Generale “Speciale” – Il volo del colabrodo

Novembre 30, 2007

L’ex comandante della Guardia di finanza fece modificare l’Atr del corpo per adattarlo al trasporto di otto passeggeri. E la magistratura contabile chiede il rimborso dei soldi spesi – 45 voli illegittimi; la Corte dei Conti: ora paghi

di CARLO BONINI

IL PONTE aereo di spigole destinate alla cambusa della baita di Passo Rolle, la gita a scrocco sulle nevi con signore a bordo dell’Atr-42 della Finanza non sono stati l’infelice inciampo di un ufficiale con la schiena dritta. La Procura militare di Roma ha accertato che l’ex comandante generale Roberto Speciale, indagato per peculato, ha utilizzato uno dei due Atr42 in dotazione al Corpo in occasione di almeno 45 fine settimana.

 

E mai da solo, come sarebbero in grado di documentare i piani di volo. Che quell’aereo, ufficialmente destinato a compiti di trasporto e sorveglianza, era stato, per suo ordine e a spese del Corpo, “riconfigurato” negli hangar dell’aeroporto militare di Pratica di Mare, con un allestimento interno che, modificando la parte anteriore della carlinga, consentisse condizioni di volo e poltrone “business” ad almeno otto passeggeri. Di fatto – come ha riferito alla Procura un militare della Guardia di Finanza testimone oculare delle modifiche disposte sull’aereo – l’Atr42 MP era diventato un “personal jet”, oggettivamente inibito a incarichi operativi in senso proprio, che, al di là delle occasioni istituzionali, partiva il venerdì o il sabato, per fare rientro la domenica con i graditi ospiti. Ad un costo, per le casse dello Stato, di 3.885,91 euro l’ora.

 

Per dare un’idea, un week-end in Sicilia, la terra del generale, costava più o meno 8 mila euro. Lo stipendio mensile di cinque finanzieri.

 

Speciale quel denaro dovrà restituirlo. Diverse centinaia di migliaia di euro, calcolando ogni ora di volo abusivo, maggiorata di interessi e di sanzioni. La Procura della Corte dei Conti (magistratura cui il governo, nel giugno scorso, avrebbe voluto destinare il generale al momento della sua destituzione) ha infatti avviato nei confronti del generale un procedimento di responsabilità per danno erariale i cui tempi – secondo quanto riferisce una fonte qualificata a conoscenza dei termini dell’inchiesta – non dovrebbero andare oltre il gennaio prossimo.

 

Un problema in più per Speciale, evidentemente. Ma anche per il Comando generale. Che conosce quale abisso rischia di aprirsi se la magistratura, ordinaria, militare o contabile che sia, dovesse afferrare il cuore di questa storia. Che non è soltanto una cassa di spigole, una gita sulla neve, o un rosario di week-end a sbafo delle casse dello Stato. È la gestione delle risorse finanziarie del Corpo nella stagione di comando che si è appena conclusa, a cominciare dai mezzi “aeronavali” per finire all’impiego dei fondi riservati: 694.091 euro nel solo esercizio di bilancio del 2007.

 

Speciale ne era il responsabile contabile. E se ne avesse fatto o autorizzato l’uso che ha fatto dell’Atr42, la vicenda rischierebbe di travolgere l’intera catena gerarchica della Finanza. In questa chiave, l’attuale comandante generale Cosimo D’Arrigo appare in evidente difficoltà. Il primo giugno di quest’anno, in occasione del suo insediamento, scrisse nel suo primo ordine del giorno rivolto a tutti gli appartenenti del Corpo: “Al generale Speciale sono legato da 40 anni di sincera amicizia. Ne ho apprezzato le eccezionali qualità professionali e la trascinante carica di umanità, ma soprattutto il profondo senso dello Stato e delle Istituzioni, l’intimo, radicato culto delle regole, lo straordinario spirito di servizio verso la nostra Patria!”.

 

Nell’ultimo mese, ha delegato al suo capo di stato maggiore, il generale Paolo Poletti, l’incarico di raffreddare le curiosità del Parlamento sui voli dell’ex comandante generale con lacunose risposte di routine, di opporre un singolare “segreto” alle richiesta di conoscere con quali modalità i fondi riservati del Corpo siano stati impiegati. Ad esempio, se fosse o meno vero che, lo stesso Speciale, percepisse a tale titolo 2.000 euro al mese (cifra irrisoria per coltivare anche la più miserabile delle fonti riservate, ma significativa se aggiunta fuori busta allo stipendio). Ad esempio se fosse sufficiente – come sembra sia avvenuto – la semplice quietanza (una firma su una ricevuta) del comandante generale per distribuire a pioggia quel denaro lungo i rami della gerarchia senza che vi fosse uno straccio di giustificazione sul loro impiego “per fini di intelligence”. E tuttavia, se la mossa di D’Arrigo doveva o voleva essere una toppa, rischia di essere peggiore del buco.

Il carteggio interno tra il generale Poletti e il ministero dell’Economia in relazione alla vicenda dei voli e dei fondi riservati è stato trasmesso in questi giorni al procuratore militare di Roma Antonino Intelisano dallo stesso ministero “per quanto di competenza”. Una formula apparentemente anodina che non impegna il governo in nessuna iniziativa formale, ma che in realtà consente alla procura di allargare il fronte dell’indagine per peculato sin qui a carico del solo Speciale, anche al capitolo dei fondi riservati e ad eventuali omissioni nelle comunicazioni al Parlamento da parte dello Stato maggiore della Finanza.


L’uso criminoso della Tv

Novembre 22, 2007

(di marco Travaglio – L’Unità)

 

Chapeau. Nemmeno il più feroce demonizzatore, il più accanito antiberlusconiano poteva immaginare la meticolosità, la scientificità, la capillarità del controllo esercitato su ogni minuto, ogni minimo dettaglio di programmazione Rai dagli uomini Mediaset infiltrati da Silvio Berlusconi nel cosiddetto “servizio pubblico”. Intendiamoci: la fusione Rai-Mediaset in un’indistinta Raiset al servizio e a maggior gloria del Cavaliere si notava a occhio nudo e questo giornale, da Furio Colombo in giù, l’ha sempre denunciato. Ma le intercettazioni della Procura di Milano, disposte nell’inchiesta sul fallimento del sondaggista del Cavaliere, Luigi Crespi, e pubblicate da Repubblica dimostrano oltre ogni ragionevole dubbio la privatizzazione della Rai da parte della “concorrenza” e la sua trasformazione in una succursale di Mediaset.

Da sette lunghi anni, cioè da quando Berlusconi tornò al governo e occupò militarmente Viale Mazzini, la Rai è cosa sua, un feudo privato da usare per blandire gli amici, manganellare i nemici, ammonire gli alleati appena un po’ critici, ma soprattutto per celebrare le gesta del Capo. Tacendo le notizie scomode, enfatizzando quelle comode, parlando solo di quel che vuole Lui. Non c’è voluto molto per ridurre quella che fu la prima azienda culturale d’Europa e alfabetizzò l’Italia in una miserabile Pravda ad personam: è bastato sistemare una dozzina di visagisti, truccatori e politicanti berlusconiani nei posti giusti e lasciarne molti di più sulle poltrone precedentemente occupate. Intanto venivano cacciati i Biagi, i Santoro e i Luttazzi, poi le Guzzanti e gli altri della seconda ondata, incompatibili col nuovo corso. Ma non perché fossero “di sinistra”. Perché sono fior di professionisti: con due o tre programmi ben fatti avrebbero rovinato tutto. Se qualcuno li chiama per pregarli di nascondere i dati delle elezioni amministrative per non far soffrire il Cavaliere, quelli mettono giù («uso criminoso della televisione pagata coi soldi di tutti»). I rimasti, invece, obbediscono ancor prima di ricevere l’ordine. Si spiegano così non solo le epurazioni bulgare e post-bulgare, ma anche lo sterminio delle professionalità, soprattutto nella rete ammiraglia di Rai1, affidata (tuttoggi) al fido Del Noce: uno che, oltre ad aver epurato Biagi, è riuscito a litigare persino con Baudo, Arbore, Frizzi, Carrà e Celentano. Chi ha idee e talento ha più séguito, dunque è più libero e meno censurabile, ergo inaffidabile. I superstiti, invece, sono pronti a qualunque servizio e servizietto. Il Papa sta morendo e il Ciampi prepara un messaggio a reti unificate? Anziché preoccuparsi che la Rai copra la notizia meglio della concorrenza, i dirigenti berlusconiani pianificano una degna uscita mediatica del Capo, onde evitare che il Quirinale lo oscuri. Il Papa muore proprio alla vigilia delle amministrative, distraendo gli elettori cattolici dal dovere di correre alle urne per votare il Capo? Si organizza una serie di «programmi che diano alla gente un senso di normalità, al di là della morte del Papa, per evitare forte astensionismo alle elezioni amministrative». Più che un servizio pubblico, un servizio d’ordine. In cabina di regia c’è la signorina Deborah Bergamini, detta “Debbi”, già assistente del Cavaliere, da lui promossa capo del Marketing strategico della Rai, mentre Alessio Gorla, già dirigente Fininvest e Forza Italia, diventava responsabile dei Palinsesti. Al resto pensano i servi furbi. Mimun, si sa, era in prestito d’uso da Mediaset, dov’è poi morbidamente riatterrato. Non c’è neppure bisogno di dirgli il da farsi: lo sa da sé. E poi assicurano Debbi e Delnox – fa un ottimo «gioco di squadra con Rossella» (Carlo, allora direttore di Panorama, molto vicino al premier e dunque alla Rai). Anche Vespa non ha bisogno di suggerimenti. Del Noce telefona a Debbi per avvertirla che «Vespa ha parlato con Rossella e accennerà in trasmissione al Dottore (Berlusconi, ndr) a ogni occasione opportuna». Qualcuno suggerisce che Bruno potrebbe «non confrontare i voti attuali con quelli delle scorse regionali», per mascherare meglio la disfatta del Capo, o magari «fare più confusione possibile per camuffare la portata dei risultati». Ma poi si preferisce lasciarlo libero di servire come meglio crede, perché dice giustamente la Debbi «tanto Vespa è Vespa». Ogni tanto c’è un problema: Mauro Mazza, troppo amico di Fini per piacere a Forza Italia, farà la prima serata di Rai2 sulle elezioni. Bisogna sabotarlo, perché quello magari i dati non li nasconde. Idea geniale: Deborah parla con Querci «e gli chiede di mettere una cosa forte in prima serata su Canale5», così la gente guarda quella e lo speciale Mazza non se lo fila nessuno. Del resto è un’abitudine, per lei, concordare i palinsesti con Mediaset: più che del Marketing della Rai, è la capa del Marketing di Berlusconi. Infatti, ancora commossa, commenta così i funerali di Giovanni Paolo II: «Berlusconi è stato inquadrato pochissimo dalle telecamere». Si sa com’è fatto il Cavaliere: «Ai matrimoni – diceva Montanelli – vuol essere lo sposo e ai funerali il morto».

In tutti questi anni, mentre ogni inquadratura di ogni telecamera di ogni programma diurno e notturno di Raiset veniva controllata dai guardaspalle del Padrone, chiunque si azzardasse anche soltanto a ipotizzare che questi signori lavorassero per il re di Prussia, anzi di Arcore, veniva zittito dai “terzisti” e dai “riformisti” come “demonizzatore” e “apocalittico” animato da “cultura del sospetto”, incapace di comprendere che le tv non contano per vincere le elezioni; anzi, a parlar male di Berlusconi si fa il suo gioco. Poi veniva querelato e citato in giudizio per miliardi di danni dai Del Noce e dai Confalonieri, sdegnati dalle turpi insinuazioni sulla liaison Rai-Mediaset nel paradiso della concorrenza e del libero mercato. Dirigenti come Loris Mazzetti e Andrea Salerno, rei di aver chiamato censure le censure, sono stati perseguitati dall’azienda con procedimenti disciplinari. L’ultima è piovuta su Mazzetti,per aver partecipato ad AnnoZero e detto la verità sull’epurazione del suo amico Biagi. Salerno, già responsabile della satira per Rai3 quando c’era ancora la satira, ha preferito togliere il disturbo. Intanto Confalonieri non si perdeva una festa de l’Unità e le quinte colonne berlusconiane facevano carriera in Rai, tant’è che sono ancora tutte lì: Del Noce a Rai1, Bergamini al Marketing, Vespa a Porta a porta. Tutti straconfermati dalla “Rai del centrosinistra”.

Ora si spera che, oltre alla solita “indagine interna”, fiocchino i licenziamenti per giusta causa, (con richiesta di danni per intelligenza col nemico) almeno per chi ha lasciato le impronte digitali nello scandalo, come accadrebbe ai manager di qualunque azienda sorpresi ad accordarsi con la concorrenza. Ma, onde evitare che la scena si ripeta in un prossimo futuro, licenziare i servi di Berlusconi non basta. Occorre una vera “legge Biagi” (nel senso di Enzo) per cacciare per sempre i partiti dalla Rai e stabilire finalmente l’ineleggibilità dei proprietari di giornali e tv. Sempreché, si capisce, la cosa non disturbi il «dialogo per le riforme». E ora, consigli per gli acquisti.


E Silvio Berlusconi incorona Michela Brambilla Autoreggenti

Novembre 20, 2007

 

“Questo è il partito che volevo”
di CONCITA DE GREGORIO – Repubblica.it

Brambilla_berlusconi GLI ELETTORI “sono più avanti degli eletti” e naturalmente Silvio Berlusconi è già lì, più avanti di chi è avanti, più avanti di tutti a guidare le folle. Con acrobatico surfismo sull’onda dell’antipolitica, un numero atletico buono anche a dimostrare che l’età cosa volete che sia, passa in testa agli alleati e fonda il grillismo istituzionale di destra, lascia Fini e Casini a riva a guardarlo a bocca aperta.

E pazienza se la politica fino a ieri è stata lui, presidente del Consiglio e mercante di voti nel tempio: la memoria collettiva si sa che è cortissima, da oggi ci sono i gazebo, il partito del popolo. “C’è il palazzo è c’è la gente. Io sto con la gente”. Delete, cancellate quel che è stato finora. Guardate questo film, piuttosto, e mandatelo a mente: Silvio che entra a braccetto con Michela Vittoria Brambilla, l’eroina dei circoli quella che più svelta di tutti, mesi fa, ha depositato il nome del partito che d’incanto esce oggi fuori dal cilindro.

In prima fila le altre donne di Forza Italia – Prestigiacomo, Carfagna, Gardini, Santelli – li guardano mute. Loro sono il pubblico, Berlusconi e Brambilla i protagonisti. Fuori dalla sala i politici, quasi tutti almeno. Poi, per cortesia, certo che entrano i più anziani, Selva, i più fedeli, Bondi e Cicchitto, gli istituzionali a cui non si poteva dir di no, Vito e Schifani.

Gli altri fuori: questo è il partito della gente e la nomenclatura disturba, tra l’altro chiudere le porte alla politica ha il vantaggio di non mostrare in pubblico chi c’è e chi manca: la conta non si fa. Conferenza stampa solo per giornalisti, all’americana. Berlusconi sul palchetto Brambilla seduta davanti alla sua destra, alle spalle il nuovo simbolo del partito: “Partito della libertà come volevo io o Popolo della libertà come ci hanno suggerito gli elettori, saranno loro a decidere”.

Certo, loro. D’ora in avanti si procede così, a colpi di gazebo. Veltroni ha avuto tre milioni e mezzo, quattro milioni di persone? Lui almeno il doppio. “Otto milioni ai gazebo nello scorso week end, due milioni di firme nei circoli”. Ecco, dieci milioni: facciamo il triplo. “I gazebo resteranno allestiti anche nel prossimo fine settimana: raccoglieranno le firme per il nuovo partito. Noi non faremo una fusione a freddo come il Pd”. Il Pd, lo spettro.

Quel che succede oggi, avvisa Berlusconi, “cambierà la storia di questo paese per decenni”. Allora riepiloghiamo quel che succede, effettivamente, nei dieci minuti in cui l’ex leader della Casa delle libertà liquida con un colpo di spugna la sua traiettoria politica dell’ultimo decennio e ne disegna una nuova.

Primo: il bipolarismo è finito, “è d’accordo anche Giuliano Ferrara che ho sentito per telefono”. Secondo: Veltroni è un antagonista degno, anzi diciamo pure che la faccenda dei gazebo e dell’elezione diretta del segretario ha suscitato una certa ammirazione perciò perché non fare la stessa cosa. I sondaggi “ci dicono che il partito della libertà (o del popolo, vedremo) da solo può arrivare al 30 per cento”. Dunque tanto vale mettersi sullo stesso piano di Veltroni, meglio se un po’ più in alto, e discutere con lui. “Sono disposto ad incontrarlo subito per discutere di riforma elettorale”.

Terzo, gli alleati hanno stancato. In specie Fini con i suoi smarcamenti recenti. Vogliono la guerra? E allora guerra. Fini dice che questa iniziativa del partito nuovo è “plebiscitaria e confusa”? “Non rispondo alle provocazioni, parlo direttamente agli elettori del mio e di altri partiti, non solo alleati”. La Casa delle libertà finisce qui, stasera. Muore col bipolarismo, sepolta insieme. “Ci avevo creduto ma ho capito che in questo paese non si può”. Meglio un nuovo sistema elettorale proporzionale con sbarramento dei piccoli che crei “un partito grande di qua, uno di là”.

Lui e Veltroni, è questo lo scenario che immagina. La Lega di Bossi alleata, Storace e Santanché a destra e poi la gente, ovvio: la gente stanca dei “parrucconi”, “dei litigi delle ripicche della politica politicante, dei giochetti dei veti e dei compromessi”. “E’ un anno e mezzo che non convoco i vertici della Cdl per timore che qualcuno non venga”, non si può andare avanti così, francamente, i segnali sono chiari “e io sono uno che si vanta di saper riconoscere gli umori del popolo”.

Il popolo vuole un leader e quel leader è lui. Fuori, in Piazza di Pietra, gli elettori di una certa età la borghesia romana in pelliccia e giaccone da caccia alla volpe, batte i piedi dal freddo e guarda il maxischermo. Bravo, dicono anche se perplessi di esser stati questa volta chiusi fuori. Quanto al passato: non è mica che ora Silvio punti al plebiscito perché non gli è riuscita la spallata, anzi, “io la spallata al governo non la volevo dare è stata una superfetazione giornalistica”.

(Dal dizionario De Mauro:su|per|fe|ta|zió|ne
s.f.
1 TS biol., produzione e sviluppo di un secondo feto dopo che nell’utero è già iniziato lo sviluppo di un primo feto
2 TS bot., fecondazione di un ovulo a opera di pollini di tipo diverso
3 CO fig., aggiunta inutile, ripetizione superflua
4 TS arch., corpo di costruzione aggiunto a un edificio dopo il suo completamento, tale da guastare la linea costruttiva originaria)

Tra il pubblico stupore per il linguaggio e per il senso. Ma ecco che “io non ho né rimorsi né rimpianti. Guardo avanti. Se dobbiamo credere alle parole di Bordon e di Dini questo governo non ha più una maggioranza. Cadrà al prossimo voto importante. Allora bisognerà andare alle elezioni ma le riforme le può fare anche questo governo”.

Circolodellaliberta FMichela_delpopolo_brambillauori in piazza sono rimasti in pochissimi. Palloncini azzurri, cartelloni dei giovani di Forza Italia che dicono “C’è un solo presidente”. Quando esce si ferma ad arringare anche a loro, qualcuno stappa una bottiglia di champagne qualcun altro prova a prenderlo in spalla ma non esageriamo. Angelino Alfano guarda con ammirata meraviglia e discetta dell’”ennesimo colpo di genio. Andrà così: accordo sulla legge elettorale, legge in tempi record poi crisi di governo. Due mesi di gestione degli affari correnti e a marzo si vota”. Michela Vittoria Brambilla è l’unica intervistata dalle tv, gli altri sono spariti tutti. E’ un giorno storico, ripete Berlusconi dal palco della piazza. Gianni Letta non è venuto ma di certo seguiva dall’ufficio. State certi che nel Partito del Popolo – o della Libertà, vedremo – ci sarà anche lui.

N.B.: Ogni eventuale rassomiglianza fra il simbolo del “Circolo della Libertà” e quello del “Popolo della Libertà” è puramente casuale. La Pescivendola ha infatti sempre furiosamente sostenuto che lei col Berlusca non aveva niente a che spartire…


Calcio e violenze: la catena degli errori

Novembre 12, 2007

Repubblica

di GIUSEPPE D’AVANZO

L’AGENTE della polizia stradale che ha ucciso Gabriele Sandri non si è accorto della rissa. Nemmeno ha intuito che, nell’area di servizio di Badia al Pino lungo l’A1, due piccoli gruppi di juventini e laziali se le erano appena date di santa ragione. L’agente – se sono buone le fonti di Repubblica – è stato messo sul chi vive dal parapiglia. Era lontano, dall’altra parte della carreggiata. C’è chi dice duecento metri, chi cento, in linea d’aria.

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Gabriele_sandriHa sentito urla e grida. Ha visto un fuggi fuggi e un’auto che velocemente – o così gli è parso – si allontanava dall’area di servizio. Ha pensato a una rapina al benzinaio. Ha azionato la sirena. L’auto non si è fermata. Ha sparato. Ha ucciso. Raccontata così dal suo incipit, questa domenica crudele e brutale in cui è precipitata l’Italia, da Bergamo a Roma, poteva non avere come canovaccio principale la violenza che affligge il mondo del calcio ma, più coerentemente, il caso, la probabilità, l’errore. Il caso che incrocia l’auto della polizia stradale con il convoglio di tifosi.

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La probabilità che il proiettile raggiunga, da settanta metri, il collo di “Gabbo” Sandri che dormiva. L’errore, il doppio errore “tecnico” del poliziotto che non comprende che cosa è accaduto dall’altra parte della strada e, convinto di essere alle prese con un delitto ben più grave di una scazzottata, troppo emotivamente, troppo affrettatamente spara. Per lunghe ore, questa ricostruzione – che non allevia la tragicità dell’insensata morte di Gabriele Sandri – non è saltata fuori. In un imbarazzato silenzio, è stata eclissata.

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20071112Chi doveva svelarla – la questura di Arezzo, il Viminale – ha taciuto e – tacendo – ha gonfiato l’attesa, la rabbia, la frustrazione delle migliaia di ultras che si preparavano a raggiungere in quelle ore gli stadi, sciogliendola poi con una cosmesi dei fatti che si è rivelata un abbaglio grossolano che, a sua volta, ne ha provocato un altro ancor più doloroso. E’ stato detto che l’agente della polizia stradale è intervenuto per sedare una rissa tra i tifosi e, nel farlo, ha sparato in aria un colpo di pistola (“introvabile l’ogiva”) che “accidentalmente”, “forse per un rimbalzo”, ha ucciso Sandri.

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Consapevole che non di calcio si trattava, ma del tragico deficit professionale di un agente lungo un’autostrada, il Viminale non ha ritenuto di dover fermare le partite muovendo l’ennesimo passo falso di un’infelice domenica. Il racconto contraffatto è stato accreditato di ora in ora senza correzioni. Rilanciato e amplificato dalle dirette televisive, dalle radio degli ultras, dai blog delle tifoserie, ha acceso come una fiamma in quella polveriera che sono i rapporti tra le forze dell’ordine e l’area più violenta degli stadi, prima e soprattutto dopo la morte dell’ispettore Filippo Raciti a Catania.

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L’illogica catena di errori, malintesi, confusione, silenzio e furbe manipolazioni – non degne di un governo trasparente, non coerenti con una polizia cristallina – ha trasformato la morte di Sandri in altro. L’ha declinata come morte “di calcio”, morte “per il calcio”. E’ diventata una “chiamata” per l’orgoglio tribale degli “ultras” che, incapaci di esaurire la loro identità nell’appartenenza a una passione, a vivere il calcio come una buona, adrenalinica emozione, hanno soltanto bisogno di odiare, di posare a “guerrieri”, di mimare la partita come protesta e come battaglia.

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GuerrigliaHanno bisogno di dividere il mondo in “amico” e “nemico” e devono avere – tutti insieme, amici e nemici – come nemico assoluto “le guardie”. Sono non più di settantamila in tutto il Paese e ieri, per la gran parte si sono presi, in un modo o in un altro, gli stadi. Li hanno “governati” o distrutti, come è accaduto a Bergamo, per bloccare le partite in segno di lutto come accadde dopo la morte di Filippo Raciti. Come se Raciti e Sandri fossero i “caduti” su fronti opposti di una allucinata “guerra”, dichiarata tanto tempo fa e ancora in corso, domenica dopo domenica, scontro dopo scontro, carica dopo carica [...]

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Forse non è sbagliato pensare a vietare del tutto le trasferte delle tifoserie, come già è stato episodicamente deciso. E’ di tutta evidenza che bande di “guerrieri” che attraversano il Paese per sostenere in trasferta la propria squadra con la voglia matta di aggredire il “nemico” non sono gestibili da nessuna polizia del mondo, a meno di non militarizzare una volta la settimana autostrade, stazioni ferroviarie e piazze. E’ un divieto che mortifica il Paese. E’ una sconfitta utile a evitarne di peggiori. In questa sventurata domenica non c’è chi non abbia già perso. Gabriele Sandri ha perso la vita. Il Viminale la faccia. Il mondo del calcio, per una decina di migliaia di fanatici, ancora una volta la credibilità.