Migrazioni: la memoria corta degli italiani

Per non dimenticare. Questo post è dedicato a tutti i “non sono razzista però” che affiorano a valanga. I dati sono tratti in prevalenza da un libro di Gian Antonio Stella (“L’orda: quando gli albanesi eravamo noi”). Il libro mi è stato segnalato da Claudio, che ringrazio. Pur essendo Stella un giornalista stimatissimo, soprattutto dopo aver scritto “La Casta”, questo libro precedente è stato di scarso successo. Perchè? Forse perchè La Casta è in grado di giustificare (anche se non era questo l’obiettivo) l’invettiva generalizzata, mentre “L’Orda” ci ricorda impietosamente “come eravamo”, e come in generale vorremmo che non ci fosse ricordato di essere stati.

 

 

 

“…volevamo braccia, sono arrivati uomini…” (Max Frisch)

Caseveneto_4 Nel 1961 c’era già il “miracolo italiano”, però nel ricco Veneto dei Gentilini alcuni stentavano a vederlo, il miracolo, persino da lontano. Ecco com’erano le case venete nel 1961

 

 

 

 

 

 

Analfabeti_3 Negli anni del miracolo, un italiano su 12 era totalmente analfabeta

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Esport_analf_ital L’Italia non ha esportato solo Enrico Fermi e Meucci: ha esportato principalmente masse di analfabeti.

 

Emigrazione_regioni Non è vero che i maggiori serbatoi di emigrazione siano state le regioni meridinali. I dati, separati dalle opinioni, raccontano un’altra storia. Friuli, Veneto e Lombardia hanno fornito più carne da emigrazione che Sicilia, Calabria e Campania.

 

 

Criminali_itausa Non è vero che abbiamo esportato solo piastrellisti, pizzaioli e contadini: abbiamo esportato fior di delinquenti, in quantità industriali. Questo è il numero di carcerati negli USA, solo per reati gravi, nel 1908.

 

 

 

 

Schio_famigliaSchio: prima del boom, la fame. Rara foto di una famiglia patriarcale contadina di Schio conservata alla Biblioteca Scledense. Da quelle campagne vicentine oggi operose e opulente partirono a decine di migliaia, andando incontro spesso a tragedie come quella raccontata in una lettera, raccolta da Emilio Franzina nel libro “Merica! Merica!”, da Bortolo Rosolen: “Il viaggio è stato molto pesante tanto che per mio consiglio non incontrerebbe tali tribolazioni neppure il mio cane che ho lasciato in Italia. (…) Piangendo li descriverò che dopo pochi giorni si ammalò tutti i miei figli e anche le donne. Noi che abbiamo condotto 11 figli nell’America ora siamo rimasti con 5, e gli altri li abbiamo perduti. Lascio a lei considerare quale e quanta fu la nostra disperazione che se avessi avuto il potere non sarei fermato in America neppure un’ora”.

 

Italiacason Veneto 1930: tracce di medioevo: nella foto dell’archivio del “Gazzettino”, marito e moglie davanti al loro “casòn”, l’abitazione tradizionale delle campagne venete. Siamo già nel 1930, il treno è stato inventato da 105 anni, il telegrafo da 79, il telefono da 74, il fax da 65, la metropolitana elettrica di Londra da 40, il cinema da 35, l’automobile Mercedes da 30, l’aereo da 27, la radio da 24. Eppure dal nostro paese partono altre 280 mila persone in un anno nonostante il freno del fascismo e nelle terre che diventeranno pochi decenni dopo la “locomotiva d’Italia” c’è chi vive ancora come nel medioevo. Poco è cambiato da quel 1877 in cui il municipio di Padova stimava che su 3187 case coloniche del circondario poco meno di un terzo erano casoni. Cioè: “Gabbie di legname a quattro pareti piane, collocate sopra muriccioli a secco, rifoderati da canne di sorgo turco, dentro e fuori spalmate di creta: superiormente un’intelaiatura di legno a forma di piramide, colle facce esterne intessute e coperte di strame o di paglia, un uscio che permetta l’entrata della gente e dentro l’angusto ambiente un focolare, cui sovrasta una qualsiasi via d’uscita per il fumo, una o due finestrelle, difese da impannate od anco da vetrate; pavimento la nuda terra”.

 

 

Italiascuola Scuole da terzo mondo – Nella foto di Tino Petrelli, una classe delle elementari di Africo (Reggio Calabria) nel 1948. Dicono i censimenti che nel 1951, tra gli abitanti con più di sei anni, erano ancora analfabeti 5.456.005 italiani, pari al 12,9% della popolazione. Una percentuale spaventosa (che saliva al 24% in una regione del Sud non particolarmente arretrata come la Puglia) e che sarebbe scesa molto lentamente all’8,3% nel 1961.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

TrogloditiI trogloditi di Mergellina – Nella foto scattata negli anni Sessanta, l’interno di una grotta abitata da alcune famiglie povere a Mergellina. Poco o niente era cambiato dal quel 1951 in cui il sindaco Achille Lauro aveva spiegato: “secondo calcoli molto attendibili e semmai errati in difetto a Napoli si alzano ogni mattina 80.000 persone che non sanno se e in che modo potranno sfamarsi nella giornata”. Il reddito italiano pro capite era allora di 235 dollari l’anno, contro i 1.453 degli Stati Uniti. Il meridione poi era così povero che il suo reddito medio (130 dollari) era inferiore a quello della Jugoslavia titina, che secondo la commissione parlamentare d’inchiesta del 1951 arrivava allora a 146.

 

Vucumpr Venditori di cianfrusaglie – Il banchetto carico di cianfrusaglie di due ambulanti italiani in Francia agli inizi del Novecento. Una foto che somiglia a troppe immagini di cinesi, arabi e africani scattate in questi ultimi anni e fa giustizia da sola di chi dice, come lo scrittore Rino Cammilleri, che “noi non siamo mai stati vu cumpra’”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Emigranti In navigazione verso l’odio – Nella foto Farabola, emigranti a bordo del “Principe di Udine” nel 1926. Alcuni avrebbero fatto fortuna, molti no. Tutti sarebbero stati accolti, in Australia come negli Usa, da forti ostilità. Un giornale di Melbourne del 1925 dedicato agli italiani, in gran parte veneti e piemontesi, titolava: “L’invasione delle pelli-oliva”

 

 

 

AlloggioUna stanza per dormire, lavorare, cucinare – Nella foto di Jacob Riis scattata a Bayard Street nel 1888, un gruppo di italiani ammucchiati in una sola stanza in un condominio di Bayard Street. Scriveva lo stesso Riis nel libro “Così vive l’altra metà”: “i rapporti di polizia che parlano di uomini e di donne che si uccidono cadendo dai tetti e dai davanzali delle finestre mentre dormono, annunciano che si avvicina l’epoca delle grandi sofferenze per la povera gente. È nel periodo caldo, quando la vita in casa diventa insopportabile per dover cucinare, dormire e lavorare tutti stipati in una piccola stanza, che gli edifici scoppiano, intolleranti di qualsiasi costrizione. Allora una vita strana e pittoresca si trasferisce sui tetti piatti. [...] Nelle soffocanti notti di luglio, quando quei casermoni sono come forni accesi, e i loro muri emanano il caldo assorbito di giorno, gli uomini e le donne si sdraiano in file irrequiete, ansanti, alla ricerca di un po’ di sonno, d’un po’ d’aria. Allora ogni camion per la strada, ogni scala di sicurezza stipata, diventa una camera da letto, preferibile a qualsiasi altro luogo all’interno della casa. [...] La vita nei caseggiati, in luglio e agosto, vuol dire la morte per un esercito di bambini piccoli che tutta la scienza dei medici è impotente a salvare”.

 

Noi oggi siamo capaci di indignarci quando veniamo le condizioni nelle quali vivono certi immigrati. Ci indignamo con loro, come se vivere in un porcile fosse una loro scelta. Raramente ci indignamo con noi stessi, che in queste condizioni li facciamo vivere. Ah… la memoria corta…

 

Fenicotteri“Fenicotteri” sfracellati al confine – Nella fotografia Judlin-Dalmas ripresa dal settimanale “Settimo giorno” del gennaio 1962, il salto della morte alle spalle di Ventimiglia dove la notte di capodanno del 1962 si era sfracellato Mario Trambusti, un giovane fiorentino che cercava di entrare clandestinamente in Francia. Era l’87° italiano morto esattamente in quel punto. E quel 1962 era l’anno in cui Dino Risi girava il film simbolo dell’Italia che si arricchiva: “Il sorpasso”

 

 

Orfani_di_frontiera Gli “orfani” della frontiera – Nella foto di “Tempo illustrato” n. 7 del 1971, alcuni figli di emigranti alla “casa del fanciullo” di Domodossola. Un orfanatrofio. Ma di 120 ospiti una novantina erano “orfani di frontiera” i cui genitori lavoravano in Svizzera ma avevano per legge il divieto di portare con loro la famiglia.

 

Emigranti_fila Sui sentieri dell’esodo illegale – Nella foto di Jack Le Cuziat, pubblicata dall’”Europeo” il 5-3-1963, una lunga fila di italiani che passano clandestinamente il confine con la Francia. I sentieri alpini erano battuti da secoli. Il 9-2-1958, sul “Giorno”, il grande Tommaso Besozzi aveva scritto che (“anche se il lettore stenterà a crederlo”), erano stati almeno diecimila dalla sola Calabria a varcare clandestinamente il confine nella seconda metà degli anni Cinquanta “con una lunga marcia sui nevai della Vasubie”. Per entrare in Francia bastava allora la carta d’identità ma “non potevano credere che gli uomini potessero andare da un paese all’altro con così poche formalità”.

 

Bordello1 La tratta delle bianche – La “tratta delle bianche” non è il titolo di un romanzo d’appendice. Il commercio internazionale di donne da avviare alla prostituzione nelle Americhe, in giro per l’Europa e perfino in Africa era a cavallo tra Ottocento e Novecento assai florido e vedeva gli italiani tra i protagonisti. Il fenomeno era così preoccupante che a Parigi nel 1902 fu organizzata addirittura una Conferenza cui l’Italia inviò come suo delegato Raniero Paulucci de Calboli. Il quale in un saggio sulla Nuova Antologia si scagliò furente, per esempio, contro certi loschi “uffici d’emigrazione” che facevano “tratta regolare di ragazze per l’Egitto” dove il console italiano aveva denunciato “il numero sempre crescente di uomini e donne italiane che vivevano con la prostituzione” e riferito che “alcuni speculatori appartenenti alla numerosa classe dei lenoni e degli sfruttatori di donne”, approfittando del disastroso terremoto del 1894 in Calabria “e della conseguente miseria di quei luoghi”, si disponevano “a indurre giovani donne e fanciulle calabresi a emigrare in Egitto colla speranza di essere collocate a servizio, ma in realtà per essere gettate nella malavita”.

 

Anastasia Mafia’s Brothers, con fratello prete – Nella foto i fratelli Anastasia, una delle tante famiglie mafiose italo-americane: da sinistra seduti Antonio (Tony), Giuseppe (Joe), don Salvatore, Umberto (Albert). In piedi Gerardo (a destra) e il nipote Antonio. Tony era il capo del potente sindacato dei portuali, Albert (destinato a morire falciato da una raffica di mitra mentre era dal barbiere) il creatore dell’Anonima Assassini. Don Salvatore, arrivato a New York dalla Calabria per raggiungere i fratelli dopo essersi fatto prete, giurò fino all’ultimo che non sapeva assolutamente nulla delle loro attività criminali: . “La tragedia della mia vita cominciò con un giornale deposto da una vecchia signora sui banchi della chiesa della Cromwell Avenue.” Era il Natale del 1950 e scoprì su quel quotidiano che la Commissione sul Crimine avrebbe interrogato “il ras della malavita newyorkese” Albert Anastasia: “Vidi nero, mi coprii di freddo e di sudore, un fiotto di sangue mi uscì dal naso; ho ripreso conoscenza il giorno dopo, mi tennero per ventiquattr’ore sotto la tenda a ossigeno”.

 

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ArandoraArandora Star: la strage ignorata – Nella foto, l’Arandora Star, un transatlantico da crociera sequestrato dalle autorità inglesi all’inizio del secondo conflitto mondiale. Fu qui che, dopo la dichiarazione di guerra da parte di Benito Mussolini, vennero caricati, con l’accusa di essere spie in servizio o potenziali, oltre 700 immigrati italiani in Inghilterra. Una retata vergognosa: moltissimi erano indifferenti alla politica, molti vivevano in Inghilterra da quarant’anni e avevano figli nell’esercito britannico, altri ancora erano addirittura antifascisti da anni in esilio o ebrei fuggiti dall’Italia dopo le leggi razziali del 1938. La nave, sulla quale erano stati concentrati anche 500 prigionieri tedeschi (tra i quali diversi antinazisti ed ebrei che avevano cercato rifugio oltre Manica) fu intercettata da un sottomarino tedesco il 2 luglio 1940, silurata e affondata. Gli italiani che sparirono tra i flutti, urlando disperati nel tentativo di superare le barriere di filo spinato stese sul ponte, furono 446. Ma sui giornali dell’epoca non uscì una riga. Il primo libro italiano sul tema, di Maria Serena Balestracci, è uscito nel 2002: 62 anni dopo l’ecatombe.

 

Linciaggio_neworleans New Orleans, eccidio in carcere – Una immagine del linciaggio di 11 italiani a New Orleans tratta dalla rivista Illustreted American del 4 aprile 1891 e ripubblicata da Richard Gambino nel libro “Vendetta” edito da Sperling & Kupfer nel 1975. Racconta Gambino che le mamme con i bambini in braccio si chinavano sui cadaveri per inzuppare i fazzoletti nel sangue come souvenir.

3 Risposte a “Migrazioni: la memoria corta degli italiani”

  1. triestino Dice:

    Stella e Buffa Giornalisti d’Assalto

    UNA CASTA DI GIORNALISTI.

    L’effetto Grillo, supportato da varia propaganda stampa, ha portato alla criminalizzazione della cosiddetta “casta” dei politici (denominazione ricavata da un best-seller del giornalista Gian Antonio Stella, che sarà uno dei due protagonisti di questo articolo) visti come dannosi per la società e quindi da eliminare. Cosa mettere al loro posto non si sa: dilettanti allo sbaraglio oppure filibustieri all’arrembaggio, tutte le ipotesi sono aperte. Noi, che ci dissociamo da questa operazione politica di antipolitica perché non può portare alcun bene al vivere civile, vogliamo invece evidenziare come in realtà esista anche un’altra “casta” (per parafrase la teoria stelliana): quella dei giornalisti che non sanno di cosa parlano (scrivono, in realtà) però questo non indifferente particolare non li esime dal parlarne ugualmente, e di conseguenza a sproposito, bufalando allegramente di qua e di là. Il problema è che, vista la generale disinformazione di chi legge i loro articoli, i loro spropositi passano spesso inosservati, e allora pensiamo di fare cosa utile proponendo alcune analisi di bufalismi di giornalisti generalmente ben quotati, cominciando proprio col solerte Gian Antonio Stella, il lodato autore della “Casta”.
    “La sintesi di Gian Antonio Stella, Corriere della Sera 14 ottobre, raccoglie luoghi comuni senza dar conto di cosa c’è sotto” ha scritto Maurizio Chierici su l’Unità 17/10/05 a proposito di un articolo di Stella sul Venezuela (Stella è uno dei giornalisti più anti-Chavez, in buona compagnia con Ciai della Repubblica e Nocioni di Liberazione), e la stessa analisi può adattarsi anche ad un altro articolo di Stella a proposito di “sacerdoti zelanti al servizio di Tito”, pubblicato dall’Arena di Pola (30/9/07).
    Leggiamo che “don Virgil Scec (sic: il cognome corretto è Šček, n.d.r.) “si era così appassionato alla causa nazionalista, spiega tra gli altri lo storico Raoul Pupo (autore di libri come Foibe e Il lungo esodo) da diventare leader dei cristiani schierati per il passaggio di tutte le terre istro-venete alla Repubblica titina. Al punto da venire coinvolto, a ragione o a torto, in un dossier inglese frutto di molteplici testimonianze sulle foibe di Basovizza dove qualcuno arrivò ad accusarlo di un’enormità: non aver voluto amministrare i sacramenti ad alcune persone “perché non ne valeva la pena”.
    Da questo breve pezzo possiamo dedurre che Stella si è liberamente ispirato a quanto scritto da Raoul Pupo nei suoi libri, che peraltro riportano correttamente il documento relativo a don Šček, solo che evidentemente Stella non si è peritato di leggerlo, altrimenti non avrebbe operato il miracolo della moltiplicazione delle testimonianze e delle foibe, visto che il “dossier” di cui parla riporta due sole testimonianze (tra cui quella di don Šček) in merito ad una foiba (sa Stella che la foiba di Basovizza è una sola?); inoltre sarebbe stato lo stesso Šček a dire che non aveva somministrato i sacramenti perché “non ne valeva la pena” (si suppone visto che le persone non furono giustiziate, come appare dal documento).
    Parafrasando Valerio Evangelisti, che disse di Stella che “della vicenda specifica, non sa una mazza, è chiaro. Tuttavia reputa opportuno occuparsi”, possiamo anche noi affermare che Stella di don Šček e delle questioni jugoslave “non sa una mazza” (che altro dire di qualcuno che definisce la Jugoslavia “Repubblica titina”?), però reputa opportuno di scrivere anche di quanto non conosce. Tanto, chi sarà mai a contraddirlo? .
    Un altro giornalista che vanta una carriera molto interessante (stando a quanto si legge in Internet, dovrebbe avere iniziato col Secolo d’Italia, proseguito con la Padania ed oggi collabora con Radio Radicale) è Dimitri Buffa, uno dei vari rappresentanti della crociata anti-islamica italiana. Proprio su Radio Radicale Buffa, che ha in comune con Stella l’attività di disinformazione sul Venezuela, ha dato un enorme spazio all’esponente dell’estrema destra anti-chavista Alejandro Peña Esclusa, appartenente alla loggia Tradizione famiglia e proprietà e definito, dall’emittente radicale “una promettente figura di politico latinoamericano che unisce l’esperienza politica alla solidità morale”. Definizione quantomeno curiosa dato che lo stesso Peña Esclusa sostiene che “i colpi di stato militari sono soluzioni legittime e auspicabili” e che “solo i militari sono capaci di garantire la democrazia”.
    Buffa ha in comune con Stella, oltre alla disinformazione sul Venezuela, anche quella sul confine orientale, infatti in un articolo apparso sulla Padania (1/4/01: Dossier sulle foibe “imbarazzo” rosso), scrive, a proposito della “foiba” di Basovizza:
    “Un documento allegato a un dossier sul comportamento delle truppe jugoslave nella Venezia Giulia durante l’invasione, dossier presentato dalla delegazione italiana alla conferenza di Parigi nel ‘41, descrive la tremenda via crucis delle vittime destinate ad essere precipitate nella voragine di Basovizza …”
    Un lettore attento (Buffa non lo è?) potrebbe chiedersi come sia possibile che ad una conferenza nel 1941 possa essere stato presentato un dossier relativo a fatti avvenuti nel 1945… cioè 4 anni dopo! Dato che la conferenza si svolse nel 1947, sembra logico pensare ad un errore di battitura: il problema è che l’errore non è attribuibile direttamente a Buffa, perché tutto il passo che tratta di Basovizza, nonostante egli (scorrettamente) non l’abbia virgolettato né ha detto da dove copiato, è in realtà una citazione evidentemente ripresa col sistema del “taglia/incolla” anche da molti altri siti in modo pedissequo, compreso l’errore ‘41. Tra essi:
    http://www.nntp.it/politica-pds/79398-foibe-8-foiba-di-basovizza-500-metri-cubi-di-resti-umani.html;
    http://www.israt.it/Israt/sportello/percorsi/morte_ipsia/morte-finale/nuova_pa4.htm;
    nonché http://briziop.interfree.it/storia/foibe.htm, dove troviamo l’articolo “Foibe un colpevole silenzio” di un certo Gian Carlo Colosso che dopo avere allegramente operato col “taglia/incolla” di cui sopra, riportando, oltre a varie citazioni (anche queste rigorosamente non virgolettate e senza l’indicazione della fonte) anche il pezzo in questione, ha avuto il coraggio di concludere: copyright G. C. Colosso Febbraio 2007 – tutti i diritti riservati.
    Ma i diritti di che? Di scopiazzatura?
    Per vedere da dove nasca l’errore originario andiamo al sito http://www.digilander.libero.it/lefoibe/basovizza.htm, dal quale rileviamo che la descrizione di Basovizza, che tanto successo ha avuto tra i navigatori foibologi e giornalisti d’assalto, è tratta dall’opuscolo di Marcello Lorenzini, pubblicato a Trieste nel 1994, intitolato “Le stragi delle Foibe – due presidenti a Basovizza”. Va specificato che nella versione cartacea risulta correttamente scritto 1947, solo che chi ha riportato il tutto nel sito ha preso il 7 per un 1 (magari lavorando di scanner succede…) e non si è accorto dell’errore, così come non se ne sono accorti tutti gli altri che hanno “taglia/incollato” il brano, a comprova che non sempre le persone ragionano su quanto leggono e spesso neppure leggono con attenzione quello che essi stessi scrivono.

  2. michele Dice:

    Non è vero che “l’orda” non ha avuto successo…è stato per settimane al primo a posto tra i più venduti anni fa. Soltanto che la gente pare si sia dimenticata tutto (non è di buon auspicio per la casta)

  3. Lesbiche Dice:

    Nice site you have!

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