Il Senatur ri-rirettifa: ora, come un pistola, parla di fucili

Agosto 26, 2007

Lotta di liberazione, il Nord ha le scatole piene di uno Stato delinquente” – “Potremmo tirare fuori i fucili”

PASSO SAN MARCO (Bergamo) – Umberto Bossi, Senatur, dai duemila metri del Passo San Marco in provincia di Bergamo, rilancia la battaglia sulle imposte. E lo fa usando toni minacciosi e frasi sopra le righe, nel corso della manifestazione che avvia la raccolta di firme per la protesta fiscale: “A loro interessano solo i nostri soldi – attacca, riferendosi al governo – i lombardi non hanno mai tirato fuori i fucili ma per farlo c’è sempre la prima volta”. Parole che, come prevedibile, suscitano una bufera nel mondo politico, con reazioni indignate del centrosinistra.

Le parole di Bossi. “Andremo in fondo – dice il numero uno leghista – non ci fermeremo a metà, costi quel che costi. La rivolta e la protesta fiscale sono parte della lotta di liberazione in atto perché il Nord ha le scatole piene di uno Stato delinquenziale”. E ancora: “Davanti alla rapina delinquenziale dell’estate che toglie la libertà, sappiamo come reagire ed arrivare al bersaglio. La protesta fiscale non è la fine del mondo ma una parte della lotta per la libertà”. E infine: “Se la Lombardia chiude i rubinetti l’Italia muore in cinque giorni perché vivono con i soldi dei lombardi. I lombardi non hanno mai tirato fuori i fucili ma per farlo c’è sempre la prima volta [...]

Segue l’abituale pisciatina fuori dal vaso dello statista Maurizio Gasparri

Maurizio Gasparri di An: “I fucili di Bossi sono verbali, con Prodi invece sono arrivati in Parlamento personaggi che hanno usato pistole vere nelle file del terrorismo; e nel suo schieramento ci sono consigliori come chi ha ordinato l’esecuzione di Calabresi. Per non dimenticare le esecuzioni politiche, come quella del generale Speciale decisa da Visco”.

 Le parole di Gasparri sono incommentabili (e quindi non le commento). Quelle del Senatur, che evidentemente deve aver subito qualche trauma irreparabile, mi tranquillizzano. Mentre infatti anni orsono voleva scendere a Roma coi “trecentomila” valligiani armati di mitra, adesso si accontenta di semplici fucili. Ancora due esternazioni e passeremo prima alle fionde, e finalmente alle scorregge, che forse sono più letali dei fucili di cui sopra.

Quanto allo statista della Garbatella, farebbe bene a ricordare di quando il suo fedele alleato patano straparlava di andare a stanare i fascisti uno per uno, dalle porcilaie. Ma il pensiero fisso dello Statista qual’è? la vittima Speciale. Un consiglio: perchè questa macchietta, se sa qualcosa di reati compiuti da Visco nei confronti di Speciale o di altri, anzichè ammorbare mezzo mondo, non corre alla più vicina Procura? Oltretutto, sarebbe un suo preciso dovere civico.


Il Senatur ri-rirettifa: ora, come un pistola, parla di fucili

Agosto 26, 2007

Lotta di liberazione, il Nord ha le scatole piene di uno Stato delinquente” – “Potremmo tirare fuori i fucili”

 

PASSO SAN MARCO (Bergamo) – Umberto Bossi, Senatur, dai duemila metri del Passo San Marco in provincia di Bergamo, rilancia la battaglia sulle imposte. E lo fa usando toni minacciosi e frasi sopra le righe, nel corso della manifestazione che avvia la raccolta di firme per la protesta fiscale: “A loro interessano solo i nostri soldi – attacca, riferendosi al governo – i lombardi non hanno mai tirato fuori i fucili ma per farlo c’è sempre la prima volta”. Parole che, come prevedibile, suscitano una bufera nel mondo politico, con reazioni indignate del centrosinistra.

 

Le parole di Bossi. “Andremo in fondo – dice il numero uno leghista – non ci fermeremo a metà, costi quel che costi. La rivolta e la protesta fiscale sono parte della lotta di liberazione in atto perché il Nord ha le scatole piene di uno Stato delinquenziale”. E ancora: “Davanti alla rapina delinquenziale dell’estate che toglie la libertà, sappiamo come reagire ed arrivare al bersaglio. La protesta fiscale non è la fine del mondo ma una parte della lotta per la libertà”. E infine: “Se la Lombardia chiude i rubinetti l’Italia muore in cinque giorni perché vivono con i soldi dei lombardi. I lombardi non hanno mai tirato fuori i fucili ma per farlo c’è sempre la prima volta [...]

 

Segue l’abituale pisciatina fuori dal vaso dello statista Maurizio Gasparri

 

Maurizio Gasparri di An: “I fucili di Bossi sono verbali, con Prodi invece sono arrivati in Parlamento personaggi che hanno usato pistole vere nelle file del terrorismo; e nel suo schieramento ci sono consigliori come chi ha ordinato l’esecuzione di Calabresi. Per non dimenticare le esecuzioni politiche, come quella del generale Speciale decisa da Visco”.

 

Le parole di Gasparri sono incommentabili (e quindi non le commento). Quelle del Senatur, che evidentemente deve aver subito qualche trauma irreparabile, mi tranquillizzano. Mentre infatti anni orsono voleva scendere a Roma coi “trecentomila” valligiani armati di mitra, adesso si accontenta di semplici fucili. Ancora due esternazioni e passeremo prima alle fionde, e finalmente alle scorregge, che forse sono più letali dei fucili di cui sopra.

Quanto allo statista della Garbatella, farebbe bene a ricordare di quando il suo fedele alleato patano straparlava di andare a stanare i fascisti uno per uno, dalle porcilaie. Ma il pensiero fisso dello Statista qual’è? la vittima Speciale. Un consiglio: perchè questa macchietta, se sa qualcosa di reati compiuti da Visco nei confronti di Speciale o di altri, anzichè ammorbare mezzo mondo, non corre alla più vicina Procura? Oltretutto, sarebbe un suo preciso dovere civico.


In morte di Bruno Trentin. Professione: Galantuomo

Agosto 24, 2007

 

Bruno_trentim Avremo tempo e modo di discutere, a riflettori spenti, se e quali corresponsabilità abbia Trentin in faccende controverse come la contingenza, o come la contrattualistica del lavoro in generale. Oggi è il giorno del ricordo, del rimpianto, del dolore. Bruno Trentin è una di quelle rare persone che ti fanno sposare un partito, che per decenni non riesci ad abbandonare per nessuna ragione al mondo.

Se proprio dovessi fare un parallelo con qualcuno, in termini di “empatia”, mi verrebbe in mente un nome solo: Enrico Berlinguer, anche se erano molto diversi nel cursus della vita: uomo di apparato Enrico, uomo dalle mille esperienze pre-politiche e professionali Trentin.

Quello che ai miei occhi li rendeva quasi fratelli gemelli era la serietà, la credibilità, quel saper parlare pochissimo e a bassa voce, quasi schivando le loro stesse parole. Quella capacità di ascoltare le opinioni degli altri, a volte molto al di sopra del loro merito.

Bruno era, come Enrico, un uomo che non ho mai visto ridere, ed ho visto raramente sorridere. Le rare volte in cui lo faceva, sorrideva con una certa pudicizia, quasi vergognandosene. Molti, per la innata incapacità di Bruno di stare “sopra le righe”, non hanno mai neanche sospettato il Trentin che studiava ad Harward (ma come, un comunista!), o quello che dal ‘43 al ‘46 (e cioè fra i 17 ed i 20 anni), ha combattuto contro le “repubbliche sbagliate”: contro Vichy in Francia, contro Salò in Italia. Ha militato nei gruppi di “Giustizia e Libertà”, nei quali ha avuto anche il comando di una sua brigata.

Bruno ha vissuto il periodo di massima visibilità (quello da segretario della CGIL) schivando, nei limiti del possibile, riflettori e telecamere. Ha vissuto gli anni successivi (dal ‘94 alla morte) in un cono d’ombra. E’ stato un uomo che ha dato a noi più di quanto non abbia ricevuto in cambio. Noi tutti, e la sinistra ufficiale in primo luogo, abbiamo lasciato che quest’uomo si spegnesse con un grosso carico di crediti nei nostri confronti. E questi crediti non li possiamo regolare soltanto dicendo “Bruno, ti abbiamo voluto bene”, ma lo diciamo lo stesso. Bruno ti abbiamo voluto bene.

Abbiamo tratto la breve biografia pubblicata di seguito dall’Unità, che è stato il giornale più tempestivo a mettere la notizia in prima pagina, e perchè è stato per anni il giornale del suo partito.

Bruno_trentin_1 Trentin si è spento per una polmonite resistente alla terapia antibiotica e per una febbre intrattabile, aggravata da una carenza immunitaria legata al grave trauma cranico subito un anno fa. Trentin è morto nel pomeriggio di oggi all’ospedale Gemelli. Ne danno notizia «con immenso dolore» la famiglia, la Cgil e i Democratici di sinistra.

Bruno Trentin, morto oggi a Roma all’età di 81 anni, era nato a Pavie (Francia), il 9 dicembre 1926. Laureato in giurisprudenza a Pavia (Italia), ha studiato anche presso la Harvard University, per poi tornare in Francia nel 1941, dove ha combattuto la Repubblica di Vichy. Dal 1943 al 1946 ha preso parte alla Resistenza, sia in Francia che in Italia, dove ha militato nelle formazioni partigiane di “Giustizia e Liberta” alla cui fondazione ha contribuito, assumendo nel 1944 il comando di una brigata.

Nel 1949 si è iscritto alla Cgil, iniziando a lavorare nell’Ufficio studi economici. L’anno dopo è entrato nel Partito comunista italiano, diventando membro del Comitato Centrale dal 1960 al 1973: con il Pci è stato eletto consigliere comunale a Roma (1960-1973) e deputato nazionale (1962-1972).

Nel sindacato è stato eletto vicesegretario nel 1958, mentre dal 1962 è stato segretario generale della Fiom, mantenendo l’incarico, assieme a quello di segretario generale della Federazione unitaria della metallurgia (Flm), fino al 1977. In quell’anno è diventato segretario confederale della Cgil nazionale.

Eletto segretario nazionale della Cgil il 29 novembre 1988, succedendo a Pizzinato, ha ricoperto l’incarico fino al 30 giugno 1994. Nel 1993 ha stipulato con Cisl e Uil lo storico accordo sulla politica dei redditi che pose termine al sistema della scala mobile.

Negli anni successivi Trentin ha assunto la responsabilità dell’Ufficio programma della Cgil, carica ricoperta fino all’elezione al Parlamento europeo nel giugno 1999. Nel Parlamento europeo è stato membro della Commissione per i problemi economici e monetari, membro sostituto della Commissione per l’occupazione e gli affari sociali, membro della Delegazione per le relazioni con il Consiglio legislativo palestinese.

Membro anche del Cnel (Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro), il 25 gennaio 2002 è stato eletto deputato nelle liste dei Democratici di Sinistra, divenendo presidente della Commissione nazionale per il Progetto. Ha scritto tre libri: Lavoro e libertà (1994), Il coraggio dell’utopia (1994), La città del lavoro (1997).

«Esprimo il dolore mio e di tutta la Cgil per la scomparsa di Bruno Trentin»: sono le parole del segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani, che lo ricorda come «protagonista» della storia della Cgil a cui, dice il leader sindacale, «lascia una lezione di grande rigore morale, coerenza e autonomia difese con intransigenza, di attenzione ai valori sociali e di difesa del valore della confederalità». «Bruno ha rappresentato in tutto il dopoguerra un punto di riferimento fondamentale nella lotta per la democrazia, l’uguaglianza sociale e per i diritti del mondo del lavoro. Si può dire che non c’è pagina nella storia della Cgil e del movimento sindacale italiano in cui non sia stato protagonista. Il piano per il lavoro, la programmazione economica, la centralità del Mezzogiorno, le lotte operaie dell’autunno caldo, la stagione del sindacato dei diritti, gli accordi fondamentali del ‘92 e del ‘93 lo hanno visto protagonista indiscusso», ricorda Epifani. Alla Cgil, aggiunge il numero uno dell’organizzazione sindacale, «Bruno lascia una lezione di grande rigore morale, coerenza e autonomia difese con intransigenza, di attenzione ai valori sociali e di difesa del valore della confederalità. A lui deve molto non solo la Cgil ma l’insieme del movimento dei lavoratori, le forze politiche del Paese e le altre organizzazioni sindacali verso le quali ebbe sempre una grande attenzione unitaria a partire dall’esperienza dei metalmeccanici» [...]

…Veltroni lo ha anche ricordato come «appassionato consigliere comunale di Roma. Bruno Trentin era una persona di grande curiosità e spessore intellettuale, aveva un tratto umano di eleganza e ironia, anche per questo lo ricordo con dispiacere e riconoscenza. Bruno Trentin non mancherà solo alla moglie Marcelle e alla figlia Antonella, cui va il più affettuoso cordoglio mio e di tutta la città di Roma, mancherà a tutto il Paese».


I Circoli virtuali di Michela Brambilla

Agosto 22, 2007

Telefoni silenti, indirizzi di altri partiti. Ma puoi iscriverti on line – La preferita del Cavaliere ha messo in subbuglio i colonnelli di Forza Italia

…bentornata a Concita De Gregorio, la cui penna al cianuro troppo spesso  e troppo a lungo si fa desiderare…

Repubblica di CONCITA DE GREGORIO

ROMA – La strepitosa foto di gruppo della nascita dell’ultimo partito Michela_coscialunga_brambilla politico italiano vede in primo piano Michela Vittoria Brambilla, madre quarantenne in tailleur. In collegamento telefonico Silvio Berlusconi, padre assente ancora impegnato in danze estive e imminente testimone di nozze della coppia Briatore-Gregoraci, già presidente del Consiglio. A sinistra Mariano Apicella, una volta parcheggiatore oggi cantautore personale dell’ex premier pronto “a comporre l’inno non appena Berlusconi mi dà il la”.

In fondo a destra, in una baita di Lorenzago, Bossi Tremonti Calderoli e Alemanno un pochettino perplessi. Fuori fuoco Ferdinando Adornato, che lui il partito l’aveva fondato per primo in primavera ma non se n’è accorto nessuno. Assenti gli altri alleati, evidentemente personaggi minori. Data dello scatto: 6 agosto 2007. Il giorno del compleanno di Fedele Confalonieri che nella foto non c’è, faceva festa coi suoi ma – certo al corrente del lieto evento – si sarà a suo modo sobriamente rallegrato così come ha fatto Marcello Dell’Utri: “E’ un partito in più, ci sta, non ci vedo niente di male”.

Ci sta, certo. Se non che il Partito della Libertà, nome e simbolo registrati alla Ue dalla “persona fisica Michela Vittoria Brambilla” lunedì 6 agosto, non è “un partito in più”: è – potrebbe diventare con un prossimo gioco di prestigio – “il partito”. E’ questo infatti il nome che Berlusconi da mesi sogna di dare al partito unico del centrodestra, l’arma con cui rispondere al Partito democratico. E’ il contenitore presunto della rivoluzione politica che Berlusconi ha concepito negli stessi mesi in cui ringiovaniva il guardaroba.Progettiamopozzuoli_carabinieri

Che la proprietaria sia Brambilla genera comprensibili irritazioni tra i forzisti di lungo corso, colonnelli e caporali, ma è anche questo un effetto calcolato: l’avvento di Brambilla, eroina del Foglio di Giuliano Ferrara (per lui solo MVB) ed editorialista di Libero, è la clava con cui il Cavaliere ha preso a sbarazzarsi di una nomenclatura ormai bolsa e inadatta. E’ la donna nuova, la sua creatura. Rapida e devota lei difatti spiega: “ho agito su mandato di Berlusconi, nome e simbolo sono a sua completa disposizione”. Sono suoi, di Silvio, ovviamente. Figuriamoci se Brambilla può lavorare politicamente in nome proprio: è tutta un’operazione orchestrata dal capo.

La storia del notaio è una cortina fumogena. Non è vero che Berlusconi sia andato a fondare il partito in segreto da un notaio amico. La notizia avrebbe fatto impazzire fan e detrattori: per il partito democratico un anno di calvario, per il partito della libertà un minuto dal notaio. No, non è andata così. Berlusconi ha mandato avanti, e già da mesi, Michela Vittoria: i circoli della libertà, la tv della libertà, il giornale della libertà. Lei in video, lei intervistata dai rotocalchi, lei che dice su Youtube “finché ci sarò io questo sarà un posto di gente libera”, ovazione in sala.

Clubdelleaquile_2 Del successo dei Circoli si parla moltissimo, sarebbero migliaia in Italia, centinaia per regione. Sul sito se ne rintraccia qualche foto: gruppi di quattro-sei persone davanti al simbolo con la banda tricolore. Nella realtà non si trovano così facilmente. Giorni fa un giornalista della redazione torinese di Repubblica è andato a cercare l’unico dotato di un indirizzo e del nome di un coordinatore. La sede è quella di An, al telefono non risponde nessuno. Neppure Laura Colombo, assistente di Brambilla e suo braccio destro nell’organizzazione, risponde al telefono. Bisogna ricorrere al web, siamo alla politica virtuale. Nel sito del circolo di Varese ci si può già iscrivere al partito, si scarica il modulo on line. Si pagano dieci euro con vaglia intestato alla “Segreteria del Partito della libertà”, viale Belforte 144, ogni un ulteriore contributo volontario è gradito. Valgono anche i fax. Al telefono squilli a vuoto.

Sono dettagli, certo. La realtà delle persone fisiche e delle sedi sono questioni minori. Quel che conta è che con protocollo numero 6203012 di “marchio comunitario” il nuovo partito del centrodestra unito sia già pronto. Ora basta solo informare gli alleati. Matteoli di An, per esempio, convinto ingenuamente che “per fare un partito insieme bisogna essere almeno in due e noi non siamo stati avvisati”.

Convincere gli scettici. Udc, Lega. Domare gli inquieti tra i forzisti. Adornato, per esempio, già prodigio neo forzista molto esibito dal Cavaliere ai tempi della conversione a destra, è dispiaciuto che “una professionista dell’anti-casta” come Brambilla faccia il bello e il cattivo tempo. “Io il marchio l’ho registrato in primavera presso i competenti uffici italiani”, era arrivato prima lui. Ma anche queste sono scaramucce, ora che arriva settembre e tutti tornano a casa dal Billionaire non ci vorrà niente a Berlusconi per convincere tutti che Brambilla è una grande risorsa, che porta a casa i voti degli scontenti e dei demotivati della politica, draga soprattutto fra i para leghisti del Nord Est quei voti che sono mancati alle ultime elezioni. Maranonapoli

La ragazza fa il suo show, impiega le sue energie che sono molte, ha detto Berlusconi a Crosetto ed altri forzisti che sono andati a trovarlo in Sardegna. I segretari e i colonnelli stanno a Roma, fanno un altro mestiere, tranquilli. Poi toccherà a Michela Vittoria, da oggi ufficialmente prima donna della destra nonché madre della creatura. Potrebbero non prenderla bene Bartolini e Santanché, ma si capisce che nemmeno questo è un problema. Lei non è il genere che si scoraggia.

I cafoni la chiamano “trota salmonata” per via del fatto che è rossa di capelli ed esporta pesce. I siti internet ne pubblicano la foto dove si vede una calza autoreggente: ignorano che indossa solo quelle, le ferma con lo smalto quando si smagliano essendo persona pratica. A diciott’anni Miss Romagna, da ragazza testimonial della Omsa, “ero un manichino vivente per la biancheria intima: sono una taglia seconda perfetta”, spiegò a Sabelli Fioretti in era prepolitica, 2004.

A nove anni ha avuto in dono per Natale una leonessa (vera) dal papà imprenditore (trafilati di acciaio) che la mandava in giro con la scorta per paura dei rapimenti. Paure più recenti sue proprie non si rintracciano. Vive a Calolziocorte, Lecco, in una dimora in grado di ospitare 14 cani 24 gatti 7 capre 2 asini 4 cavalli 300 piccioni e 3 galline oltre ad un compagno di nome Eros ed un figlio di due anni. Si è laureata in filosofia, suona il piano. Trova che “la coerenza non sia un valore e che l’opportunismo sia a volte necessario per sopravvivere”. Il partito c’è già: è suo e di Silvio. Fini Casini e Bossi se credono si accomodino. Divano bianco, naturalmente.

Trieste Anch’io ho fatto il mio esperimento: ho provato ad iscrivermi ad uno dei 5000 “circolodellaliberta”. Ho chiamato il “Numero Verde” nazionale: 800.94.94.11. Risposta al primo squillo (o alla prima squillo?). “Signorina, vorrei iscrivermi, può darmi l’indirizzo e il telefono del circolodellaliberta del mio paese?  Spelling del nome del paese, niente circolo. Può darmi quello del circolo più vicino? Nuovo spelling, imbarazzo, guardi non saprei non conosco bene la zona… Cazzo, ma non esistono i database fondati su CAP? In compenso c’è un circolo nella più vicina città capoluogo di provincia (Monza). Niente telefono fisso, solo il cellulare della PRESIDENTE, tale Lucia Motta Confalonieri. Con questo doppio cognome, pesante quasi come Michela Vittoria Brambilla, come Marco Trochetti Provera, come Letizia Arnabolfi Brichetto Moratti, che mestiere avrebbe potuto fare, se non il Presidente del circolodellaliberta di Monza?


I meriti del ministro ultimo in classifica

Agosto 20, 2007

di EUGENIO SCALFARI – Repubblica

LE Borse hanno tirato un respiro di sollievo quando, pochi minuti prima dell’apertura di Wall Street, la Fed con una decisione improvvisa ha annunciato la riduzione di mezzo punto del tasso ufficiale di sconto. In quel momento le piazze europee che avevano già perso il 3 per cento hanno invertito di colpo la tendenza mentre Tokyo aveva già chiuso le contrattazioni con oltre il 5 per cento di perdita.

Applausi a Bernanke, presidente della Federal Reserve, con qualche riflessione aggiuntiva: un intervento così inatteso suonava come conferma che il ciclone della crisi era assai più gravido di tempesta di quanto gli inviti alla calma delle autorità monetarie lasciassero immaginare.

L’appuntamento è dunque per la riapertura dei mercati di domani e dei giorni che seguiranno, ma un punto è chiaro fin d’ora: le autorità monetarie hanno messo in campo tutti i mezzi che avevano a disposizione. Altri non ne hanno. La manovra del tasso di sconto è il classico strumento che si può usare una sola volta; ripeterlo a breve distanza di tempo sarebbe tecnicamente impossibile. Altri strumenti di natura monetaria non esistono salvo quello di non far mancare la liquidità necessaria alle banche. Sicché, da questo momento in poi, la parola passa alla politica economica dei governi e in particolare a quello americano. Deve evitare che flettano i consumi e quindi la domanda globale.

Il sostegno della domanda è a questo punto della situazione il problema comune di tutte le economie europee. Ma con caratteristiche diverse da quella americana. Nel nostro continente infatti la leva per sostenere la domanda e la crescita del reddito consiste principalmente nel rilancio degli investimenti.

È lì dunque che le politiche economiche dei vari Paesi dovranno concentrarsi. Investimenti capaci di accrescere occupazione, quindi nuovi e maggiori redditi, quindi stabile sostegno anche ai consumi. Questo è il principale obiettivo dei Paesi europei e dell’Italia in particolare.

* * *

Il nostro ministro dell’Economia, che aveva da tempo messo in allarme le banche e gli operatori finanziari sui prestiti troppo facili e sui rischi dei contratti “derivati”, ha ben chiara la via da seguire: destinare agli investimenti tutte le risorse disponibili (poche purtroppo) e quelle aggiuntive che si potranno reperire da possibili economie.

Da luglio è entrata in funzione la riduzione di tre punti del cuneo fiscale. Tre punti equivalgono a 45 miliardi di euro di minori imposte sul lavoro. Su questo provvedimento fu concentrata la campagna elettorale del 2006; le risorse necessarie furono allocate nella legge finanziaria del 2007, nell’ambito di quella manovra che è stata messa alla gogna da tutte le categorie e da tutte le corporazioni e che ora rivela i suoi pregi di fondo.

Ci troviamo infatti a disporre di uno strumento già operativo che consente alle imprese italiane di effettuare investimenti aggiuntivi, finanziati da un consistente risparmio fiscale.

L’opposizione ha negato ogni validità alla finanziaria 2007, l’opinione pubblica ha in gran parte aderito a queste critiche, la sinistra radicale, all’interno della maggioranza di governo, ha contestato gli “eccessivi” sgravi in favore delle imprese e il circuito mediatico ha – salvo rare eccezioni – amplificato quest’umore negativo.

Si vede ora quanto fossero ingiuste le critiche. Se la riduzione del cuneo non fosse stata inserita nella tanto sbeffeggiata legge finanziaria e non fosse stata difesa con cocciuta tenacia, noi dovremmo oggi affrontare lo “tsunami” della crisi mondiale senza alcuno strumento di pronto impiego. La popolarità di Padoa-Schioppa ha viaggiato per un anno al livello più basso nei sondaggi di gradimento dei membri del governo, abbinata al disfavore generale riservato al presidente del Consiglio. Poiché questi giudizi sono stati in gran parte formulati o condivisi da persone di buona fede, evidentemente poco o male informate, è auspicabile che siano rettificati come meritano di essere.

* * *

Il bilancio degli investimenti privati dipende tuttavia dalle decisioni degli imprenditori; i provvedimenti di detassazione già operativi potrebbero essere parzialmente o totalmente non utilizzati se dovesse verificarsi un rallentamento dei consumi o se la crisi di fiducia tuttora esistente sui mercati finanziari dovesse trasferirsi all’economia reale.

Per parare l’eventuale verificarsi di quest’ipotesi negativa o per affiancare con ulteriore impulso il rilancio degli investimenti privati è dunque indispensabile una robusta espansione dell’investimento pubblico. Negli anni scorsi questa voce della spesa corrente è stata sistematicamente sacrificata. Ora è venuto il momento di capovolgere la tendenza e adottare la politica opposta privilegiando la spesa per investimenti rispetto a tutte le altre voci.
Purtroppo ci sono limiti non valicabili nel bilancio dello Stato e della pubblica amministrazione, ai quali ancora ieri la Commissione di Bruxelles ci ha richiamato.
Questi limiti derivano innanzitutto dall’altezza del nostro debito pubblico e anche dalla lentezza nella crescita del prodotto interno. Il ministro dell’Economia ha più volte dichiarato che i suddetti limiti debbono essere rispettati e che i saldi previsti nel Documento di programmazione per il 2008 – approvato dal Parlamento – saranno in ogni caso rispettati.
Riteniamo che il ministro dell’Economia non debba esser lasciato solo a difendere quest’impostazione di rigore finanziario; tuttavia egli dispone di un margine discrezionale che si è guadagnato proprio abbassando in misura consistente il rapporto deficit/Pil dal 4 per cento ereditato dal precedente governo al 2,3 all’inizio del 2007.

Padoa-Schioppa ha già fatto presente al Consiglio dei ministri dell’Unione europea e alla Commissione di Bruxelles che gli impegni assunti dall’Italia erano stati rispettati in anticipo dalle congiunte manovre finanziarie del 2006-2007; rispettati più del dovuto e che dunque esisteva per il nostro governo un margine di discrezionalità utilizzabile per il rilancio dell’economia.

A quanto ammonta oggi quel margine? E a quanto ammonta l’avanzo primario del bilancio che il passato governo aveva interamente dissipato? Rivolgo queste due domande al ministro dell’Economia perché le reputo essenziali ai fini del rispetto dei vincoli di fronte all’Europa.

Se il nostro avanzo primario fotografato ad oggi fosse del 3 per cento, significa un ammontare di 45 miliardi di euro. Se il margine di discrezionalità rispetto ai parametri del patto di stabilità si potessero fissare al 2,8 ciò significa un margine di mezzo punto di Pil, sette miliardi e mezzo di euro. Se la crescita delle entrate fiscali…

Insomma: qual è l’ampiezza di manovra a disposizione del ministro dell’Economia, tenendo presente che fino a ieri si discuteva di questi problemi in condizioni di normalità economica internazionale mentre oggi se ne discute in piena crisi di fiducia dei mercati e con la necessità di puntare sulla crescita delle economie reali?

Se le autorità monetarie internazionali non dispongono di altri strumenti al di là di quelli che hanno finora egregiamente usato, occorre che le autorità preposte alla guida dell’economia reale dell’Unione europea si diano carico di quanto è accaduto e di quanto può ancora accadere se la crescita non sarà adeguatamente sostenuta. La Francia di Sarkozy ha già messo le mani avanti in proposito. Non si vede perché l’Italia non dovrebbe fare altrettanto pur restando nell’ambito delle compatibilità sostanziali.

* * *

L’insieme di questi problemi rimbalzerà inevitabilmente sui rapporti tra le forze politiche all’interno della maggioranza. In particolare all’interno del nascituro Partito democratico e – nel governo – tra riformisti e sinistra radicale.

Molte delle polemiche di questa declinante estate sono ormai svuotate di contenuto. In primo luogo quelle sul grande centro, su eventuali governi interinali, sulle alleanze di “nuovo conio”. Immaginare scenari del genere in una situazione ancora all’ombra d’una crisi economica di dimensioni planetarie è assurdo e non proponibile.

Altrettanto fuori tempo appaiono le geremiadi della sinistra radicale sul tema delle pensioni e dell’eventuale voto contrario quando il lodo governo-sindacati arriverà in Parlamento insieme alla nuova legge finanziaria del 2008.

Se il tema di oggi è di realizzare al massimo compatibile la crescita dell’economia reale, l’attenzione delle forze politiche di maggioranza deve unitariamente concentrarsi su quei due aggettivi: crescita massima e crescita compatibile. Per realizzarli occorre mobilitare l’opinione pubblica, i lavoratori, gli imprenditori, i contribuenti. Ho scritto domenica scorsa che non è più tempo di strappi e di tiro alla fune.

Confermo. Non è più tempo di esercizi di patetica visibilità. La partita è molto più impegnativa e richiede a tutti lucidità e compattezza di intenti.


Quando è il passante che morde il cane

Agosto 18, 2007

Questa è la notizia, riportata dai giornali d’oggi:

“VERONA – Ancora una strage sulle strade e ancora una volta sono l’alcol e la droga le cause principali. Due ragazzi di 22 e 25 anni, hanno perso la vita nel veronese dopo che la loro Fiat Punto è stata centrata da una Mercedes classe A guidata da una donna. L’etilometro ha rivelato che aveva nel sangue una quantità d’alcol quattro volte il limite di legge (0,5 grammi per litro). Inoltre è anche stata trovata positiva alla cocaina. Un risultato che ha fatto scattare subito nei suoi confronti la denuncia per omicidio colposo e guida in stato di ebbrezza.

La tragedia è avvenuta la scorsa notte sulla strada regionale 11, a San Bonifacio. Claudio Bignotto, 22 anni, di Soave, e Osama Alsahi, 25 anni, un suo amico siriano che lo aveva raggiunto per qualche giorno in ferie, stavano tornando a casa. Improvvisamente, in senso contrario, è piombata su di loro la Mercedes classe A di una 32enne veronese. La vettura aveva precedentemente tamponato un’altra auto, quindi lo schianto sulla Punto. La dinamica esatta dell’incidente è ancora al vaglio dei carabinieri di San Bonifacio.

In seguito all’urto la Punto con i due ragazzi è finita fuori strada, nel torrente Alpone, quasi in secca. Bignotto è deceduto all’istante, Alsahi poco dopo l’arrivo dei soccorritori. La conducente della Mercedes, è rimasta leggermente ferita.

Questa la notizia, nella sua burocratica descrizione. La cosa “unusual” è che i morti sono un ragazzo italiano, e un siriano, dunque extracomunitario, quindi quasi certamente, secondo la vulgata di certi nostri frequentatori, clandestino, drogato o almeno spacciatore.

La responsabile dell’uccisione, ubriaca e drogata, è invece una brava ragazza nostrana si 32 anni, dotata di Mercedes (sia pure della Mercedes dei “poveri”, la Classe A), e quindi per definizione era una brava ragazza, onesta, lavoratrice, rispettosa delle leggi, e forse persino timorata di Dio. Ora attendiamo con ansia i commenti dei vari sceriffi di cui si stanno riempiendo quelle zone. Quasi certamente lo sceriffo Gentilini ci spiegherà che se il ragazzo siriano se ne fosse rimasto a Damasco, senza venire a rompere i coglioni in Italia, a quest’ora non sarebbe morto, e non avrebbe messo nei guai una brava ragazza di Verona.


…quando emigrano gli italiani… (Duisburg)

Agosto 16, 2007

Per non titolare, per l’ennesima volta, “Italiana brava ggente”. Per far capire (impresa disperata) ai Gentilini e ai Calderoli che non tutti gli italiani sono “brava ggente”, esattamente così come non tutti gli immigrati in Italia sono spacciatori e puttane. Impresa disperata, ma non dobbiamo mai smettere di provarci.

Repubblica Duisburg, la strage di Ferragosto – Sei italiani vittime della faida di San Luca – Le vittime erano calabresi, un minore e gli altri tra i 20 e 39 anni. A sparare sarebbero state almeno due persone armate di fucili. Oltre 70 bossoli ritrovati sul luogo del massacro, di fronte al ristorante “Da Bruno”. Uno dei sei uccisi era lo chef-proprietario, da vent’anni viveva in Germania

Duisburg_strage DUISBURG (Germania) – Una strage feroce, senza precedenti. Sei italiani sono stati uccisi a colpi di fucile davanti a un ristorante, nei dintorni della stazione della città tedesca di Duisburg. Sono sicuramente vittime della faida di San Luca, una delle più sanguinose guerre tra cosche rivali della ‘ndrangheta.

Avevano appena festeggiato il diciottesimo compleanno di uno di loro, Tommaso Venturi, nel ristorante “Da Bruno”, di proprietà della famiglia Strangio. Tra dieci giorni avrebbe compiuto 18 anni un’altra delle vittime, F.G., un ragazzo della famiglia Giorgi. Gli altri uccisi sono: Francesco e Marco Pergola, rispettivamente di 22 e 20 anni, Marco Marmo, di 25 anni, Sebastiano Strangio, di 39 anni.

Sono tutti nati a Locri (al cui ospedale vanno a partorire le donne di San Luca), tranne Tommaso Venturi, nato in Germania: tre di loro abitavano in Germania. Marco Marmo fino a sabato era a Reggio Calabria: proprio quel giorno era stato in questura dove gli era stato notificato un avviso orale, misura preventiva per la possibilità che l’uomo, vicino alla cosca Vottari, potesse essere coinvolto nella faida con gli Strangio-Nirta. Una delle ipotesi che gli investigatori stanno valutando è che fosse lui il principale obiettivo della strage. La ricostruzione è però complessa: ci sono membri della famiglia Strangio in entrambe le cosche rivali e c’è un ramo con quel cognome che invece è totalmente estraneo.

Sebastiano Strangio era lo chef-proprietario del ristorante, da vent’anni lavorava a Duisburg. Non è escluso che sia stato ammazzato per essersi trovato in compagnia della gente sbagliata.

I sei dovevano credere di essere al sicuro, erano disarmati. Il commando dei sicari sarebbe partito direttamente dalla Calabria e a sparare sono stati almeno in due, armati di fucili: sul posto sono stati rinvenuti settanta bossoli [...]

Duisburg è oggi una città sconvolta. Fiori e bigliettini (in uno c’è scritto: perché?) sono stati portati sul luogo della strage. All’interno del locale ci sono le foto in cui Sebastiano Strangio è ritratto insieme a personaggi dello spettacolo. Il suo era considerato uno dei ristoranti italiani migliori della Germania. Nel menu è evidente l’origine del proprietario: gamberoni alla
calabrese (22 euro e 50), filetto di orata alla calabrese (20 euro 50), involtini di carne alla calabrese (16 euro).

Increduli passanti e curiosi si fermano di continuo davanti alle vetrine del locale. Una signora tedesca, scioccata per quello che è accaduto, dice: “Nessuno poteva immaginare che un ristorante elegante e di alta qualità come ‘Da Bruno’ potesse essere teatro di una carneficina del genere”.

ROMA – “La ‘ndrangheta si conferma l’attore criminale più competitivo e quello in grado di esprimere le maggiori potenzialità eversive ed è ramificata nei Paesi centrali dell’Europa: Germania, Olanda, Francia e Belgio”. E’ il rapporto del Sisde, nella relazione presentata al Governo ai primi di agosto, rilanciato dall’agenzia AGI. “Il modello orizzontale – scrivono i nostri 007 – che prevede la piena autonomia delle cosche nei territori di rispettiva competenza, accresce le opportunità di penetrazione del tessuto socio-economico di riferimento, causando simultaneamente anche tensioni tra leader concorrenti nella stessa area”.

Le ramificazioni all’estero. “Le aggregazioni calabresi tendono a concentrarsi dove l’emigrazione è più cospicua e radicata, così da conservare la propria forza intimidatoria per penetrare il locale tessuto economico e finanziario. Consistenti risultano le presenze in Germania, Francia, Belgio, Olanda, nei Balcani (ove vantano solidi rapporti con la criminalità locale, in particolare albanese) e nell’Est europeo, nonchè in Sud America, in ragione di consolidate relazioni con i gruppi produttori e trafficanti di cocaina”.


Lost and found: Francesca Bentivoglio

Agosto 13, 2007

Francesca_bentivoglioLe settimane centrali di agosto, in casa nostra, sono riservate ai lavori inutili: alleggerire la cantina, ripulire il ripostiglio dalle cose inutili… quest’anno mi sto dedicando alla trascrizione dei miei VHS su DVD, prima che i nastri marciscano o si incollino, come mi è già capitato. Dunque, facendo questo lavoro, mi sono ritrovato fra le mani la cassetta dedicata ad una ragazzina che ho amato (in senso figurato) per due anni, e che poi, così com’era apparsa nella mia vita, è sparita in un anno.

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Una premessa: a Milano si disputa, da oltre 40 anni, uno dei più importanti tornei mondiali di tennis under 16. Tanto importante, che da questo torneo hanno spiccato il volo personcine come Barazzutti, Borg, Lendl, Cash, Edberg, Ivanisevic, Martinez, Capriati, Hingis, Fernandez (e scusate se è poco). Io cercavo di frequentarlo, perché si vedeva del tennis sorprendente e pulito. Un giorno arrivo al Club durante la pausa pranzo (luglio 1992, 32 gradi), e in un campo secondario gioca, contro una specie di armadio vikingo, un fuscello di ragazzina che sarà stata sui 35 chili. In campo c’erano le due giocatrici, un arbitro raccattato, niente giudici di linea, niente raccattapalle, e gli spettatori: UNO, io. Il fuscello era Francesca Bentivoglio, di anni 15, mai sentita nominare. Eppure qualcosa di buono aveva già fatto. Due anni prima, a 13 anni, aveva vinto negli Stati Uniti il campionato mondiale under 14, noto come “Orange Bowl”. L’anno prima, a 14 anni, si era ripetuta in doppio, ed aveva vinto in singolare la Continental Cup, battendo in finale un’altra ragazzina italiana, figlia d’arte: la Canepi.

.Jananovotna

Francesca, nei rari passaggi a vuoto, in mancanza di meglio mi guardava, quasi implorando un sostegno psicologico. Io non ho potuto vedere la partita fino alla fine, e non so come sia finita, perché la mia ricreazione era giunta al termine, e i giornali parlavano solo di calcio; qualche volta mettevano due righe sul tennis adulto nelle “brevi” di sport, quindi di questa ragazzina non ho più sentito parlare.

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Fino all’anno successivo, maggio 1993, quando mi sono concesso la mia scappatella romana per vedere gli internazionali al foro italico. Con grande sorpresa, trovo che nel tabellone principale c’era la mia Francesca. Ma come cacchio c’era arrivata? Non solo non aveva la classifica per entrare nel tabellone principale, ma neanche quella per entrare nel torneo di qualificazione. Aveva avuto una wild-card per il torneo di qualificazione, che aveva superato, battendo, una dopo l’altra, due giocatrici che erano ben più avanti di lei in classifica (lei era solo n° 329 al mondo!): la Habsudova e la Krizan. Nel tabellone principale, come spetta a quelle che vengono dalle qualificazioni, si era trovata davanti un corridoio irto di insidie e di… teste di serie. Praticamente una linea Maginot. Ma Francesca non viene da un posto qualsiasi d’Italia: viene da quel faentino che ha già dato al tennis italiano una caterva di numeri uno (Andrea Gaudenzi, Raffaella Reggi, Sandra Cecchini), tutti specialisti nel considerare una palla “finita” solo quando la vedono terminare in tribuna.

.Zvereva93

Al primo turno incontra e batte con irridente facilità un “cardensun” olandese di nome Bollegraf. Al secondo turno, sembra che sia arrivata a fine corsa: sulla sua strada c’è Jana Novotna, numero 9 al mondo, finalista di Wimbledon, e quant’altro. La batte, in due set: 7/5 7/6.

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Al terzo turno, ancora un incontro proibitivo: la bielorussa Natasha Zvereva, numero 22, ma che qualche anno prima era stata anche la n° 5 del mondo, e che è un grandissima doppista e giocatrice di volo, tanto da aver vinto, in coppia con Gigi Fernandez, sia il Roland Garros che Wimbledon. La batte, in una partita di quasi tre ore, che termina a mezzanotte.

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Il giorno dopo le tocca la Gabriela Sabatini, e qui arriva veramente al capolinea, ma con grande onore. La bella Gabriela è n° 5 al mondo, ha un grande feeling col torneo romano, che ha già dominato 4 volte, ed anche col pubblico, che la adora, e che non è più compattamente schierato con la piccola Francesca. Anche Gabriela ha tanti fans. E poi, la minuscola Francesca ha fatto 6 partite in 6 giorni. Sei maratone. L’ultima, di tre ore, è finita a mezzanotte del giorno prima. Gabriela non ha giocato ovviamente le qualificazioni, non ha giocato il primo turno (c’è un “bye” per le prime otto), e non gioca da due giorni. Francesca esce con grande onore dal torneo: ha raggiunto i quarti, ha battuto due top-ten, farà un salto in classifica dal n° 329 al n° 73. Ed ha solo 16 anni. Ci sono le premesse per una grande carriera.

.Gabriela_sabatini

Invece, sparisce. Di lei si perdono le tracce. Invano su Internet si tenterebbe di trovare una sua foto. La cosa è talmente clamorosa, che persino sul sito ufficiale della WTA (Women’s Tennis Association) si scatena un forum sul perché sia sparita. Lascia il tennis. Si avanzano le idee più strampalate. Le più gettonate:

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-a) una eccessiva pressione da parte dei genitori. Balle. Al Torneo dell’Avvenire, era l’unica che giocava senza la presenza di un folto stuolo di mamme, padri, coaches, tifosi. Era sola. Era sola anche a Roma.

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-b) Aveva “paura di volare”: balle. Aveva“ volato, in tutti i sensi, negli USA dai 13 ai 16 anni.

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La verità è molto più semplice, e molto più bella: Francesca voleva una vita normale, e voleva privilegiare lo studio rispetto al tennis; l’anno dopo avrebbe avuto la Maturità Scientifica, che voleva preparare bene, e poi voleva fare (ed ha fatto) medicina, specializzazione in Ginecologia, come suo padre. Sapeva che lo studio serio e lo sport serio erano inconciliabili. Ha scelto lo studio, lasciandoci orfani del suo talento e della sua grazia semplice.

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L’orrenda foto (orrenda dal punto di vista qualitativo) che correda questo post è tratta da un fotogramma di una registrazione VHS di una sua partita. Se per caso Francesca dovesse imbattersi in questo post, la preghiamo di contattarci, e di raccontarci la sua vera storia, di prima mano. Noi, da parte nostra, ci impegniamo a mettere su Videobanca, nei prossimi giorni, gli ultimi 10 minuti dei suoi sets contro i mostri sacri che ha incontrato e battuto a Roma, Maggio 1993, anni 16.

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http://www.wtaworld.com/showthread.php?t=278978


Ferrari against McLaren – Mercedes

Agosto 10, 2007

Verdict that falls short of satisfying anyone – Decision was an elegant device to escape from a potentially tricky situation, writes Alan Henry

Friday July 27, 2007 – The Guardian

Yesterday’s verdict of the FIA world motor sport council satisfied neither of the two key protagonists involved in an increasingly acrimonious argument. It left the Ferrari team infuriated after their key rivals McLaren escaped apparently without sanction. On the other hand, it was clear that McLaren had been granted only conditional absolution after it was established that they had been in possession of confidential Ferrari drawings and technical data.
Sir Jackie Stewart felt the verdict was unsatisfactory. “In truth I would have to say that I am sorry this whole issue ever arose,” said the retired triple formula one world champion. “I think it is most unfortunate for McLaren that the verdict was not one of not guilty but what amounted to an acquittal on the grounds of insufficient evidence.” Verdict that falls short of satisfying anyone. The decision was an elegant device to escape from a potentially tricky situation, writes Alan Henry

Yesterday’s verdict of the FIA world motor sport council satisfied neither of the two key protagonists involved in an increasingly acrimonious argument. It left the Ferrari team infuriated after their key rivals McLaren escaped apparently without sanction. On the other hand, it was clear that McLaren had been granted only conditional absolution after it was established that they had been in possession of confidential Ferrari drawings and technical data.
Sir Jackie Stewart felt the verdict was unsatisfactory. “In truth I would have to say that I am sorry this whole issue ever arose,” said the retired triple formula one world champion. “I think it is most unfortunate for McLaren that the verdict was not one of not guilty but what amounted to an acquittal on the grounds of insufficient evidence.” If new evidence were to emerge to suggest that they have in fact used technical information acquired by their disgraced chief designer, Mike Coughlan, then they could find themselves back in front of the FIA world motor sport council facing the prospect of being disqualified not only from this year’s world championship but next year’s too.
On the face of it yesterday’s decision not to apply a penalty to the McLaren team was an elegant device to escape from a potentially very tricky situation. Had McLaren been excluded from the 2007 world championship, or even suspended from a few races, the commercial damage that might have been done to one of the sport’s highest profile, blue chip operations would have been incalculable.

Under the circumstances, and bearing in mind that the threshold of proof required to convict McLaren was extremely high, the FIA erred on the side of caution and decided not to apply the most draconian penalty at its disposal.

Stewart added: “Personally I think the whole affair has been extremely negative for formula one but, having said that, I would have to say that I believe Ron [Dennis] when he says that none of the information illegally acquired found its way into the McLaren factory.

“At the end of the day we know that the chief executive and senior management are responsible for their employees under the rules of corporate governance but, if one individual is operating independently outside his own remit, then it is right that such clandestine behaviour should be punished on an individual basis.”

Certainly yesterday’s FIA verdict, for all the outcry from Ferrari, will be interpreted by many observers as proving beyond doubt that the sport’s governing body in no way shows partiality towards the famous Italian team, as has been alleged by many observers in the past.

More crucially, however, it will stir the enduring rivalry and resentment which has existed between McLaren and Ferrari for much of the past decade, part of which is the result of ingrained professional jealousy and part down to the historic reality that both teams have been implacable, wheel-to-wheel rivals for much of that time.

The ultimate embodiment of this high-speed rivalry is represented by a front-wing endplate from one of the McLaren-Mercedes formula one cars which claims pride of place in the office of their chief operating officer, Martin Whitmarsh, and their company’s technical headquarters near Woking.

The endplate, from Mika Hakkinen’s car in the 2000 Belgian grand prix, bears the imprint of a tyre sidewall from Michael Schumacher’s Ferrari with which the Finn was embroiled in a wheel-to-wheel 200mph battle for victory on this epic circuit through the Ardennes forest.

At the end of the afternoon Hakkinen emerged the winner but after the race the two men stood poignantly alone in the scrutineering area while the Finnish driver outlined what he felt were his rival’s manifest professional shortcomings.

In a sense that feeling of rivalry and resentment remains as indelible as that tyre mark on the front-wing endplate. Yesterday’s decision of the FIA world motor sport council will have simply poured more high-octane fuel on to these troubled waters.


Prodi, l’evasione, la Chiesa, e le reazioni più idiote

Agosto 1, 2007

Sul tema tasse, Prodi invita la Chiesa a mobilitarsi sul fronte dell’evasione fiscale: «Un terzo degli italiani evade. È inammissibile. Per cambiare mentalità occorre che tutti, a partire dagli educatori, facciano la loro parte, scuola e Chiesa comprese. Perché, quando vado a Messa, questo tema non è quasi mai toccato nelle omelie? Eppure ha una forte carica etica. Possibile che su 40 milioni di contribuenti sono solo 300 mila quelli che dichiarano più di 100 mila euro l’anno?» [...]

LE REAZIONI

La più scontata
«Concordo col premier che bisogna pagare le tasse», ha detto il vescovo di Savona Domenico Calcagno, nominato dal Papa segretario dell’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica.

Gardini La più cretina
[...]la deputata azzurra Elisabetta Gardini attacca: «Il cattolico adulto Romano Prodi si permette di dare lezioni di etica persino alla Chiesa e detta regolette per la buona omelia».

La più unta e sporcaBaget_bozzo

Va controcorrente don Gianni Baget Bozzo secondo cui, primo: «non pagare le tasse non è peccato»; secondo: l’«argomento tasse non può diventare tema da omelie». «La Chiesa – sostiene Baget – non si può trasformare nell’agenzia di Visco» e l’uscita di Prodi altro non è che il tentativo di «perseguire la via spirituale del controllo fiscale».

Capezzone_talebano La più cretina/2 (Ballottaggio con la Gardini)
Si dice «sconcertato» dal dibattito sulle evasione fiscale e la Chiesa Daniele Capezzone. Nel commentare l’invito rivolto da Prodi alle gerarchie ecclesiastiche, l’esponente della Rosa nel Pugno non usa mezzi termini nella sua critica al premier. «Prodi pensi piuttosto a ridurre il carico fiscale» mette in chiaro Capezzone.

La più “laica”Alessandra_mussolini
E una critica all’uscita di Prodi arriva anche da Alessandra Mussolini, leader di Alternativa sociale: «Prodi non può suggerire alla Chiesa quello che deve dire, sbaglia a tirarla in ballo su certe questioni che non riguardano certo la sfera spirituale», Poi la nipote del Duce si concede anche il lusso della battuta: «Se i sacerdoti parlassero di tasse durante la messa, nessuno andrebbe più in Chiesa».

Come si permette, Prodi, di dare lezioni di etica alla Chiesa? beh!… diremmo con maggior competenza ed autorità di quelle mostrate dalla Gardini come membro della commissione Finanza, quando l’hanno beccata a balbettare: “…la consob…la consob… che roba é?!?!…”

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Quella del prete unto (non dal Signore, ma dal fritto misto) è quella che lascia più basiti.
D’altronde, se solo Baget Bozzolo avesse giudicato l’evasione anche solo “disdicevole”, non sarebbe andato in Forza Italia. O no?

La più “colta” sul coté economico è senz’altro quella di Capezzone. Pensavamo tutti che si sarebbe schierato a favore dell’onestà fiscale. Macchè… Prodi pensi PIUTTOSTO a ridurre le tasse. La morale: si può tranquillamente continuare ad evadere, e contemporaneamente si possono ridurre le tasse. Liberale, liberista e libertario. E anche un pò coglione. Senza neanche l’alibi della Gardini, che in fondo di mestiere faceva la soubrette.

Per la Mussolini, infine, rubare, che è il succo dell’evasione fiscale (perchè chi evade costringe gli altri a pagare di più) non tocca la sfera etica. Nessun dubbio, invece, sul fatto che a sentir prediche contro l’evasione fiscale si svuoterebbero le chiese. Ma si svuoterebbe anche l’elettorato di qualche partito. Le teste di questi destri, invece, non si potrebbero svuotare, perchè è da un pezzo che dentro non c’è più niente, neanche quel polistirolo espanso che si usa per imballare la roba fragile.