Il più coglione
(Da un post del 9 aprile 2006 del Tafanus Kataweb)


Istituto Resistenza Verona, si dimette il fascista Andrea Miglioranzi

Luglio 24, 2007

Miglioranzi2 Andrea Miglioranzi, della Fiamma Tricolore, si è dimesso dall’Istituto per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea. Il neo consigliere, la cui nomina, assieme a quella di Lucia Cametti (An), ha scatenato in questi giorni molte prese di posizioni critiche, ha deciso di rassegnare le dimissioni con una lettera inviato al Presidente del consiglio comunale veronese.

«Egregio Presidente – scrive Miglioranzi – da alcuni giorni la mia elezione da parte del Consiglio Comunale di Verona nell’Assemblea dell’Istituto Veronese per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea è diventata pretesto per strumentalizzazioni e attacchi contro il Sindaco e la Giunta comunale veronese. È evidente  che un’opposizione incapace di affrontare i problemi della città ricorre ad argomenti estranei al terreno delle scelte amministrative proposte  e attuate dalla nuova Giunta. Per eliminare quindi strumentalizzazioni pretestuose che tendono a sviare l’attenzione dei cittadini e dell’opinione pubblica dal lavoro del Sindaco Tosi e della Giunta – conclude-, rassegno le mie dimissioni dall’Assemblea dell’Istituto Veronese per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea».

In risposta alle critiche Miglioranzi aveva regalato altre “perle di pensiero”. «Non sono un nostalgico – dice Miglioranzi -. Essere fascista per me significa avere un patrimonio etico e culturale con cui coniugare tradizione e valori sociali». «Credo che la mia nomina non sia una provocazione, ma un’occasione per far emergere la verità. Non amo parlare di revisionismo, questa parola ha assunto connotazione negativa. Mi piace parlare di verità, questo sì. La storia è stata scritta dai vincitori, lo sappiamo tutti. Non capisco questa levata di scudi».

Dopo la protesta della senatrice di Rifondazione Tiziana Valpiana, dell’Anpi, lunedì è arrivata anche la presa di posizione dei Ds. «Siamo sbalorditi e indignati per la scelta del Consiglio comunale di Verona, a salda maggioranza di centrodestra, di nominare il dirigente del movimento Fiamma Tricolore Andrea Miglioranzi membro del Consiglio direttivo dell’Istituto veronese per la Resistenza – afferma Samuele Mascarin, organizzatore nazionale della Sinistra giovanile dei Ds-. Una scelta provocatoria alla luce della storica militanza di Miglioranzi nell’estrema destra veneta, testimoniata anche dalla sua pluriennale attività nel gruppo musicale skinhead Gesta Bellica». «Non può sfuggirci che questo è uno dei primi emblematici atti politici della maggioranza di centrodestra guidata dal nuovo Sindaco di Verona Flavio Tosi», rileva Mascarin. «Come Sinistra giovanile ci auguriamo che da subito non solo il mondo democratico e antifascista, ma anche le istituzioni si attivino – conclude l’esponente Ds – affinchè la nomina di Miglioranzi venga sospesa e revocata e si impedisca che all’Istituto veronese per la Resistenza sia delegato un esponente dell’estrema destra già condannato nel 1996 a tre mesi di carcere per istigazione all’odio razziale».

Sulle dimissioni di Miglioranzi interviene anche il sindaco Tosi. L’astro nascente del leghismo si toglie d’impiccio dalle polemiche, ma esprime ancora vicinanza con Miglioranzi. «Ringrazio l’amico consigliere Andrea Miglioranzi che, con le sue dimissioni, confermando le sue doti di grande lealtà e di correttezza, ha dimostrato di avere a cuore il bene della città, sottoposta per l’ennesima volta ad un fuoco di fila da alcuni media nazionali per una questione non così rilevante (la classica tempesta in un bicchiere d’acqua), e ha dato un contributo utile a riportare su un terreno concreto il dibattito politico amministrativo» [...]

Non pensa minimamente alle dimissioni invece l’altra nominata dal Consiglio comunale veronese all’Istituto per la Resistenza. Lucia Cametti, di An non si sente di troppo. «Non capisco perché ci sia questo ostracismo – commenta – nei confronti di chi è stato eletto dal Consiglio comunale. Ci tengo a sottolineare che non sono stata nominata, ma eletta. E poi, perché si parla soltanto di me e di Andrea Miglioranzi – prosegue il consigliere – e non del terzo esponente eletto, che fa parte dei Comunisti Italiani? Mi chiedo se ancora oggi, a sessant’anni dalla Resistenza, si vogliano dividere i fascisti dai comunisti. Ma allora, chi sono i veri fascisti?». (Ebbene si, specie se si parla di Resistenza, dividere i fascisti dai comunisti è non solo possibile, ma addirittura una necessità irrinunciabile – NdR)

«Quelli che vogliono che io mi dimetta – aggiunge – sono degli stalinisti. Mi attaccano perchè sono una donna e perché nella loro dittatura intellettuale non sono disposti a sentire una voce fuori dal coro, che invece potrebbe portare nuove idee».

…quali, di grazia?… ma vaffa…


…FORZA ITALIA… quella vera… (da un post dell’8 aprile 2006)

Luglio 23, 2007

…forse l’Italia che vota all’estero non è quella che auspicavano il Cipria e i Tremaglia, col ritratto di Mussolini e Vittorio Eamanuele sul comò; c’è un’altra Italia, che è quella della foto riportata sotto, che riproduce un allegro gruppo di ricercatori del MIT di Boston, tutti allegramenti coglioni confessi… Boston_1 Poi c’è l’Italia che ci segue con affetto dall’estero, nonostante il disastrato avvio tecnico di questo nuovo blog: nei suoi pochi giorni di vita, ha registrato accessi da: Australia, Austria, Belgio, Brasile, Canada, Cile, Cina, Danimarca, Francia, Germania, Iran, Lussemburgo, Olanda, Portogallo, Siria, Spagna, Svezia,  Svizzera, Thailandia (ora bloccato dal Governo), UK, Ungheria, USA. Berlusconiscapagninibaciamano

Ora i sondaggi sono finiti; quelli veri, e quelli “americani” del Cipria, che non sono arrivati in tempo per la pubblicazione… Per oggi la parola è alle nostre ascientifiche previsioni di vittoria, e a quelle alquanto più fondate, dei bookmakers anglosassoni, che non sono esattamente degli enti benefici: questi signori, se puntate 100 euro sul mortadella, ve ne fanno vincere lo sproposito di 25… se invece volete tentare la fortuna, puntate sul Cipria: per 100 euro scommessi, ne potete vincere 450…


…ci voleva una amministrazione di komunisti?…

Luglio 21, 2007

 

Bari, la dinamite cancella l’ecomostro di Punta Perotti
di red. (l’Unità)

Puntaperotti1
Addio al discusso «ecomostro» di Punta Perotti. Il complesso immobiliare abusivo sul lungomare sud di Bari, i cui lavori sono stati bloccati nove anni fa, è stato fatto implodere alle 10.30 nella sua parte centrale. Il primo a cadere a colpi di tritolo, tra i palazzi costruiti dall’impresa Matarrese, è stato il più grande, mentre a fine aprile sarà completata la demolizione delle altre parti. Punta Perotti è formato da tre torri alte 13 piani: il complesso edilizio-residenziale (300mila metri cubi) costruito a partire dal 1995 è stato realizzato nell’ambito di due piani di lottizzazione che prevedevano la realizzazione di 290 mila metri cubi complessivi. La struttura è stata edificata a una distanza inferiore di 300 metri dal mare e posizionato in parte a mo’ di saracinesca, in modo da impedire la vista del lungomare a sud di Bari.

Sono tre in tutto le esplosioni che faranno crollare «la saracinesca»: dopo quella di oggi, le operazioni di demolizione saranno completate il 23 e il 24 aprile prossimi. Ogni giornata di «sparo» (così viene definita dai tecnici), farà crollare 70 mila metri cubi di cemento con l’impiego di 300 chili di esplosivo e di 150 detonatori. L’esplosione dura al massimo 1 secondo, mentre il crollo — è stato stimato — varia dai 4 ai 10 secondi. In meno di 2 minuti, il crollo produce 35 mila metri cubi di macerie diffuse su un raggio di 50 metri e un’altezza di 7.

La storia degli ecomostri di Punta Perotti inizia nel 1995, quando il Comune di Bari rilascia le concessioni edilizie e aprono i cantieri per il via ai lavori. Due anni dopo, il gip di Bari ordina il sequestro dei suoli e dei tre palazzi costruiti a una distanza inferiore di 300 metri dal mare e in posizione «orizzontale» rispetto al mare in modo da «tagliare» la visuale a sud del lungomare Perotti. Sempre nel 1997, la Corte di Cassazione annulla il decreto di sequestro del gip di Bari e dissequestra suoli e cantieri, ma le imprese costruttrici, da quel momento non riprendono i lavori di costruzione e attendono la fine del processo. Un processo che con rito abbreviato si conclude nel 1999. Gli imputati vengono assolti, ma Punta Perotti è giudicata abusiva e confiscata. Nel 2001, la Corte di Cassazione conferma la decisione del giudice del Tribunale di Bari. L’anno scorso, il Comune di Bari, indice la gara per la demolizione dei palazzoni. Ad aggiudicarsela è la ditta specializzata General Smontaggi di Novara. Nella scorsa settimana, l’impresa Matarrese, costruttrice del complesso edilizio, avvia tre ricorsi d’urgenza al tribunale di Bari per scongiurare l’abbattimento, ma tutti vengono respinti e ritenuti «inammissibili». La fine di Punta Perotti è arrivata in una tiepida giornata di sole «ma non di festa», ha sottolineato il sindaco di Bari, Michele Emiliano. Il primo cittadino ha detto che «l’abbattimento è un atto dovuto alla giustizia, alla bellezza e alla dignità di Bari. Non è una festa. Anche se gioiremo di fronte al crollo di un mostro, dovrà essere chiaro a tutti, il senso di fallimento che ogni demolizione rappresenta e l’urgenza che abbiamo di ricostruire, di ridisegnare il profilo della città».


… la formidabile immagine internazionale dell’Italia ai tempi del Cipria…

Luglio 13, 2007

Basta_berlusconi_1

I pm alla difesa: no ad un rinvio per trovare nuove prove «Mills mascherò i soldi di Berlusconi col conto di un cliente»

 

MILANO «Rilevato che gli indagati Mills e Berlusconi non hanno chiesto di essere interrogati, rilevato che non sono state presentate memorie né prodotte indagini difensive, le istanze presentate il 7 marzo dagli imputati Mills e Berlusconi sono respinte». Il fax che lo comunica agli avvocati Federico Cecconi e Niccolò Ghedini segnala che, decorsi i 20 giorni di tempo previsti dal codice a partire dall’avviso il 16 febbraio di conclusione delle indagini e deposito degli atti, per la Procura il tempo è davvero scaduto. E se questo rigetto palesa senza dubbi l’intenzione dei pm di chiedere il rinvio a giudizio del premier per corruzione in atti giudiziari del testimone David Mills nel 1997 con 600 mila dollari (posti in relazione nel 2004 da una lettera dello stesso Mills con le sue deposizioni nel 1997 e 1998 in due processi al Cavaliere), la successiva riunione-fiume nel pomeriggio di ieri con il procuratore Manlio Minale sembra profilare imminente la richiesta di processo.

LA DIFESA — Le istanze istruttorie di Mills e Berlusconi si incentravano sulla ritrattazione di Mills il 7 novembre 2004 (i 600 mila dollari come somma affidatagli in custodia dal cliente Diego Attanasio) rispetto al proprio interrogatorio del 18 luglio 2004 e alla lettera ai commercialisti del 2 febbraio 2004 (i 600 mila dollari come «regalo» di Berlusconi tramite lo scomparso manager Fininvest Carlo Bernasconi per lo slalom del teste Mills nei processi). Berlusconi e Mills avevano perciò chiesto ai pm un supplemento di indagini: una rogatoria alle Bahamas (dove su un conto di un trust di Attanasio arrivarono 2 milioni di dollari comprensivi dei 600 mila che Mills nella lettera collegherà poi alle sue deposizioni) e l’esame dei conti personali di Bernasconi. Ma il pm Fabio De Pasquale obietta che «dalle indagini effettuate è risultato che strutture di trust aventi come beneficiario Attanasio o altri clienti di Mills (Marcucci e Briatore) sono state usate, senza il consenso degli aventi diritto, per mascherare la riconducibilità a Mills delle somme di denaro ricevute da Berlusconi». Per questo, anche «sulla base di documenti sequestrati nella perquisizione a carico di Mills», al pm «appare ragionevole ritenere che il passaggio dei 2 milioni di dollari alle Bahamas non sia altro che il primo degli innumerevoli travestimenti del denaro ricevuto da Mills a titolo corruttivo». I soldi a Mills, infatti, arrivano sicuramente dal trust bahamense del suo cliente Attanasio — che però il giorno del bonifico non poteva disporlo essendo in carcere a Salerno — che in passato aveva rilasciato a Mills fogli in bianco prefirmati per la gestione dei suoi affari, e che ha smentito Mills (al pari di Marcucci e Briatore) su alcune operazioni che ha scoperto essere state effettuate a sua insaputa.

DIVERGENZE — E qui le letture di accusa e difesa divergono. Per i pm, la vera rogatoria sarà quella successiva, che domanderà alle Bahamas di capire non chi abbia mandato i soldi a Mills (Mills stesso dietro l’apparenza di Attanasio), ma chi abbia mandato la provvista corruttiva al conto di Attanasio gestito in realtà da Mills. La difesa, invece, valorizza la mancanza di prova documentale che i soldi arrivassero da Berlusconi, additando proprio l’affermazione della Procura secondo la quale «per accertare l’effettiva provenienza dei fondi risulteranno prevedibilmente necessarie ulteriori ricerche». No anche alle richieste di rinvio per copie di «atti mancanti»: o perché invece «già in possesso dei difensori, essendo Mills e Berlusconi imputati anche nel procedimento» degli atti richiesti, o perché già depositati (pur se su carta anziché cd), o perché di asserito «modesto rilievo processuale» in alcuni supplementi documentali «comunque trasmessi alle difesa appena ricevuti».

 

 

Luigi Ferrarella, Giuseppe Guastella


…ci voleva una amministrazione di komunisti?…

Luglio 13, 2007

Bari, la dinamite cancella l’ecomostro di Punta Perotti

di red. (l’Unità)
Puntaperotti1
Addio al discusso «ecomostro» di Punta Perotti. Il complesso immobiliare abusivo sul lungomare sud di Bari, i cui lavori sono stati bloccati nove anni fa, è stato fatto implodere alle 10.30 nella sua parte centrale. Il primo a cadere a colpi di tritolo, tra i palazzi costruiti dall’impresa Matarrese, è stato il più grande, mentre a fine aprile sarà completata la demolizione delle altre parti. Punta Perotti è formato da tre torri alte 13 piani: il complesso edilizio-residenziale (300mila metri cubi) costruito a partire dal 1995 è stato realizzato nell’ambito di due piani di lottizzazione che prevedevano la realizzazione di 290 mila metri cubi complessivi. La struttura è stata edificata a una distanza inferiore di 300 metri dal mare e posizionato in parte a mo’ di saracinesca, in modo da impedire la vista del lungomare a sud di Bari.

Sono tre in tutto le esplosioni che faranno crollare «la saracinesca»: dopo quella di oggi, le operazioni di demolizione saranno completate il 23 e il 24 aprile prossimi. Ogni giornata di «sparo» (così viene definita dai tecnici), farà crollare 70 mila metri cubi di cemento con l’impiego di 300 chili di esplosivo e di 150 detonatori. L’esplosione dura al massimo 1 secondo, mentre il crollo — è stato stimato — varia dai 4 ai 10 secondi. In meno di 2 minuti, il crollo produce 35 mila metri cubi di macerie diffuse su un raggio di 50 metri e un’altezza di 7.

La storia degli ecomostri di Punta Perotti inizia nel 1995, quando il Comune di Bari rilascia le concessioni edilizie e aprono i cantieri per il via ai lavori. Due anni dopo, il gip di Bari ordina il sequestro dei suoli e dei tre palazzi costruiti a una distanza inferiore di 300 metri dal mare e in posizione «orizzontale» rispetto al mare in modo da «tagliare» la visuale a sud del lungomare Perotti. Sempre nel 1997, la Corte di Cassazione annulla il decreto di sequestro del gip di Bari e dissequestra suoli e cantieri, ma le imprese costruttrici, da quel momento non riprendono i lavori di costruzione e attendono la fine del processo. Un processo che con rito abbreviato si conclude nel 1999. Gli imputati vengono assolti, ma Punta Perotti è giudicata abusiva e confiscata. Nel 2001, la Corte di Cassazione conferma la decisione del giudice del Tribunale di Bari. L’anno scorso, il Comune di Bari, indice la gara per la demolizione dei palazzoni. Ad aggiudicarsela è la ditta specializzata General Smontaggi di Novara. Nella scorsa settimana, l’impresa Matarrese, costruttrice del complesso edilizio, avvia tre ricorsi d’urgenza al tribunale di Bari per scongiurare l’abbattimento, ma tutti vengono respinti e ritenuti «inammissibili». La fine di Punta Perotti è arrivata in una tiepida giornata di sole «ma non di festa», ha sottolineato il sindaco di Bari, Michele Emiliano. Il primo cittadino ha detto che «l’abbattimento è un atto dovuto alla giustizia, alla bellezza e alla dignità di Bari. Non è una festa. Anche se gioiremo di fronte al crollo di un mostro, dovrà essere chiaro a tutti, il senso di fallimento che ogni demolizione rappresenta e l’urgenza che abbiamo di ricostruire, di ridisegnare il profilo della città».