Clamoroso! Mara Carfagna parla!!!

Maggio 20, 2008

Lettera aperta a Mara Carfagna, Ministra per Caso

Carfagnamara1 Cara Mara,

Quando lei, per il divertimento della stampa estera, è stata nominata Ministro, con un atto che a molti ha ricordato lo statista Caligola, deve aver rivolto un pensiero di gratitudine, ma anche di forte incredulità ed imbarazzo al suo “donatore di poltrona” (o di dormeuse?). La stampa tedesca si è dilettata nello scovare le sue foto scollacciate. Il “Bild”, il più diffuso settimanale popolare tedesco, l’ha definita “la più bella ministra del mondo”, e forse non ha sbagliato.

Ma a nessun giornale, proprio a nessuno, è venuto in mente di analizzare i suoi meriti politici e professionali. Nessuno, proprio nessuno, ha avanzato il sospetto infamante che dietro le sue fattezze ci fosse anche un qualsivoglia pensiero politico. D’altronde nessuno, in anni di scaldatura di un seggio in parlamento, aveva avuto il piacere di sapere quale fosse il timbro della sua voce. Quando, nei vari “totoministri”, è apparso con sempre maggior insistenza il suo nome, tutti abbiamo pensato ad uno scherzo.

Non era uno scherzo. Un bel giorno, abbandonati gli svolazzanti abitini da “partecipante” a Miss Italia, a Domenica In, a Piazza Grande e alla Domenica del Villaggio, ce la siamo ritrovata in un castigatissimo e sobrio giacca-pantalone (si chiama così?) color ghiaccio. Molto, molto ministeriale. Dobbiamo confessarle che, da vecchi bavosi, la preferivamo in versione porno-soft. Tant’è. Ancora una volta, il Cavaliere è riuscito a stupire il mondo, nominandola Ministra (micacazzi!). L’ha presentata come “Dottoressa Avvocato Mara Carfagna”, mentre a noi risulta solo una laurea in giurisprudenza conseguita presso la prestigiosa Università di Fisciano (SA). Un polo d’eccellenza che il mondo ci invidia.

Mara_carfagna Una volta nominata ministra, qualcuno deve averle spiegato che non poteva insistere nell’ostinato e riservato silenzio che aveva caratterizzato la sua vita da parlamentare semplice. Fra i compiti dei ministri, si dice che ci sia anche quelli di prendere delle decisioni, e persino di parlarne. E così lei, preso il coraggio a quattro mani, ha parlato, ignorando il proverbio (attribuito erroneamente da alcuni a Dante, da altri a Monteverdi): “un bel tacer non fu mai scritto”…

Dopo aver scoperto la bellezza delle parole del Papa Natzinger contro la 194, e dopo aver attribuito il calo delle nascite a questa ignobile legge che facilita gli aborti (che peraltro sono dimezzati, da quando erano praticati in tinello dalle mammane), adesso scopre che dare il patrocinio al Gay-Pride (patrocinio che finora c’è sempre stato), è cosa non ignominiosa – per carità! – ma assolutamente inutile, visto che ormai l’Italia è un paese dove il pregiudizio contro gli omosessuali è assolutamente superato. Voce dal sen fuggita (Metastasio).

Ora, con tutte le cose serie di cui potremmo occuparci, lei ci sottrae del tempo, costringendoci ad occuparci di lei. Pregiudizio superato? Vediamo. Forse lei, prima di lasciarsi fuggire dal sen questa voce, avrebbe dovuto accertarsi di aver ben collegato la bocca al cervello, cosa che ha colpevolmente trascurato. Lei, come dovrebbe sapere, è stata alleata, fin dall’inizio della sua carriera politica (si fa per dire), con gente che si è saltuariamente occupata di omosessuali. Le citerò (ma solo andando a memoria) qualche esempio preclaro del superamento del pregiudizio:Storace1_2

L’esempio più datato è quello dei nazifascisti (di cui era capetto anche quello che Fini definiva “il più grande statista del secolo”), che passavano per i camini ebrei, zingari, down, omosessuali ed altre categorie non discriminate. Lei è stata a lungo fedele, meditabonda, silente alleata sia di fascio-fini che della affezionata nipotina. O no?

Alcuni anni dopo, un altro esponente illustre della sua coalizione, tale Storace, si è prodotto in una serie di manifestazioni di “cessato pregiudizio” nei confronti degli omosessuali. Ricordo di quando sbeffeggiò Paissan, invitandolo a non graffiarlo, che gli si sarebbe rovinato lo smalto delle unghie. Storace non era uno qualsiasi. E’ stato, nella sua coalizione, e col suo appoggio, Presidente della Commissione di Vigilanza sulla RAI, Presidente della Regione Lazio (posizione nella quale si è segnalato per gli episodi legati a “Laziogate”; per i 475 dirigenti – molti con la terza media inferiore – assunti alla regione poche settimane prima delle elezioni perse comunque contro Marrazzo. Poi è stato persino Ministro della Sanità. In tale funzione, si è segnalato per aver concesso, a volte nel tempo record di 48 ore, convenzioni molto redditizie alla Signora Daniela di Sotto, ex Signora Fini, e a tutto il clan familiare dello stesso Fini. Insomma, un vero statista. Tanto è vero che lui gli omosessuali, avendo superato il pregiudizio, li chiama affettuosamente froci, raffinato termine molto usato in Ciociaria. Era un suo alleato, Mara… non sia di memoria corta. E’ lo stesso che, con un sublime e delicato pensiero, inviò in regalo alla Senatrice Rita Levi Moltalcini un paio di stampelle.

La stessa signora Di Sotto, quando era Signora Fini, ebbe a dire che non avrebbe mandato i figli in una scuola dove ci fosse stato un maestro frocio. La classe non è acqua. Ora questo Fini, se non erro, svolge diligentemente il ruolo di “Voce del Padrone” nel PdB.(Partito di Berlusconi).

StranoninoanUn altro esponente della sua coalizione, diventato molto popolare il giorno del voto di sfiducia a Prodi, Nino Strano da Catania, ha così apostrofato l’on. Cusumano, reo di essersi dissociato da Masella e di aver votato la fiducia a Prodi: “…esteta fottuto, amico di travestiti, troie e gay … checca squallida…” A nessuno può sfuggire il salto qualitativo da frocio a checca. Insomma, siamo già sulla buona strada nel superamento del pregiudizio anti-gay.

Un parlamentare napoletano, di cui mi sfugge il non celebre nome, dava man forte usando il termine più morbido e rotondo di ricchione. La tradizionale gentilezza e bonomia dei napoletani.

Questa bonomia manca totalmente fra i suoi alleati patani. Per loro, gli omosessuali possono essere definiti in un modo solo: culattoni (Borghezio, Bossi, Gentilini, Boso e altri).

Infine, per alcuni cardinaloni di quelli ricoperti di ori e tessuti damascati, così vicini ideologicamente a Papa Natzinger, col quale lei sembra essere entrata in risonanza, da quando non si mostra più senza veli, in tutto il suo splendore, hanno stabilito, una volta e per sempre, che l’omosessualità è una “devianza”. Non siamo più ai tempi in cui Ruini diceva ai malati di AIDS, con grande carità cristiana, che se hai l’AIDS, è perché te lo sei cercato, ma non siamo molto lontani.

Quindi, Cara Mara, si faccia e ci faccia una cortesia. Ritorni in tutto il suo splendore nelle cabine dei camionisti di tutta Italia, e non si senta in alcun modo vincolata a fare delle esternazioni o, peggio ancora, a prendere delle decisioni. E’ così gradevole, quando si mostra in silenzio…

Suo affezionato guardone, Tafanus

Corso breve di formazione per la ministra per caso Mara Carfagna

PRINCIPIO DI PETER
 In una gerarchia ogni membro tende a raggiungere il proprio livello di incompetenza.

COROLLARI

 1. Col tempo, ogni posizione tende ad essere occupata da un membro che è
 incompetente a svolgere quel lavoro.
 2. Il lavoro viene svolto da quei membri che non hanno ancora raggiunto il proprio
 livello di incompetenza.
PLACEBO DI PETER
 Un grammo di immagine vale più di un chilo di fatti.
LEGGE DI GODIN
 La generalizzazione dell'incompetenza e' direttamente proporzionale all'altezza nella
 gerarchia.
LEGGE DI IMHOFF
 L'organizzazione di ogni burocrazia è molto simile a una cloaca: i pezzi più grossi
 emergono sempre.
TERZA LEGGE DI PARKINSON
 Espansione vuol dire complessità, e la complessità tende a sgretolarsi.
LEGGE DI CORNUELLE
 L'autorità tende ad assegnare lavori ai meno capaci di svolgerli.
MASSIMA DI MATCH
 Un idiota in un posto importante e' come un uomo in cima a una montagna: tutto gli
 sembra piccolo e lui sembra piccolo a tutti.
LEGGE DI PUTT
 La tecnologia e' dominata da due tipi di persone:
· Quelli che capiscono ciò che non dirigono.
· Quelli che dirigono ciò che non capiscono.

Banana’s Republic – “Televisione e mercato dei senatori: Berlusconi indagato per corruzione”

Dicembre 12, 2007

 Progbpost

L’inchiesta di Napoli su sospette tangenti agli amministratori Rai – Randazzo racconta: mi è stato offerto di fare il vice ministro

…l’articolo-inchiesta che segue, pubblicato su Repubblica.it di oggi, merita di essere ripreso per intero. In fondo, se proprio dobbiamo trattare con qualcuno per “rifare l’Italia, è meglio sapere con chi lo stiamo facendo…

Repubblica_2

di GIUSEPPE D’AVANZO

Silvio Berlusconi è indagato dalla procura di Napoli per la corruzione di Agostino Saccà, presidente di RaiFiction e – seconda ipotesi di reato – per istigazione alla corruzione del senatore Nino Randazzo e di altri senatori della Repubblica, “in altri episodi non ancora identificati”. Una storia che corre – circostanza davvero inconsueta per il Cavaliere – sul filo di un telefono (intercettato) dell’alto dirigente del servizio pubblico e trova una sua concreta evidenza nel racconto del senatore eletto dagli italiani di Australia. E’ una storia che, al di là degli esiti giudiziari, ha un’evidente rilevanza politica e si può raccontare così. Come tutte le storie che si rispettino è avviata dal caso. I pubblici ministeri stanno ficcando il naso su un giro di iperfatturazioni che nasconde la costituzione all’estero di fondi neri.

La ricostruzione dei movimenti finanziari svela che il denaro ritorna – cash – in Italia attraverso la Svizzera. Per i personaggi coinvolti, per i loro contatti nel mondo della fiction e della Rai di viale Mazzini, il sospetto degli investigatori è che quelle somme possano essere o le tangenti destinate ad amministratori del servizio pubblico o “fette di torta” che i produttori televisivi si ritagliano, franco tasse. Al centro dell’attenzione finisce un piccolo produttore di cinema e tv, Giuseppe Proietti, che in passato ha lavorato alla Sacis (la società di produzione e commercializzazione della Rai).(…Agostino Saccà. figura storica della RAI peggiore, è colui che all’epoca del Governo Berlusconi diventa Direttore Generale della Rai, fra mille polemiche, solo dopo aver rassicurato il Cavaliere che ckui e tutta la sua famigghia hanno sempre votato Forza Italia, fin dalla nascita del partito. NdR)

Agostino_sacc Il suo rapporto con Agostino Saccà è costante e molto intenso. Interrogato dai pubblici ministeri, il presidente di RaiFiction nega di conoscere Proietti così bene. Mal gliene incoglie. Nel periodo delle indagini, Proietti si reca ottantotto volte in viale Mazzini e in quaranta di queste occasioni è in visita da Saccà che ignora di essere finito al centro di un’inchiesta molto invasiva che, come sempre accade in questi casi, ha il suo perno nell’ascolto telefonico. Nel diluvio di comunicazioni del presidente di RaiFiction saltano fuori, per dir così, delle attività che i pubblici ministeri giudicano non coerenti, non corrette, non legittime per un dirigente Rai. Agostino Saccà è molto insoddisfatto della sua collocazione in Rai. Si sente sottovalutato, forse umiliato. Avverte di essere guardato a vista – sì, controllato – dal direttore generale Claudio Cappon. Vuole andare via, lasciare “Mamma Rai” per “mettersi in proprio”, creare nei pressi di Lametia Terme, nella sua Calabria, una “città della fiction”; collaborare al “progetto Pegasus”, un’iniziativa che vuole consociare le capacità e la qualità dei piccoli produttori televisivi italiani per farne una realtà industriale in grado di competere sul mercato nazionale e internazionale.

Saccà parla molto delle sue idee e dei suoi progetti al telefono. Ne parla soprattutto con il consigliere d’amministrazione della Rai, in quota centro-destra, Giuliano Urbani. Con Urbani, Saccà conviene che in “Pegasus” bisogna far spazio a “un uomo di Berlusconi”. Il presidente di RaiFiction ne va a parlare con il Cavaliere. Si incontrano spesso, a quanto pare. E’ a questo punto dell’indagine che emerge l’intensa consuetudine dei rapporti tra Berlusconi e Saccà. Secondo fonti attendibili, soprattutto una decina di telefonate dirette tra il giugno e il novembre di quest’anno appaiono illuminanti (Berlusconi chiama e riceve da un cellulare in uso a un suo body-guard). Berlusconi e Saccà discutono della sentenza del Tar che ha bocciato l’allontanamento dal consiglio d’amministrazione della Rai, Angelo Maria Petroni.

Saccà sostiene che i consiglieri del centro-destra non sanno cogliere “le dinamiche positive”. Spiega al Cavaliere come e con chi intervenire. Lo sollecita a darsi da fare per eliminare i contrasti che, in consiglio, dividono “i suoi consiglieri”. Berlusconi appare a suo agio con il presidente di RaiFiction. Spesso dal “lei” The_buyer cede alla tentazione di dargli del tu e tuttavia mai Saccà si smuove dal chiamarlo “Presidente”. A volte il Cavaliere lo chiama confidenzialmente Agostino. Gli chiede conto del destino del film su Federico Barbarossa: “Sai, Bossi non fa che parlarmene…”. Saccà lo rassicura: andrà presto in onda in prima serata. “E allora – dice Berlusconi – dillo alla soldatessa di Bossi in consiglio (Giovanna Clerici Bianchi) così la smette di starmi addosso”. Il Cavaliere si fa avanti anche per risolvere qualche suo problema personale e politico. In una telefonata, quasi si confessa alla domanda di Saccà: come sta, presidente? “Socialmente – dice Berlusconi – mi sento come il Papa: tutti mi amano. Politicamente, mi sento uno zero… e dunque per sollevare il morale del Capo, mi devi fare un favore. Vedi se puoi aiutare…”. Il Cavaliere fa quattro nomi di candidate attrici: Elena Russo, Evelina Manna, Antonella Troise, Camilla Ferranti (secondo un testimone, il produttore di Incantesimo Guido De Angelis, è la figliola di un medico molto vicino al Cavaliere). Sai, spiega Berlusconi a Saccà, non sono tutte affar mio perché “la Evelina Manni mi è stata segnalata da un senatore del centro-sinistra che mi può essere utile per far cadere il governo”. Promette Berlusconi a Saccà: saprò ricompensarla quando lei sarà un libero imprenditore come mi auguro avvenga presto…

Agostino Saccà appare consapevole che la preoccupazione prioritaria del Cavaliere sia la “campagna acquisti” inaugurata al Senato per capovolgere l’esigua maggioranza che sostiene il governo di Romano Prodi. Fa quel che può, fa quel che deve nell’interesse del “Capo”. In estate, incontra il senatore Pietro Fuda, un transfuga di Forza Italia, oggi nel Partito Democratico Meridionale di Agazio Loiero che sostiene il centro-sinistra. Dell’esito del colloquio, Saccà riferisce a Pietro Pilello, un commercialista calabrese con studio a Milano con molti incarichi in società pubbliche (Metropolitana Milanese, Finlombarda), presidente dei sindaci di Rai International dal 2003 al 2006, oggi ancora sindaco di Rai Way. Dice Saccà: “Fuda vuol far sapere al Capo che il suo cuore batte sempre a destra, anche se è costretto a stare oggi a sinistra e che comunque se gli dovessero toccare gli interessi e le cose sue, il Cavaliere deve starne certo: Fuda gli darà un aiuto in Parlamento”. Saccà e Pilello affrontano di concerto (e ne discutono al telefono) l’abbordaggio del senatore Nino Randazzo. Il commercialista assume informazioni sullo stato economico dell’eletto per il centro-sinistra in Oceania. Ne riferisce a Berlusconi che lo convoca ad Arcore. Si può presumere che il commercialista riceva l’incarico di accompagnare Randazzo da Berlusconi.

Dopo qualche tempo, gli investigatori filmano l’arrivo di Pilello all’aeroporto di Roma; l’auto con i vetri oscurati che lo attende; il percorso fino in città, a largo Argentina, dove è in attesa Randazzo; l’ultimo brevissimo tragitto fino a Palazzo Grazioli. Quel che accade nella residenza romana di Berlusconi lo racconterà il senatore ai pubblici ministeri. Berlusconi lo lusinga. Appare euforico. Vuole conquistare la maggioranza al Senato e dice di essere vicino ad ottenerla. Se Randazzo cambierà cavallo, potrà essere nel prossimo esecutivo o viceministro degli Esteri o sottosegretario con la delega per l’Oceania (al senatore Randazzo_ninoEdoardo Pollastri eletto in Brasile, aggiunge Randazzo, viene invece promessa la delega come sottosegretario al Sud-America). L’elenco dei benefit offerti non finisce qui. Randazzo sarebbe stato il numero 2, appena dietro Berlusconi, nella lista nazionale alle prossime elezioni e l’intera campagna elettorale sarebbe stata pagata dal Cavaliere.

Randazzo è scosso da quelle proposte. Ricorda ai pubblici ministeri un bizzarro episodio che gli era occorso in estate, in luglio. Passeggiava nella Galleria Sordi, in piazza Colonna a Roma. Come d’incanto, come apparso dal nulla, si ritrova accanto un imprenditore australiano, Nick Scavi. L’uomo lo apostrofa così: “Voglio offrirti la possibilità di diventare milionario. Ti darò un assegno in bianco che potrai riempire fino a due milioni di euro”. Randazzo rifiuta l’avance. L’altro non cede. Trascorre qualche giorno e lo richiama. Gli chiede se ci ha ripensato. Randazzo non ci ha ripensato. Come Nick Scavi, anche Berlusconi non cede dinanzi al primo rifiuto di Randazzo. Per superare le incertezze, il Cavaliere rassicura il senatore: “Caro Randazzo, le farò un vero e proprio contratto…”. Ancora il telefono racconta come vanno poi le cose. Pietro Pilello dice che Berlusconi gli ha chiesto il numero telefonico di Randazzo perché aveva bisogno di parlargli con urgenza. Il senatore conferma durante l’interrogatorio: “E’ vero, Berlusconi mi chiamò e mi disse: lei ci ha pensato bene, le carte sono pronte, deve solo venirle a firmarle. Mi basta anche soltanto una piccola assenza”. Al Senato un’assenza, con l’esigua maggioranza del centro-sinistra, ha il valore di un voto contrario. “Una piccola assenza” è sufficiente perché, dice Berlusconi, “ho con me Dini e i suoi – che non dovrebbero tradire – e tre dei senatori eletti all’estero”. Vanagloria del Cavaliere come quella storia dei “contratti di garanzia”? Forse sì, forse no. E’ un fatto che almeno “un contratto” è saltato fuori a Napoli in un’altra indagine che ha come indagato per riciclaggio il senatore Sergio De Gregorio, presidente della commissione Difesa di palazzo Madama (alcuni suoi assegni per 400 mila euro sono stati ritrovati nelle mani di un noto contrabbandiere, Rocco Cafiero).

DegregorioDurante l’investigazione, è stato sequestrato un contratto, inviato via fax a quanto pare, a firma Sandro Bondi e Sergio De Gregorio in cui si dà conto dell’impegno finanziario concordato tra le parti, delle quote già consegnate e quelle da fornire con cadenza mensile. E’ l’accordo stipulato (e noto) tra Forza Italia e l’associazione “Italiani nel mondo” di De Gregorio. Altri accordi, evidentemente, avrebbero dovuto nascere soltanto se i senatori del centro-sinistra avessero voluto.
(12 dicembre 2007)

…questo articolo – inchiesta è un “senza data”; non scade, come la mozzarella. Andrebbe letto e commentato in tutte le scuole della Repubblica, per spiegare ai futuri cittadini – elettori come NON dovrebbe essere fatta la politica… Tafanus


Debora(h) Bergamini: il Paese in lacrime

Dicembre 1, 2007

Debora_bergamini Ieri sul blog della Debora(h) Bergamini, che sta diventando un mito ed un punto di riferimento sul web, è apparso un patetico post, tutto giocato sulla mozione degli affetti, che aveva il seguente incipit:

Da oggi non vado più in ufficio

Da oggi non vado più in ufficio, dopo cinque anni di lavoro per la Rai. Solo per la Rai. Ciò che mi si è scatenato addosso in questi giorni è basato sul nulla. Sintesi di brogliacci interpretati e decontestualizzati da alcuni giornali. E’ bastato questo per ritrovarmi al centro di un frettoloso linciaggio mediatico. Perchè ho aperto un blog, mi hanno chiesto. I commenti che leggete in questo blog sono solo una parte della marea di quelli che sono stati postati in questi giorni. Molti sono di solidarietà. Moltissimi di insulti. Per me è stato molto istruttivo leggerli. Credo, oggi, che molto del livore che si è scatenato sia anche il frutto di un modo malato di fare informazione. E’ il caso di fermarsi a riflettere. Tutti quanti.

…la mozione degli affetti non sembra aver funzionato molto. Non ci sono, sul blog, code di gente in gramaglie pronte a piangere per il triste destino della ex segretaria del nano. E’ molto divertente, per noi comunisti pentariciuti, scorrere alcuni disperati commenti…

 

E chi se ne frega!!!! (Michele)

Non posso che esserne contento che Lei non danneggi piu’ l’informazione in questo Paese come ha potuto fare per anni al servizio del Berlusconi – ex (per fortuna) presidente del consiglio.
Al posto suo mi vergognerei soltanto, ma per vergognarsi e’ necessario aver una coscienza. (Paolo)

Ci siamo conosciuti qualche giorno fa. Sabato pomeriggio. Ero quel ragazzo con la felpa arancione. Ti lascio solo un sorriso che forse vale molto di più di tanti paroloni. (Stefano)

Carissima Bergamini, welcome to the real and cruel world. Si metta allora sul mercato, provi a mandare un suo CV, vediamo quanto vale professionalmente. Si scrolli da dosso la raccomadazione, LEI E’ LA PRIMA RACCOMANDATA D’ITALIA e pure Bionda!! Lo faccia in onore ai tanti precari e colleghi che non hanno lavoro. (Giovanni)

Si continua a guardare il dito, mai la luna. Deborah, a me come a tanti altri non interessa nulla di come ti sei comportata in RAI. Magari sei stata onesta e competente. Nessuno vuole farti il processo. Il problema è a monte: Come ci sei entrata in RAI? chi ti ha segnalato? Perchè ha segnalato te? per quali meriti sei entrata in RAI? quali competenze pregresse avevi per ricoprire le cariche che hai ricoperto? (Lunar)

Ricordo una vecchia rubrica di Cuore: hanno la faccia come il c…. Abbozza Deborah. Hai già avuto molto (molto) più dei tuoi meriti. Goditi il resto della tua vita con i soldi che ti ha dato Berlusconi e con quelli che ti darà ancora. I servi trovano sempre (sempre) un padrone che li paga.Non ti sottrarrai a questa regola. Ma, please, almeno risparmiaci la figura della vittima… (Graziano)

Lei non sarà tanto diversa d tutti quelli che lavorano in rai facendo il doppio gioco, ma per favore ci risparmi il vittimismo. tanto presto o tardi tornerà berlusconi e lei riavrà il suo bell’ufficio senza bisogno di chiamare in mediaset. (Antonio Vergara)

Beata te. Io in ufficio devo continuare ad andarci. E con uno stipendio che, presumo, sia di diversi ordini di grandezza inferiore a quello che prendi (prendevi?) tu. (Marcotwodi)

Niente ufficio… telefoni meglio di no… Non rimane che il classico “scala b – citofonare Deborah (Mark Twain)

Mandami un curriculum. Vediamo cosa posso fare. (Pietro)

Non so se ha ragione oppure no. So solo che in un paese civile Lei, dopo essere stata per anni la Segretaria particolare di Berlusconi, non avrebbe dovuta essere assunta presso la RAI (Paolo)

Dai, regina, la tormenta passa. Il tuo capo adesso ti mette a capo del marketing strategico del PDPPLL e tu sei di nuovo contenta e noi di te ce ne dimenticheremo in fretta. Goditi i tuoi attimi di cattiva popolarità. peraltro meritata. ah, e medita, quando sei a casa che fai il bucato o guardi belpietro in tivvu’. (Arpìa)

                      …MONDO CRUDELE…


Generale “Speciale” – Il volo del colabrodo

Novembre 30, 2007

L’ex comandante della Guardia di finanza fece modificare l’Atr del corpo per adattarlo al trasporto di otto passeggeri. E la magistratura contabile chiede il rimborso dei soldi spesi – 45 voli illegittimi; la Corte dei Conti: ora paghi

di CARLO BONINI

IL PONTE aereo di spigole destinate alla cambusa della baita di Passo Rolle, la gita a scrocco sulle nevi con signore a bordo dell’Atr-42 della Finanza non sono stati l’infelice inciampo di un ufficiale con la schiena dritta. La Procura militare di Roma ha accertato che l’ex comandante generale Roberto Speciale, indagato per peculato, ha utilizzato uno dei due Atr42 in dotazione al Corpo in occasione di almeno 45 fine settimana.

 

E mai da solo, come sarebbero in grado di documentare i piani di volo. Che quell’aereo, ufficialmente destinato a compiti di trasporto e sorveglianza, era stato, per suo ordine e a spese del Corpo, “riconfigurato” negli hangar dell’aeroporto militare di Pratica di Mare, con un allestimento interno che, modificando la parte anteriore della carlinga, consentisse condizioni di volo e poltrone “business” ad almeno otto passeggeri. Di fatto – come ha riferito alla Procura un militare della Guardia di Finanza testimone oculare delle modifiche disposte sull’aereo – l’Atr42 MP era diventato un “personal jet”, oggettivamente inibito a incarichi operativi in senso proprio, che, al di là delle occasioni istituzionali, partiva il venerdì o il sabato, per fare rientro la domenica con i graditi ospiti. Ad un costo, per le casse dello Stato, di 3.885,91 euro l’ora.

 

Per dare un’idea, un week-end in Sicilia, la terra del generale, costava più o meno 8 mila euro. Lo stipendio mensile di cinque finanzieri.

 

Speciale quel denaro dovrà restituirlo. Diverse centinaia di migliaia di euro, calcolando ogni ora di volo abusivo, maggiorata di interessi e di sanzioni. La Procura della Corte dei Conti (magistratura cui il governo, nel giugno scorso, avrebbe voluto destinare il generale al momento della sua destituzione) ha infatti avviato nei confronti del generale un procedimento di responsabilità per danno erariale i cui tempi – secondo quanto riferisce una fonte qualificata a conoscenza dei termini dell’inchiesta – non dovrebbero andare oltre il gennaio prossimo.

 

Un problema in più per Speciale, evidentemente. Ma anche per il Comando generale. Che conosce quale abisso rischia di aprirsi se la magistratura, ordinaria, militare o contabile che sia, dovesse afferrare il cuore di questa storia. Che non è soltanto una cassa di spigole, una gita sulla neve, o un rosario di week-end a sbafo delle casse dello Stato. È la gestione delle risorse finanziarie del Corpo nella stagione di comando che si è appena conclusa, a cominciare dai mezzi “aeronavali” per finire all’impiego dei fondi riservati: 694.091 euro nel solo esercizio di bilancio del 2007.

 

Speciale ne era il responsabile contabile. E se ne avesse fatto o autorizzato l’uso che ha fatto dell’Atr42, la vicenda rischierebbe di travolgere l’intera catena gerarchica della Finanza. In questa chiave, l’attuale comandante generale Cosimo D’Arrigo appare in evidente difficoltà. Il primo giugno di quest’anno, in occasione del suo insediamento, scrisse nel suo primo ordine del giorno rivolto a tutti gli appartenenti del Corpo: “Al generale Speciale sono legato da 40 anni di sincera amicizia. Ne ho apprezzato le eccezionali qualità professionali e la trascinante carica di umanità, ma soprattutto il profondo senso dello Stato e delle Istituzioni, l’intimo, radicato culto delle regole, lo straordinario spirito di servizio verso la nostra Patria!”.

 

Nell’ultimo mese, ha delegato al suo capo di stato maggiore, il generale Paolo Poletti, l’incarico di raffreddare le curiosità del Parlamento sui voli dell’ex comandante generale con lacunose risposte di routine, di opporre un singolare “segreto” alle richiesta di conoscere con quali modalità i fondi riservati del Corpo siano stati impiegati. Ad esempio, se fosse o meno vero che, lo stesso Speciale, percepisse a tale titolo 2.000 euro al mese (cifra irrisoria per coltivare anche la più miserabile delle fonti riservate, ma significativa se aggiunta fuori busta allo stipendio). Ad esempio se fosse sufficiente – come sembra sia avvenuto – la semplice quietanza (una firma su una ricevuta) del comandante generale per distribuire a pioggia quel denaro lungo i rami della gerarchia senza che vi fosse uno straccio di giustificazione sul loro impiego “per fini di intelligence”. E tuttavia, se la mossa di D’Arrigo doveva o voleva essere una toppa, rischia di essere peggiore del buco.

Il carteggio interno tra il generale Poletti e il ministero dell’Economia in relazione alla vicenda dei voli e dei fondi riservati è stato trasmesso in questi giorni al procuratore militare di Roma Antonino Intelisano dallo stesso ministero “per quanto di competenza”. Una formula apparentemente anodina che non impegna il governo in nessuna iniziativa formale, ma che in realtà consente alla procura di allargare il fronte dell’indagine per peculato sin qui a carico del solo Speciale, anche al capitolo dei fondi riservati e ad eventuali omissioni nelle comunicazioni al Parlamento da parte dello Stato maggiore della Finanza.


L’uso criminoso della Tv

Novembre 22, 2007

(di marco Travaglio – L’Unità)

 

Chapeau. Nemmeno il più feroce demonizzatore, il più accanito antiberlusconiano poteva immaginare la meticolosità, la scientificità, la capillarità del controllo esercitato su ogni minuto, ogni minimo dettaglio di programmazione Rai dagli uomini Mediaset infiltrati da Silvio Berlusconi nel cosiddetto “servizio pubblico”. Intendiamoci: la fusione Rai-Mediaset in un’indistinta Raiset al servizio e a maggior gloria del Cavaliere si notava a occhio nudo e questo giornale, da Furio Colombo in giù, l’ha sempre denunciato. Ma le intercettazioni della Procura di Milano, disposte nell’inchiesta sul fallimento del sondaggista del Cavaliere, Luigi Crespi, e pubblicate da Repubblica dimostrano oltre ogni ragionevole dubbio la privatizzazione della Rai da parte della “concorrenza” e la sua trasformazione in una succursale di Mediaset.

Da sette lunghi anni, cioè da quando Berlusconi tornò al governo e occupò militarmente Viale Mazzini, la Rai è cosa sua, un feudo privato da usare per blandire gli amici, manganellare i nemici, ammonire gli alleati appena un po’ critici, ma soprattutto per celebrare le gesta del Capo. Tacendo le notizie scomode, enfatizzando quelle comode, parlando solo di quel che vuole Lui. Non c’è voluto molto per ridurre quella che fu la prima azienda culturale d’Europa e alfabetizzò l’Italia in una miserabile Pravda ad personam: è bastato sistemare una dozzina di visagisti, truccatori e politicanti berlusconiani nei posti giusti e lasciarne molti di più sulle poltrone precedentemente occupate. Intanto venivano cacciati i Biagi, i Santoro e i Luttazzi, poi le Guzzanti e gli altri della seconda ondata, incompatibili col nuovo corso. Ma non perché fossero “di sinistra”. Perché sono fior di professionisti: con due o tre programmi ben fatti avrebbero rovinato tutto. Se qualcuno li chiama per pregarli di nascondere i dati delle elezioni amministrative per non far soffrire il Cavaliere, quelli mettono giù («uso criminoso della televisione pagata coi soldi di tutti»). I rimasti, invece, obbediscono ancor prima di ricevere l’ordine. Si spiegano così non solo le epurazioni bulgare e post-bulgare, ma anche lo sterminio delle professionalità, soprattutto nella rete ammiraglia di Rai1, affidata (tuttoggi) al fido Del Noce: uno che, oltre ad aver epurato Biagi, è riuscito a litigare persino con Baudo, Arbore, Frizzi, Carrà e Celentano. Chi ha idee e talento ha più séguito, dunque è più libero e meno censurabile, ergo inaffidabile. I superstiti, invece, sono pronti a qualunque servizio e servizietto. Il Papa sta morendo e il Ciampi prepara un messaggio a reti unificate? Anziché preoccuparsi che la Rai copra la notizia meglio della concorrenza, i dirigenti berlusconiani pianificano una degna uscita mediatica del Capo, onde evitare che il Quirinale lo oscuri. Il Papa muore proprio alla vigilia delle amministrative, distraendo gli elettori cattolici dal dovere di correre alle urne per votare il Capo? Si organizza una serie di «programmi che diano alla gente un senso di normalità, al di là della morte del Papa, per evitare forte astensionismo alle elezioni amministrative». Più che un servizio pubblico, un servizio d’ordine. In cabina di regia c’è la signorina Deborah Bergamini, detta “Debbi”, già assistente del Cavaliere, da lui promossa capo del Marketing strategico della Rai, mentre Alessio Gorla, già dirigente Fininvest e Forza Italia, diventava responsabile dei Palinsesti. Al resto pensano i servi furbi. Mimun, si sa, era in prestito d’uso da Mediaset, dov’è poi morbidamente riatterrato. Non c’è neppure bisogno di dirgli il da farsi: lo sa da sé. E poi assicurano Debbi e Delnox – fa un ottimo «gioco di squadra con Rossella» (Carlo, allora direttore di Panorama, molto vicino al premier e dunque alla Rai). Anche Vespa non ha bisogno di suggerimenti. Del Noce telefona a Debbi per avvertirla che «Vespa ha parlato con Rossella e accennerà in trasmissione al Dottore (Berlusconi, ndr) a ogni occasione opportuna». Qualcuno suggerisce che Bruno potrebbe «non confrontare i voti attuali con quelli delle scorse regionali», per mascherare meglio la disfatta del Capo, o magari «fare più confusione possibile per camuffare la portata dei risultati». Ma poi si preferisce lasciarlo libero di servire come meglio crede, perché dice giustamente la Debbi «tanto Vespa è Vespa». Ogni tanto c’è un problema: Mauro Mazza, troppo amico di Fini per piacere a Forza Italia, farà la prima serata di Rai2 sulle elezioni. Bisogna sabotarlo, perché quello magari i dati non li nasconde. Idea geniale: Deborah parla con Querci «e gli chiede di mettere una cosa forte in prima serata su Canale5», così la gente guarda quella e lo speciale Mazza non se lo fila nessuno. Del resto è un’abitudine, per lei, concordare i palinsesti con Mediaset: più che del Marketing della Rai, è la capa del Marketing di Berlusconi. Infatti, ancora commossa, commenta così i funerali di Giovanni Paolo II: «Berlusconi è stato inquadrato pochissimo dalle telecamere». Si sa com’è fatto il Cavaliere: «Ai matrimoni – diceva Montanelli – vuol essere lo sposo e ai funerali il morto».

In tutti questi anni, mentre ogni inquadratura di ogni telecamera di ogni programma diurno e notturno di Raiset veniva controllata dai guardaspalle del Padrone, chiunque si azzardasse anche soltanto a ipotizzare che questi signori lavorassero per il re di Prussia, anzi di Arcore, veniva zittito dai “terzisti” e dai “riformisti” come “demonizzatore” e “apocalittico” animato da “cultura del sospetto”, incapace di comprendere che le tv non contano per vincere le elezioni; anzi, a parlar male di Berlusconi si fa il suo gioco. Poi veniva querelato e citato in giudizio per miliardi di danni dai Del Noce e dai Confalonieri, sdegnati dalle turpi insinuazioni sulla liaison Rai-Mediaset nel paradiso della concorrenza e del libero mercato. Dirigenti come Loris Mazzetti e Andrea Salerno, rei di aver chiamato censure le censure, sono stati perseguitati dall’azienda con procedimenti disciplinari. L’ultima è piovuta su Mazzetti,per aver partecipato ad AnnoZero e detto la verità sull’epurazione del suo amico Biagi. Salerno, già responsabile della satira per Rai3 quando c’era ancora la satira, ha preferito togliere il disturbo. Intanto Confalonieri non si perdeva una festa de l’Unità e le quinte colonne berlusconiane facevano carriera in Rai, tant’è che sono ancora tutte lì: Del Noce a Rai1, Bergamini al Marketing, Vespa a Porta a porta. Tutti straconfermati dalla “Rai del centrosinistra”.

Ora si spera che, oltre alla solita “indagine interna”, fiocchino i licenziamenti per giusta causa, (con richiesta di danni per intelligenza col nemico) almeno per chi ha lasciato le impronte digitali nello scandalo, come accadrebbe ai manager di qualunque azienda sorpresi ad accordarsi con la concorrenza. Ma, onde evitare che la scena si ripeta in un prossimo futuro, licenziare i servi di Berlusconi non basta. Occorre una vera “legge Biagi” (nel senso di Enzo) per cacciare per sempre i partiti dalla Rai e stabilire finalmente l’ineleggibilità dei proprietari di giornali e tv. Sempreché, si capisce, la cosa non disturbi il «dialogo per le riforme». E ora, consigli per gli acquisti.


E Silvio Berlusconi incorona Michela Brambilla Autoreggenti

Novembre 20, 2007

 

“Questo è il partito che volevo”
di CONCITA DE GREGORIO – Repubblica.it

Brambilla_berlusconi GLI ELETTORI “sono più avanti degli eletti” e naturalmente Silvio Berlusconi è già lì, più avanti di chi è avanti, più avanti di tutti a guidare le folle. Con acrobatico surfismo sull’onda dell’antipolitica, un numero atletico buono anche a dimostrare che l’età cosa volete che sia, passa in testa agli alleati e fonda il grillismo istituzionale di destra, lascia Fini e Casini a riva a guardarlo a bocca aperta.

E pazienza se la politica fino a ieri è stata lui, presidente del Consiglio e mercante di voti nel tempio: la memoria collettiva si sa che è cortissima, da oggi ci sono i gazebo, il partito del popolo. “C’è il palazzo è c’è la gente. Io sto con la gente”. Delete, cancellate quel che è stato finora. Guardate questo film, piuttosto, e mandatelo a mente: Silvio che entra a braccetto con Michela Vittoria Brambilla, l’eroina dei circoli quella che più svelta di tutti, mesi fa, ha depositato il nome del partito che d’incanto esce oggi fuori dal cilindro.

In prima fila le altre donne di Forza Italia – Prestigiacomo, Carfagna, Gardini, Santelli – li guardano mute. Loro sono il pubblico, Berlusconi e Brambilla i protagonisti. Fuori dalla sala i politici, quasi tutti almeno. Poi, per cortesia, certo che entrano i più anziani, Selva, i più fedeli, Bondi e Cicchitto, gli istituzionali a cui non si poteva dir di no, Vito e Schifani.

Gli altri fuori: questo è il partito della gente e la nomenclatura disturba, tra l’altro chiudere le porte alla politica ha il vantaggio di non mostrare in pubblico chi c’è e chi manca: la conta non si fa. Conferenza stampa solo per giornalisti, all’americana. Berlusconi sul palchetto Brambilla seduta davanti alla sua destra, alle spalle il nuovo simbolo del partito: “Partito della libertà come volevo io o Popolo della libertà come ci hanno suggerito gli elettori, saranno loro a decidere”.

Certo, loro. D’ora in avanti si procede così, a colpi di gazebo. Veltroni ha avuto tre milioni e mezzo, quattro milioni di persone? Lui almeno il doppio. “Otto milioni ai gazebo nello scorso week end, due milioni di firme nei circoli”. Ecco, dieci milioni: facciamo il triplo. “I gazebo resteranno allestiti anche nel prossimo fine settimana: raccoglieranno le firme per il nuovo partito. Noi non faremo una fusione a freddo come il Pd”. Il Pd, lo spettro.

Quel che succede oggi, avvisa Berlusconi, “cambierà la storia di questo paese per decenni”. Allora riepiloghiamo quel che succede, effettivamente, nei dieci minuti in cui l’ex leader della Casa delle libertà liquida con un colpo di spugna la sua traiettoria politica dell’ultimo decennio e ne disegna una nuova.

Primo: il bipolarismo è finito, “è d’accordo anche Giuliano Ferrara che ho sentito per telefono”. Secondo: Veltroni è un antagonista degno, anzi diciamo pure che la faccenda dei gazebo e dell’elezione diretta del segretario ha suscitato una certa ammirazione perciò perché non fare la stessa cosa. I sondaggi “ci dicono che il partito della libertà (o del popolo, vedremo) da solo può arrivare al 30 per cento”. Dunque tanto vale mettersi sullo stesso piano di Veltroni, meglio se un po’ più in alto, e discutere con lui. “Sono disposto ad incontrarlo subito per discutere di riforma elettorale”.

Terzo, gli alleati hanno stancato. In specie Fini con i suoi smarcamenti recenti. Vogliono la guerra? E allora guerra. Fini dice che questa iniziativa del partito nuovo è “plebiscitaria e confusa”? “Non rispondo alle provocazioni, parlo direttamente agli elettori del mio e di altri partiti, non solo alleati”. La Casa delle libertà finisce qui, stasera. Muore col bipolarismo, sepolta insieme. “Ci avevo creduto ma ho capito che in questo paese non si può”. Meglio un nuovo sistema elettorale proporzionale con sbarramento dei piccoli che crei “un partito grande di qua, uno di là”.

Lui e Veltroni, è questo lo scenario che immagina. La Lega di Bossi alleata, Storace e Santanché a destra e poi la gente, ovvio: la gente stanca dei “parrucconi”, “dei litigi delle ripicche della politica politicante, dei giochetti dei veti e dei compromessi”. “E’ un anno e mezzo che non convoco i vertici della Cdl per timore che qualcuno non venga”, non si può andare avanti così, francamente, i segnali sono chiari “e io sono uno che si vanta di saper riconoscere gli umori del popolo”.

Il popolo vuole un leader e quel leader è lui. Fuori, in Piazza di Pietra, gli elettori di una certa età la borghesia romana in pelliccia e giaccone da caccia alla volpe, batte i piedi dal freddo e guarda il maxischermo. Bravo, dicono anche se perplessi di esser stati questa volta chiusi fuori. Quanto al passato: non è mica che ora Silvio punti al plebiscito perché non gli è riuscita la spallata, anzi, “io la spallata al governo non la volevo dare è stata una superfetazione giornalistica”.

(Dal dizionario De Mauro:su|per|fe|ta|zió|ne
s.f.
1 TS biol., produzione e sviluppo di un secondo feto dopo che nell’utero è già iniziato lo sviluppo di un primo feto
2 TS bot., fecondazione di un ovulo a opera di pollini di tipo diverso
3 CO fig., aggiunta inutile, ripetizione superflua
4 TS arch., corpo di costruzione aggiunto a un edificio dopo il suo completamento, tale da guastare la linea costruttiva originaria)

Tra il pubblico stupore per il linguaggio e per il senso. Ma ecco che “io non ho né rimorsi né rimpianti. Guardo avanti. Se dobbiamo credere alle parole di Bordon e di Dini questo governo non ha più una maggioranza. Cadrà al prossimo voto importante. Allora bisognerà andare alle elezioni ma le riforme le può fare anche questo governo”.

Circolodellaliberta FMichela_delpopolo_brambillauori in piazza sono rimasti in pochissimi. Palloncini azzurri, cartelloni dei giovani di Forza Italia che dicono “C’è un solo presidente”. Quando esce si ferma ad arringare anche a loro, qualcuno stappa una bottiglia di champagne qualcun altro prova a prenderlo in spalla ma non esageriamo. Angelino Alfano guarda con ammirata meraviglia e discetta dell’”ennesimo colpo di genio. Andrà così: accordo sulla legge elettorale, legge in tempi record poi crisi di governo. Due mesi di gestione degli affari correnti e a marzo si vota”. Michela Vittoria Brambilla è l’unica intervistata dalle tv, gli altri sono spariti tutti. E’ un giorno storico, ripete Berlusconi dal palco della piazza. Gianni Letta non è venuto ma di certo seguiva dall’ufficio. State certi che nel Partito del Popolo – o della Libertà, vedremo – ci sarà anche lui.

N.B.: Ogni eventuale rassomiglianza fra il simbolo del “Circolo della Libertà” e quello del “Popolo della Libertà” è puramente casuale. La Pescivendola ha infatti sempre furiosamente sostenuto che lei col Berlusca non aveva niente a che spartire…


Calcio e violenze: la catena degli errori

Novembre 12, 2007

Repubblica

di GIUSEPPE D’AVANZO

L’AGENTE della polizia stradale che ha ucciso Gabriele Sandri non si è accorto della rissa. Nemmeno ha intuito che, nell’area di servizio di Badia al Pino lungo l’A1, due piccoli gruppi di juventini e laziali se le erano appena date di santa ragione. L’agente – se sono buone le fonti di Repubblica – è stato messo sul chi vive dal parapiglia. Era lontano, dall’altra parte della carreggiata. C’è chi dice duecento metri, chi cento, in linea d’aria.

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Gabriele_sandriHa sentito urla e grida. Ha visto un fuggi fuggi e un’auto che velocemente – o così gli è parso – si allontanava dall’area di servizio. Ha pensato a una rapina al benzinaio. Ha azionato la sirena. L’auto non si è fermata. Ha sparato. Ha ucciso. Raccontata così dal suo incipit, questa domenica crudele e brutale in cui è precipitata l’Italia, da Bergamo a Roma, poteva non avere come canovaccio principale la violenza che affligge il mondo del calcio ma, più coerentemente, il caso, la probabilità, l’errore. Il caso che incrocia l’auto della polizia stradale con il convoglio di tifosi.

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La probabilità che il proiettile raggiunga, da settanta metri, il collo di “Gabbo” Sandri che dormiva. L’errore, il doppio errore “tecnico” del poliziotto che non comprende che cosa è accaduto dall’altra parte della strada e, convinto di essere alle prese con un delitto ben più grave di una scazzottata, troppo emotivamente, troppo affrettatamente spara. Per lunghe ore, questa ricostruzione – che non allevia la tragicità dell’insensata morte di Gabriele Sandri – non è saltata fuori. In un imbarazzato silenzio, è stata eclissata.

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20071112Chi doveva svelarla – la questura di Arezzo, il Viminale – ha taciuto e – tacendo – ha gonfiato l’attesa, la rabbia, la frustrazione delle migliaia di ultras che si preparavano a raggiungere in quelle ore gli stadi, sciogliendola poi con una cosmesi dei fatti che si è rivelata un abbaglio grossolano che, a sua volta, ne ha provocato un altro ancor più doloroso. E’ stato detto che l’agente della polizia stradale è intervenuto per sedare una rissa tra i tifosi e, nel farlo, ha sparato in aria un colpo di pistola (”introvabile l’ogiva”) che “accidentalmente”, “forse per un rimbalzo”, ha ucciso Sandri.

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Consapevole che non di calcio si trattava, ma del tragico deficit professionale di un agente lungo un’autostrada, il Viminale non ha ritenuto di dover fermare le partite muovendo l’ennesimo passo falso di un’infelice domenica. Il racconto contraffatto è stato accreditato di ora in ora senza correzioni. Rilanciato e amplificato dalle dirette televisive, dalle radio degli ultras, dai blog delle tifoserie, ha acceso come una fiamma in quella polveriera che sono i rapporti tra le forze dell’ordine e l’area più violenta degli stadi, prima e soprattutto dopo la morte dell’ispettore Filippo Raciti a Catania.

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L’illogica catena di errori, malintesi, confusione, silenzio e furbe manipolazioni – non degne di un governo trasparente, non coerenti con una polizia cristallina – ha trasformato la morte di Sandri in altro. L’ha declinata come morte “di calcio”, morte “per il calcio”. E’ diventata una “chiamata” per l’orgoglio tribale degli “ultras” che, incapaci di esaurire la loro identità nell’appartenenza a una passione, a vivere il calcio come una buona, adrenalinica emozione, hanno soltanto bisogno di odiare, di posare a “guerrieri”, di mimare la partita come protesta e come battaglia.

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GuerrigliaHanno bisogno di dividere il mondo in “amico” e “nemico” e devono avere – tutti insieme, amici e nemici – come nemico assoluto “le guardie”. Sono non più di settantamila in tutto il Paese e ieri, per la gran parte si sono presi, in un modo o in un altro, gli stadi. Li hanno “governati” o distrutti, come è accaduto a Bergamo, per bloccare le partite in segno di lutto come accadde dopo la morte di Filippo Raciti. Come se Raciti e Sandri fossero i “caduti” su fronti opposti di una allucinata “guerra”, dichiarata tanto tempo fa e ancora in corso, domenica dopo domenica, scontro dopo scontro, carica dopo carica [...]

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Forse non è sbagliato pensare a vietare del tutto le trasferte delle tifoserie, come già è stato episodicamente deciso. E’ di tutta evidenza che bande di “guerrieri” che attraversano il Paese per sostenere in trasferta la propria squadra con la voglia matta di aggredire il “nemico” non sono gestibili da nessuna polizia del mondo, a meno di non militarizzare una volta la settimana autostrade, stazioni ferroviarie e piazze. E’ un divieto che mortifica il Paese. E’ una sconfitta utile a evitarne di peggiori. In questa sventurata domenica non c’è chi non abbia già perso. Gabriele Sandri ha perso la vita. Il Viminale la faccia. Il mondo del calcio, per una decina di migliaia di fanatici, ancora una volta la credibilità.


l’Udc inventa un reato: “Apologia di Comunismo”

Ottobre 29, 2007

Repubblica_2


La proposta del capogruppo alla camera dell’Udc Luca Volontè

ROMA – Si chiama Luca Volontè. E’ capogruppo alla Camera dell’Udc. Piuttosto attivo, il suo volto è spesso impacchettato nei pastoni dei tg Rai, le sue idee chiare e conseguenti. Ha deciso di stanare tutti i comunisti italiani.

Sulla scorta delle notizie ricevute dalla Polonia dei gemelli Kaczynski, tra l’altro appena sconfitti alle urne, Volontè ha deciso di aprire la più grande delle questioni politiche. “Martedì mattina ogni deputato riceverà in casella il modulo di adesione alla nostra proposta di legge di riforma costituzionale per inserire il divieto di apologia del comunismo insieme al reato già previsto per il fascismo”.

“Siamo un Paese Vergogna”, attacca quindi Volontè, secondo il quale “è necessaria una operazione verità sui 100 milioni di morti irrisi dai comunisti al governo. Staneremo uno per uno i fedeli amici di Lenin e dei suoi gulag”. La proposta lanciata nei giorni in cui il suo capo Pier Ferdinando Casini è in viaggio di nozze, non ha trovato l’entusiasmo che Volontè presumibilmente valutava di raccogliere.

Finanche Roberto Calderoli, che è Calderoli, pur trovando l’iniziativa “condivisibile”, la ritiene “superflua o comunque tardiva”. E Gianfranco Rotondi, democristiano e moderato almeno quanto Volontè, ricorda che “non esiste il comunismo, ma tanti partiti comunisti. Il comunismo italiano non ci ha negato la libertà, ma ce l’ha portata col sangue dei partigiani”. L’amichevole osservazione di Rotondi forse rallenterà la raccolta delle firme alla quale, come ha annunciato, da domani il deputato vorrebbe destinare ogni energia.

Certo, Volontè non ha ancora chiarito, ma ne avrà tempo, quale sarà il destino di coloro che verranno “stanati”. Tra l’altro proprio di fronte al suo banco, e per giunta nella qualità di presidente dell’assemblea, è seduto un comunista: Fausto Bertinotti. Altri si trovano al governo, molti anche in Parlamento. Un illustre ex al Quirinale. Stanarli tutti sarebbe una fatica, per non dire dell’imbarazzo a lavorare sulla Carta Costituzionale frutto, purtroppo per Volontè, dell’opera (e dell’inchiostro) di parecchi comunisti.

Volont Avevamo conosciuto Volontè attraverso il mitico scambio epistolare con Paolo Farinella Prete, a proposito della temuta raccolta in volume di “Giaculatorie” del “Suo in Cristo” Luca Volonté, finito fra pernacchie e risate del web italiano. Ma, come è noto, il poco onorevole Luca è dotato di grande forza di Volonté, ed è già pronto a nuove battaglie, e a nuove figure di merda.

Uno che non riesce proprio a distinguere fra chi ha rovinato l’Italia con la retorica di Imperi, Fasci, gagliardetti, alleanze con imbianchini di Monaco, marce e marcette su Roma e su Salò, otto milioni di baionette, Imperi e Regni, e coloro che da questo pattume ci hanno liberati, spesso a costo della vita, non può essere definito un cretino di taglia “medium, ma gli deve essere riconosciuta la taglia XL (Extra Large).

Non è chiaro quante firme raccoglierà intorno a questo storico progetto di revisione della Costituzione: probabilmente la sua, quella di Berlusconi e dell’ex comunista Bondi (a proposito, Bondi era comunista: il reato sarà già caduto in prescrizione?). E “Straccio” Liguori starà già facendo rotta su Cuba? e Giuliano Ferrara?

Non è chiaro quale sia la pena prevista per “apologia del comunismo”: se, per fare un peresempio, mi dovessero scovare col poster di Enrico Berlinguer in camera, rischio grosso? E potrò chiedere di essere messo nella stessa cella di Claurio R., che addirittura conserva un post di Lenin? Ci sarà una qualche forma di attenuante per le t-shirts col faccione del Che?

Si pone forse anche un problema strategico all’interno dell’intera Casa del Fascio delle Libertà: una volta inviati al confino o in un lager tutti gli ex adoratores del comunismo che albergano a destra (da Bondi a Pera, da Adornato a Maroni, da Bossi a Ferrara, e via destreggiando), il centro-destra riuscirà a superare lo sbarramento del 5%, se dovesse passare il sistema elettorale tedesco?

Noi, da parte nostra, chiederemo al miglior esperto italiano in “Leggi di Iniziativa Popolare” di darci una mano a presentarne una: quella che punisce l’Apologia dell’Uddiccismo. Non è facile definire l’uddiccismo, perchè è un mix di appecoronamenti di vario genere: alla chiesa di Roma, alla Mafia di Palermo, al leader minimo di Arcore, e di “lotta dura senza paura” alla coerenza, all’onestà, all’intelligenza.

Luca Volontè: un eroe del nostro tempio (direbbe Natzinger); un uomo che non teme nulla, neanche il senso del ridicolo.


Migrazioni: la memoria corta degli italiani

Ottobre 6, 2007

Per non dimenticare. Questo post è dedicato a tutti i “non sono razzista però” che affiorano a valanga. I dati sono tratti in prevalenza da un libro di Gian Antonio Stella (”L’orda: quando gli albanesi eravamo noi”). Il libro mi è stato segnalato da Claudio, che ringrazio. Pur essendo Stella un giornalista stimatissimo, soprattutto dopo aver scritto “La Casta”, questo libro precedente è stato di scarso successo. Perchè? Forse perchè La Casta è in grado di giustificare (anche se non era questo l’obiettivo) l’invettiva generalizzata, mentre “L’Orda” ci ricorda impietosamente “come eravamo”, e come in generale vorremmo che non ci fosse ricordato di essere stati.

 

 

 

“…volevamo braccia, sono arrivati uomini…” (Max Frisch)

Caseveneto_4 Nel 1961 c’era già il “miracolo italiano”, però nel ricco Veneto dei Gentilini alcuni stentavano a vederlo, il miracolo, persino da lontano. Ecco com’erano le case venete nel 1961

 

 

 

 

 

 

Analfabeti_3 Negli anni del miracolo, un italiano su 12 era totalmente analfabeta

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Esport_analf_ital L’Italia non ha esportato solo Enrico Fermi e Meucci: ha esportato principalmente masse di analfabeti.

 

Emigrazione_regioni Non è vero che i maggiori serbatoi di emigrazione siano state le regioni meridinali. I dati, separati dalle opinioni, raccontano un’altra storia. Friuli, Veneto e Lombardia hanno fornito più carne da emigrazione che Sicilia, Calabria e Campania.

 

 

Criminali_itausa Non è vero che abbiamo esportato solo piastrellisti, pizzaioli e contadini: abbiamo esportato fior di delinquenti, in quantità industriali. Questo è il numero di carcerati negli USA, solo per reati gravi, nel 1908.

 

 

 

 

Schio_famigliaSchio: prima del boom, la fame. Rara foto di una famiglia patriarcale contadina di Schio conservata alla Biblioteca Scledense. Da quelle campagne vicentine oggi operose e opulente partirono a decine di migliaia, andando incontro spesso a tragedie come quella raccontata in una lettera, raccolta da Emilio Franzina nel libro “Merica! Merica!”, da Bortolo Rosolen: “Il viaggio è stato molto pesante tanto che per mio consiglio non incontrerebbe tali tribolazioni neppure il mio cane che ho lasciato in Italia. (…) Piangendo li descriverò che dopo pochi giorni si ammalò tutti i miei figli e anche le donne. Noi che abbiamo condotto 11 figli nell’America ora siamo rimasti con 5, e gli altri li abbiamo perduti. Lascio a lei considerare quale e quanta fu la nostra disperazione che se avessi avuto il potere non sarei fermato in America neppure un’ora”.

 

Italiacason Veneto 1930: tracce di medioevo: nella foto dell’archivio del “Gazzettino”, marito e moglie davanti al loro “casòn”, l’abitazione tradizionale delle campagne venete. Siamo già nel 1930, il treno è stato inventato da 105 anni, il telegrafo da 79, il telefono da 74, il fax da 65, la metropolitana elettrica di Londra da 40, il cinema da 35, l’automobile Mercedes da 30, l’aereo da 27, la radio da 24. Eppure dal nostro paese partono altre 280 mila persone in un anno nonostante il freno del fascismo e nelle terre che diventeranno pochi decenni dopo la “locomotiva d’Italia” c’è chi vive ancora come nel medioevo. Poco è cambiato da quel 1877 in cui il municipio di Padova stimava che su 3187 case coloniche del circondario poco meno di un terzo erano casoni. Cioè: “Gabbie di legname a quattro pareti piane, collocate sopra muriccioli a secco, rifoderati da canne di sorgo turco, dentro e fuori spalmate di creta: superiormente un’intelaiatura di legno a forma di piramide, colle facce esterne intessute e coperte di strame o di paglia, un uscio che permetta l’entrata della gente e dentro l’angusto ambiente un focolare, cui sovrasta una qualsiasi via d’uscita per il fumo, una o due finestrelle, difese da impannate od anco da vetrate; pavimento la nuda terra”.

 

 

Italiascuola Scuole da terzo mondo – Nella foto di Tino Petrelli, una classe delle elementari di Africo (Reggio Calabria) nel 1948. Dicono i censimenti che nel 1951, tra gli abitanti con più di sei anni, erano ancora analfabeti 5.456.005 italiani, pari al 12,9% della popolazione. Una percentuale spaventosa (che saliva al 24% in una regione del Sud non particolarmente arretrata come la Puglia) e che sarebbe scesa molto lentamente all’8,3% nel 1961.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

TrogloditiI trogloditi di Mergellina – Nella foto scattata negli anni Sessanta, l’interno di una grotta abitata da alcune famiglie povere a Mergellina. Poco o niente era cambiato dal quel 1951 in cui il sindaco Achille Lauro aveva spiegato: “secondo calcoli molto attendibili e semmai errati in difetto a Napoli si alzano ogni mattina 80.000 persone che non sanno se e in che modo potranno sfamarsi nella giornata”. Il reddito italiano pro capite era allora di 235 dollari l’anno, contro i 1.453 degli Stati Uniti. Il meridione poi era così povero che il suo reddito medio (130 dollari) era inferiore a quello della Jugoslavia titina, che secondo la commissione parlamentare d’inchiesta del 1951 arrivava allora a 146.

 

Vucumpr Venditori di cianfrusaglie – Il banchetto carico di cianfrusaglie di due ambulanti italiani in Francia agli inizi del Novecento. Una foto che somiglia a troppe immagini di cinesi, arabi e africani scattate in questi ultimi anni e fa giustizia da sola di chi dice, come lo scrittore Rino Cammilleri, che “noi non siamo mai stati vu cumpra’”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Emigranti In navigazione verso l’odio – Nella foto Farabola, emigranti a bordo del “Principe di Udine” nel 1926. Alcuni avrebbero fatto fortuna, molti no. Tutti sarebbero stati accolti, in Australia come negli Usa, da forti ostilità. Un giornale di Melbourne del 1925 dedicato agli italiani, in gran parte veneti e piemontesi, titolava: “L’invasione delle pelli-oliva”

 

 

 

AlloggioUna stanza per dormire, lavorare, cucinare – Nella foto di Jacob Riis scattata a Bayard Street nel 1888, un gruppo di italiani ammucchiati in una sola stanza in un condominio di Bayard Street. Scriveva lo stesso Riis nel libro “Così vive l’altra metà”: “i rapporti di polizia che parlano di uomini e di donne che si uccidono cadendo dai tetti e dai davanzali delle finestre mentre dormono, annunciano che si avvicina l’epoca delle grandi sofferenze per la povera gente. È nel periodo caldo, quando la vita in casa diventa insopportabile per dover cucinare, dormire e lavorare tutti stipati in una piccola stanza, che gli edifici scoppiano, intolleranti di qualsiasi costrizione. Allora una vita strana e pittoresca si trasferisce sui tetti piatti. [...] Nelle soffocanti notti di luglio, quando quei casermoni sono come forni accesi, e i loro muri emanano il caldo assorbito di giorno, gli uomini e le donne si sdraiano in file irrequiete, ansanti, alla ricerca di un po’ di sonno, d’un po’ d’aria. Allora ogni camion per la strada, ogni scala di sicurezza stipata, diventa una camera da letto, preferibile a qualsiasi altro luogo all’interno della casa. [...] La vita nei caseggiati, in luglio e agosto, vuol dire la morte per un esercito di bambini piccoli che tutta la scienza dei medici è impotente a salvare”.

 

Noi oggi siamo capaci di indignarci quando veniamo le condizioni nelle quali vivono certi immigrati. Ci indignamo con loro, come se vivere in un porcile fosse una loro scelta. Raramente ci indignamo con noi stessi, che in queste condizioni li facciamo vivere. Ah… la memoria corta…

 

Fenicotteri“Fenicotteri” sfracellati al confine – Nella fotografia Judlin-Dalmas ripresa dal settimanale “Settimo giorno” del gennaio 1962, il salto della morte alle spalle di Ventimiglia dove la notte di capodanno del 1962 si era sfracellato Mario Trambusti, un giovane fiorentino che cercava di entrare clandestinamente in Francia. Era l’87° italiano morto esattamente in quel punto. E quel 1962 era l’anno in cui Dino Risi girava il film simbolo dell’Italia che si arricchiva: “Il sorpasso”

 

 

Orfani_di_frontiera Gli “orfani” della frontiera – Nella foto di “Tempo illustrato” n. 7 del 1971, alcuni figli di emigranti alla “casa del fanciullo” di Domodossola. Un orfanatrofio. Ma di 120 ospiti una novantina erano “orfani di frontiera” i cui genitori lavoravano in Svizzera ma avevano per legge il divieto di portare con loro la famiglia.

 

Emigranti_fila Sui sentieri dell’esodo illegale – Nella foto di Jack Le Cuziat, pubblicata dall’”Europeo” il 5-3-1963, una lunga fila di italiani che passano clandestinamente il confine con la Francia. I sentieri alpini erano battuti da secoli. Il 9-2-1958, sul “Giorno”, il grande Tommaso Besozzi aveva scritto che (”anche se il lettore stenterà a crederlo”), erano stati almeno diecimila dalla sola Calabria a varcare clandestinamente il confine nella seconda metà degli anni Cinquanta “con una lunga marcia sui nevai della Vasubie”. Per entrare in Francia bastava allora la carta d’identità ma “non potevano credere che gli uomini potessero andare da un paese all’altro con così poche formalità”.

 

Bordello1 La tratta delle bianche – La “tratta delle bianche” non è il titolo di un romanzo d’appendice. Il commercio internazionale di donne da avviare alla prostituzione nelle Americhe, in giro per l’Europa e perfino in Africa era a cavallo tra Ottocento e Novecento assai florido e vedeva gli italiani tra i protagonisti. Il fenomeno era così preoccupante che a Parigi nel 1902 fu organizzata addirittura una Conferenza cui l’Italia inviò come suo delegato Raniero Paulucci de Calboli. Il quale in un saggio sulla Nuova Antologia si scagliò furente, per esempio, contro certi loschi “uffici d’emigrazione” che facevano “tratta regolare di ragazze per l’Egitto” dove il console italiano aveva denunciato “il numero sempre crescente di uomini e donne italiane che vivevano con la prostituzione” e riferito che “alcuni speculatori appartenenti alla numerosa classe dei lenoni e degli sfruttatori di donne”, approfittando del disastroso terremoto del 1894 in Calabria “e della conseguente miseria di quei luoghi”, si disponevano “a indurre giovani donne e fanciulle calabresi a emigrare in Egitto colla speranza di essere collocate a servizio, ma in realtà per essere gettate nella malavita”.

 

Anastasia Mafia’s Brothers, con fratello prete – Nella foto i fratelli Anastasia, una delle tante famiglie mafiose italo-americane: da sinistra seduti Antonio (Tony), Giuseppe (Joe), don Salvatore, Umberto (Albert). In piedi Gerardo (a destra) e il nipote Antonio. Tony era il capo del potente sindacato dei portuali, Albert (destinato a morire falciato da una raffica di mitra mentre era dal barbiere) il creatore dell’Anonima Assassini. Don Salvatore, arrivato a New York dalla Calabria per raggiungere i fratelli dopo essersi fatto prete, giurò fino all’ultimo che non sapeva assolutamente nulla delle loro attività criminali: . “La tragedia della mia vita cominciò con un giornale deposto da una vecchia signora sui banchi della chiesa della Cromwell Avenue.” Era il Natale del 1950 e scoprì su quel quotidiano che la Commissione sul Crimine avrebbe interrogato “il ras della malavita newyorkese” Albert Anastasia: “Vidi nero, mi coprii di freddo e di sudore, un fiotto di sangue mi uscì dal naso; ho ripreso conoscenza il giorno dopo, mi tennero per ventiquattr’ore sotto la tenda a ossigeno”.

 

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ArandoraArandora Star: la strage ignorata – Nella foto, l’Arandora Star, un transatlantico da crociera sequestrato dalle autorità inglesi all’inizio del secondo conflitto mondiale. Fu qui che, dopo la dichiarazione di guerra da parte di Benito Mussolini, vennero caricati, con l’accusa di essere spie in servizio o potenziali, oltre 700 immigrati italiani in Inghilterra. Una retata vergognosa: moltissimi erano indifferenti alla politica, molti vivevano in Inghilterra da quarant’anni e avevano figli nell’esercito britannico, altri ancora erano addirittura antifascisti da anni in esilio o ebrei fuggiti dall’Italia dopo le leggi razziali del 1938. La nave, sulla quale erano stati concentrati anche 500 prigionieri tedeschi (tra i quali diversi antinazisti ed ebrei che avevano cercato rifugio oltre Manica) fu intercettata da un sottomarino tedesco il 2 luglio 1940, silurata e affondata. Gli italiani che sparirono tra i flutti, urlando disperati nel tentativo di superare le barriere di filo spinato stese sul ponte, furono 446. Ma sui giornali dell’epoca non uscì una riga. Il primo libro italiano sul tema, di Maria Serena Balestracci, è uscito nel 2002: 62 anni dopo l’ecatombe.

 

Linciaggio_neworleans New Orleans, eccidio in carcere – Una immagine del linciaggio di 11 italiani a New Orleans tratta dalla rivista Illustreted American del 4 aprile 1891 e ripubblicata da Richard Gambino nel libro “Vendetta” edito da Sperling & Kupfer nel 1975. Racconta Gambino che le mamme con i bambini in braccio si chinavano sui cadaveri per inzuppare i fazzoletti nel sangue come souvenir.


Keith Jarrett torn alla Scala

Ottobre 4, 2007

 

Protagonista della serata del Fai alla Scala di Milano

 

Roma, 4 ott. (Apcom) - Dopo dodici anni dalla sua ultima esibizione, Keith Jarrett ritorna nel tempio ufficiale della grande musica milanese: La Scala. Il virtuoso pianista americano, considerato uno dei più importanti musicisti jazz viventi, si esibirà il 14 ottobre in occasione del concerto di beneficenza del Fai, il Fondo per l’Ambiente Italiano. Jarrett – che quest’estate all’Umbria Jazz Festival aveva interrotto la performance a causa di un flash di troppo – sarà il protagonista assoluto di “An Evening of Solo Piano Improvisations”.


La casta dei politici e la razza padrona

Settembre 30, 2007

di EUGENIO SCALFARI – Repubblica.it

Si è avviato un bel dibattito che ha come tema gli italiani e la politica. Il merito occasionale va diviso in parti eguali tra Rizzo e Stella da un lato e Beppe Grillo dall’altro. Dico occasionale perché in realtà è un dibattito che dura da un secolo e mezzo, cioè dalla fondazione dello Stato unitario nel 1861. Pensate un po’!

Alcuni ne hanno esaminato le cause, altri ne hanno cavalcato e radicalizzato gli effetti. In questo dibattito, da oltre cinquant’anni, ci sono dentro anch’io e quindi ho qualche titolo per intervenirvi di nuovo. Ma prima è d’obbligo spendere qualche parola sulla legge finanziaria, finalmente licenziata dal Consiglio dei ministri insieme a un decreto che avrà effetti immediati, approvato all’unanimità la sera di venerdì.

Il decreto muove risorse per 7 miliardi e mezzo; la Finanziaria 2008 contiene una manovra di 10.700 milioni. Senza una lira di tassa in più. Anzi con un abbattimento di imposte rilevante: 5 punti in meno di Ires, 4 decimali di punto in meno di Irap; una tassa unica del 20 per cento per le micro-imprese che assorbe forfettariamente Iva, Ires e Irap con i connessi adempimenti burocratici.

Se ai benefici destinati alle imprese si aggiungono i tre punti di cuneo fiscale già in opera, si vede che le risorse mobilitate per la crescita economica e la competitività sono almeno eguali se non addirittura superiori alle provvidenze realizzate dal cancelliere tedesco Angela Merkel a favore dell’industria del suo Paese. Quei provvedimenti sono stati lodati da tutti gli osservatori e dalle autorità internazionali; ci sarebbe da attendersi analoghe lodi per quanto deciso dal governo italiano, ma in casa nostra la setta (o la casta) degli economisti è molto più avara e quindi non ne parlerà se non a bocca storta per opposte ragioni alla bocca storta di Diliberto, il Pierino della sinistra radicale.

Ma una parte notevole della manovra è anche destinata alle fasce deboli dei redditi, alle famiglie, ai giovani, alle infrastrutture; il taglio di alcune spese sugli acquisti della pubblica amministrazione, sull’organico dei pubblici dipendenti e sui costi degli enti locali vincolati da un patto di stabilità stipulato dalla conferenza Stato-Regioni, completa un menu che agisce su due pedali: quello produttivo e quello sociale, facendo sperare su un aumento della domanda globale sia dal lato degli investimenti sia da quello dei consumi.
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Prodi e i ministri economici si erano impegnati a realizzare una Finanziaria impostata su questa duplice strategia e la promessa è stata mantenuta. Vedo che si insiste molto sulla “leggerezza” della manovra, quasi che le risorse mobilitate configurino soltanto ritocchi di poca importanza. Non mi pare che le cose stiano così. Diciotto miliardi tra decreto e Finanziaria (36 mila miliardi di vecchie lire) indirizzate ad alleggerire oneri fiscali e a rifinanziare i cantieri delle aziende pubbliche che lavorano per le infrastrutture, costituiscono una vigorosa azione di sostegno della domanda, della competitività e dei redditi quale da tempo non si verificava, a parità di pressione fiscale. L’avanzo primario è aumentato da zero a 2 punti, il deficit corrisponde agli impegni presi con l’Europa.

Certo non è stato affrontato il grande tema della spesa della pubblica amministrazione. Sarkozy, tanto ammirato in Italia, si cimenterà con questo problema nei prossimi giorni. Il taglio da lui preannunciato è nell’ordine di 9 miliardi di euro. Di più non può fare ancorché il debito pubblico francese sia metà del nostro. Ma il nostro gettito tributario è aumentato molto di più di quello del fisco parigino. Sarkozy spera in una ripresa dell’economia che tuttavia tarda a venire. Questo rende alquanto dubbio il successo della sua manovra. Anche lui ha i suoi guai. Finora è stato più bravo a nasconderli, ma ora i nodi stanno venendo anche al suo pettine.

Non dico affatto che il male comune sia un mezzo gaudio: noi abbiamo quanto mai bisogno che l’economia europea sia tonica. Segnalo soltanto che il ciclo economico occidentale non attraversa un periodo di vacche grasse, tutt’altro. Qualche errore di fondo è certamente avvenuto da qualche parte. La ricerca di quell’errore dovrebbe essere occupazione condivisa da imprenditori, banchieri, sindacati, Banche centrali e governi. Tutti infatti sono chiamati in causa e il gioco dello scaricabarile è diventato a questo punto manifestamente impossibile.
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Dunque pace nel governo e nella coalizione che lo sostiene? Non direi. Direi tregua, sperando che lo sfarinamento dei partiti non produca l’incidente al Senato su cui Berlusconi (e Casini insieme a lui) sta puntando con rinnovato vigore. Ma quand’anche la Finanziaria riuscisse a passare indenne nella cruna dell’ago senatoriale – come ci si deve augurare per il bene non del centrosinistra ma del Paese – è inutile pensare che alle prossime elezioni l’Unione si possa ripresentare nella stessa composizione attuale. Prodi lo vorrebbe ma Bertinotti – a quanto mi risulta – è perfettamente consapevole che non sarà possibile.

Bertinotti aveva immaginato che il suo partito avrebbe capito e condiviso la sua strategia di lotta e di governo.
Ma ci si è messo di mezzo un profondo sussulto identitario (al quale il “grillismo” ha dato una robusta mano). Il presidente della Camera sa che il gioco gli ha preso la mano; la partita non è più sotto il suo controllo. Sarà difficilissimo se non addirittura impossibile restare nello schema di lotta e di governo per il semplice motivo che gli elettori, tutti gli elettori, pretendono a questo punto coalizioni coese. Le risse interne non sono più accettate né tollerabili. Perciò, quale che sia la legge elettorale con la quale si andrà a votare, nel centrosinistra i riformisti e la sinistra radicale affronteranno divisi il confronto elettorale. Con programmi più semplici e più incisivi. Di venti pagine e non di trecento.

Se il voto avverrà nel 2008 Berlusconi vincerà. Se sarà spostato in avanti la partita è aperta e il Partito democratico potrà giocare le sue carte. Casini e Fini saranno abbracciati e digeriti dal Cavaliere di Arcore. Bossi è costola sua e non gli creerà problemi. Ma in un Paese che vive di emozioni rapide ad emergere e anche a capovolgersi nel senso contrario, il governo potrebbe risalire nei consensi e Veltroni potrebbe puntare ad un risultato del 35-40 per cento per il Partito democratico. Questi sono a mio avviso gli elementi della partita. E qui si ripropone il dibattito sulla “casta”. E sulle “caste”.
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Non parlerò di Grillo, ma invece di interlocutori di maggior spessore: Gian Antonio Stella e Pierluigi Battista (sul “Corriere della Sera” del 28 e del 29), di Luca Ricolfi (sulla “Stampa” del 28) e di noi di “Repubblica”, a cominciare da Ezio Mauro, direttore del nostro giornale. Mauro ha fatto una diagnosi secondo me esaustiva del “malessere” italiano che da almeno vent’anni debilita la fibra democratica e la morale pubblica del nostro paese. Nella classe politica e non soltanto, ma nell’”establishment” nella sua interezza. Nel capitalismo all’italiana, nel sindacalismo all’italiana, nella Chiesa in salsa italiana. E anche nel giornalismo all’italiana. Ha espresso la speranza che ciascuno, per quanto gli compete, rifletta sulle responsabilità proprie e cerchi di correggerne le cause e gli effetti. Sia questo il contributo al risanamento che ciascuno deve portare alla democrazia repubblicana.

Stella ha esordito con una citazione a sorpresa: “A Roma spadroneggia un piccolo gruppo di padreterni, i quali si sono persuasi, insieme con qualche ministro, di avere la sapienza infusa nel vasto cervello. Non mantengono le promesse, impediscono il movimento a coloro che avrebbero voglia di agire, fanno perdere agli industriali quei mercati che erano riusciti a conquistare.
Bisogna licenziare questi padreterni orgogliosi. Troppo a lungo li abbiamo sopportati”.

Non sono parole di Beppe Grillo – chiosa Stella – né di Guglielmo Giannini né del Bossi della prima maniera, ma nientemeno che di Luigi Einaudi che le scrisse sul “Corriere” del primo febbraio 1919. Vedete dunque…! Bella sorpresa per chi non conosce o ha dimenticato l’Einaudi del 1919. Ma, purtroppo per Stella e anche per noi italiani la citazione è un vero boomerang per la tesi di chi pensa d’avere scoperto la casta politica a far data dal governo Prodi o tutt’al più dal Berlusconi del 2001 fino ai giorni nostri. La casta politica – la citazione lo prova – esisteva già nel 1919 e veniva bollata con parole come si vede roventi.

Ma in realtà esisteva da molto prima. Se Stella avrà la pazienza di leggere i discorsi politici di Marco Minghetti, quelli di Silvio Spaventa, quelli di Ruggero Bonghi, troverà le stesse accuse risalenti agli anni Ottanta del secolo XIX. Più tardi le ritroverà nel D’Annunzio della marcia sul fiume e nel Mussolini della marcia su Roma e nel pitale scagliato su Montecitorio dal dannunziano e futurista Keller. Troverà lo scandalo della Banca Romana, il coinvolgimento delittuoso di Francesco Crispi e della stessa Monarchia, la cacciata e l’esilio di Giolitti. E giù giù per li rami arriverà fino al Craxi di Tangentopoli e infine ai giorni nostri.

Bisogna, caro Stella, retrodatare tutto di un secolo e mezzo. Ma questo non vuol certo dire che gli attuali reggitori della cosa pubblica siano indenni da colpe, da errori, da omissioni. Vuol dire però che il male è molto antico. Se si è perpetuato malgrado le denunce vigorosissime per un tempo così lungo la vostra diagnosi è dunque sbagliata ed è sbagliata anche quella di Einaudi che parla di un piccolo gruppo di padreterni da cacciare a pedate. Qualcuno, tre anni dopo, li cacciò e venne una dittatura durata vent’anni. E’ questo il rimedio?

Mi sorge un dubbio: forse i diagnostici della casta hanno un’idea infantile della politica. Parlando al Tv 7 dell’altro ieri, interrogato da Gianni Riotta, Stella ha detto: io so poco di economia e quindi non mi sento in grado di mettere in piazza le supposte malefatte dei capitalisti italiani. Ma i politici sono sicuramente peggio perché hanno tutto il potere e lo ostentano. I politici hanno tutto il potere? Caro Stella, non so in quale paese, ma che dico, in quale mondo tu pensi di vivere. La frazione di potere dei politici (non solo in Italia) è minima rispetto al potere dei detentori del capitale. I quali tra l’altro sono inamovibili perché il loro fondamento è la natura proprietaria di quel potere. Mi scuso per la citazione, ma io scrissi “Razza padrona” nel 1974. Forse non l’hai letta ma ti sarebbe stata utile per portare avanti le tue meritorie battaglie.

“Le banche hanno acquisito un potere economico e politico che potrà diventare un pericolo se gli uomini che vi presiedono non avranno piena coscienza della terribile responsabilità che loro incombe nello svolgimento della vita nazionale. Dietro la presenza delle società anonime e al di sopra della inerte massa dei piccoli risparmiatori sta la ristretta brigata dei pochi grandi finanzieri e dei pochi grandi industriali i quali tengono di fatto il potere e direttamente o attraverso delegati controllano l’immensa schiera delle società industriali, mercantili, marittime che costituiscono la clientela delle banche e ad esse si connettono… Indarno si faceva appello alla grande maggioranza degli industriali, per nove decimi sani e onesti con grandi benemerenze di lavoro, di iniziative, di costruttività. La maggioranza laboriosa ma passiva e ignara lasciava che i facinorosi e i furbi andassero all’arrembaggio della nave che portava le fortune dello Stato”.

Sorpresa, collega Stella: queste parole non sono di Grillo (che peraltro ne ha dette di simili quando denunciava la Cirio, la Parmalat, la Telecom). Non sono neppure mie né tue che non t’intendi di economia; non sono di Montezemolo né di Draghi. Sono – udite udite – di Luigi Einaudi e stanno nel volume “La condotta economica e gli effetti sociali della guerra”. Anche queste le scrisse nel 1919 in occasione della crisi dell’Ilva, dell’Ansaldo e della Banca di sconto ma poi, nelle “Lezioni di politica sociale” del 1944 le riprese e le aggiornò. Bisogna leggerlo tutto, Luigi Einaudi, magari insieme a De Viti De Marco, a Gaetano Salvemini e ad Ernesto Rossi, che non erano moderati ma radicali e liberali di sinistra.
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Oggi il capitalismo è diverso. Conosce (o finge di conoscere) le regole che debbono disciplinare il mercato ma che in Italia sono ancora fragilissime se hanno consentito e consentono che il leader del maggior partito, già tre volte presidente del Consiglio e in vena di ritornarci per la quarta volta, sia il proprietario di metà del duopolio televisivo ed abbia – quando s’insedia a Palazzo Chigi, influenza determinante sull’altra metà pubblica.

Mi sarebbe piaciuto leggerne almeno qualche riga nel libro sulla casta, ma non mi pare d’averla trovata. Se mi è sfuggita, sarei grato mi venisse segnalata. Ho letto però, sempre sul “Corriere della Sera”, uno scritto del professor Giavazzi che si dichiarava insoddisfatto e turbato perché il ministro dell’Economia aveva nominato come suo rappresentante nel consiglio della Rai (come la legge gli prescrive) persona certamente esperta nella materia specifica ma anziana di età e notoriamente di convinzioni politiche vicine all’attuale maggioranza.

Mi sarebbe piaciuto leggere un Giavazzi di annata ai tempi in cui Baldassarre presiedeva il consiglio d’amministrazione della Rai. Forse mi è sfuggito? Anche qui, per favore, segnalatemelo e farò debita ammenda. Scordavo Pierluigi Battista e Luca Ricolfi, ma quanto ho scritto fin qui vale anche per loro.

30 Settembre 2007


I conti della Chiesa

Settembre 28, 2007

L’otto per mille, le scuole, gli ospedali, gli insegnanti di religione e i grandi eventi -Ogni anno, dallo Stato, arrivano alle strutture ecclesiastiche circa 4 miliardi di euro

 

<B>I conti della Chiesa<br>ecco quanto ci costa</B>

 

di CURZIO MALTESE
“Quando sono arrivato alla Cei, nel 1986, si trovavano a malapena i soldi per pagare gli stipendi di quattro impiegati”. Camillo Ruini non esagera. A metà anni Ottanta le finanze vaticane sono una scatola vuota e nera. Un anno dopo l’arrivo di Ruini alla Cei, soltanto il passaporto vaticano salva il presidente dello Ior, monsignor Paul Marcinkus, dall’arresto per il crack del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi. La crisi economica è la ragione per cui Giovanni Paolo II chiama a Roma il giovane vescovo di Reggio Emilia, allora noto alle cronache solo per aver celebrato il matrimonio di Flavia Franzoni e Romano Prodi, ma dotato di talento manageriale. Poche scelte si riveleranno più azzeccate. Nel “ventennio Ruini”, segretario dall’86 e presidente dal ‘91, la Cei si è trasformata in una potenza economica, quindi mediatica e politica. In parallelo, il presidente dei vescovi ha assunto un ruolo centrale nel dibattito pubblico italiano e all’interno del Vaticano, come mai era avvenuto con i predecessori, fino a diventare il grande elettore di Benedetto XVI.
Le ragioni dell’ascesa di Ruini sono legate all’intelligenza, alla ferrea volontà e alle straordinarie qualità di organizzatore del personaggio. Ma un’altra chiave per leggerne la parabola si chiama “otto per mille”. Un fiume di soldi che comincia a fluire nelle casse della Cei dalla primavera del 1990, quando entra a regime il prelievo diretto sull’Irpef, e sfocia ormai nel mare di un miliardo di euro all’anno. Ruini ne è il dominus incontrastato. Tolte le spese automatiche come gli stipendi dei preti, è il presidente della conferenza episcopale, attraverso pochi fidati collaboratori, ad avere l’ultima parola su ogni singola spesa, dalla riparazione di una canonica alla costruzione di una missione in Africa agli investimenti immobiliari e finanziari.

 

 

 

Dall’otto per mille, la voce più nota, parte l’inchiesta di Repubblica sul costo della chiesa cattolica per gli italiani. Il calcolo non è semplice, oltre che poco di moda. Assai meno di moda delle furenti diatribe sul costo della politica. Il “prezzo della casta” è ormai calcolato in quattro miliardi di euro all’anno. “Una mezza finanziaria” per “far mangiare il ceto politico”. “L’equivalente di un Ponte sullo Stretto o di un Mose all’anno”.

 

Alla cifra dello scandalo, sbattuta in copertina da Il Mondo e altri giornali, sulla scia di La Casta di Rizzo e Stella e Il costo della democrazia di Salvi e Villone, si arriva sommando gli stipendi di 150 mila eletti dal popolo, dai parlamentari europei all’ultimo consigliere di comunità montane, più i compensi dei quasi trecentomila consulenti, le spese per il funzionamento dei ministeri, le pensioni dei politici, i rimborsi elettorali, i finanziamenti ai giornali di partito, le auto blu e altri privilegi, compresi buvette e barbiere di Montecitorio.

 

Per la par condicio bisognerebbe adottare al “costo della Chiesa” la stessa larghezza di vedute. Ma si arriverebbe a cifre faraoniche quanto approssimative, del genere strombazzato nei libelli e in certi siti anticlericali.

 

Con più prudenza e realismo si può stabilire che la Chiesa cattolica costa in ogni caso ai contribuenti italiani almeno quanto il ceto politico. Oltre quattro miliardi di euro all’anno, tra finanziamenti diretti dello Stato e degli enti locali e mancato gettito fiscale. La prima voce comprende il miliardo di euro dell’otto per mille, i 650 milioni per gli stipendi dei 22 mila insegnanti dell’ora di religione (”Un vecchio relitto concordatario che sarebbe da abolire”, nell’opinione dello scrittore cattolico Vittorio Messori), altri 700 milioni versati da Stato ed enti locali per le convenzioni su scuola e sanità. Poi c’è la voce variabile dei finanziamenti ai Grandi Eventi, dal Giubileo (3500 miliardi di lire) all’ultimo raduno di Loreto (2,5 milioni di euro), per una media annua, nell’ultimo decennio, di 250 milioni. A questi due miliardi 600 milioni di contributi diretti alla Chiesa occorre aggiungere il cumulo di vantaggi fiscali concessi al Vaticano, oggi al centro di un’inchiesta dell’Unione Europea per “aiuti di Stato”. L’elenco è immenso, nazionale e locale. Sempre con prudenza si può valutare in una forbice fra 400 ai 700 milioni il mancato incasso per l’Ici (stime “non di mercato” dell’associazione dei Comuni), in 500 milioni le esenzioni da Irap, Ires e altre imposte, in altri 600 milioni l’elusione fiscale legalizzata del mondo del turismo cattolico, che gestisce ogni anno da e per l’Italia un flusso di quaranta milioni di visitatori e pellegrini. Il totale supera i quattro miliardi all’anno, dunque una mezza finanziaria, un Ponte sullo Stretto o un Mose all’anno, più qualche decina di milioni.

 

La Chiesa cattolica, non eletta dal popolo e non sottoposta a vincoli democratici, costa agli italiani come il sistema politico. Soltanto agli italiani, almeno in queste dimensioni. Non ai francesi, agli spagnoli, ai tedeschi, agli americani, che pure pagano come noi il “costo della democrazia”, magari con migliori risultati.

 

Si può obiettare che gli italiani sono più contenti di dare i soldi ai preti che non ai politici, infatti se ne lamentano assai meno. In parte perché forse non lo sanno. Il meccanismo dell’otto per mille sull’Irpef, studiato a metà anni Ottanta da un fiscalista all’epoca “di sinistra” come Giulio Tremonti, consulente del governo Craxi, assegna alla Chiesa cattolica anche le donazioni non espresse, su base percentuale. Il 60 per cento dei contribuenti lascia in bianco la voce “otto per mille” ma grazie al 35 per cento che indica “Chiesa cattolica” fra le scelte ammesse (le altre sono Stato, Valdesi, Avventisti, Assemblee di Dio, Ebrei e Luterani), la Cei si accaparra quasi il 90 per cento del totale. Una mostruosità giuridica la definì già nell’84 sul Sole 24 Ore lo storico Piero Bellini.

 

Ma pur considerando il meccanismo “facilitante” dell’otto per mille, rimane diffusa la convinzione che i soldi alla Chiesa siano ben destinati, con un ampio “ritorno sociale”. Una mezza finanziaria, d’accordo, ma utile a ripagare il prezioso lavoro svolto dai sacerdoti sul territorio, la fatica quotidiana delle parrocchie nel tappare le falle sempre più evidenti del welfare, senza contare l’impegno nel Terzo Mondo. Tutti argomenti veri. Ma “quanto” veri?

 

Fare i conti in tasca al Vaticano è impresa disperata. Ma per capire dove finiscono i soldi degli italiani sarà pur lecito citare come fonte insospettabile la stessa Cei e il suo bilancio annuo sull’otto per mille. Su cinque euro versati dai contribuenti, la conferenza dei vescovi dichiara di spenderne uno per interventi di carità in Italia e all’estero (rispettivamente 12 e 8 per cento del totale). Gli altri quattro euro servono all’autofinanziamento. Prelevato il 35 per cento del totale per pagare gli stipendi ai circa 39 mila sacerdoti italiani, rimane ogni anno mezzo miliardo di euro che il vertice Cei distribuisce all’interno della Chiesa a suo insindacabile parere e senza alcun serio controllo, sotto voci generiche come “esigenze di culto”, “spese di catechesi”, attività finanziarie e immobiliari. Senza contare l’altro paradosso: se al “voto” dell’otto per mille fosse applicato il quorum della metà, la Chiesa non vedrebbe mai un euro.

 

Nella cultura cattolica, in misura ben maggiore che nelle timidissime culture liberali e di sinistra, è in corso da anni un coraggioso, doloroso e censuratissimo dibattito sul “come” le gerarchie vaticane usano il danaro dell’otto per mille “per troncare e sopire il dissenso nella Chiesa”. Una delle testimonianze migliori è il pamphlet “Chiesa padrona” di Roberto Beretta, scrittore e giornalista dell’Avvenire, il quotidiano dei vescovi. Al capitolo “L’altra faccia dell’otto per mille”, Beretta osserva: “Chi gestisce i danari dell’otto per mille ha conquistato un enorme potere, che pure ha importantissimi risvolti ecclesiali e teologici”. Continua: “Quale vescovo per esempio – sapendo che poi dovrà ricorrere alla Cei per i soldi necessari a sistemare un seminario o a riparare la cattedrale – alzerà mai la mano in assemblea generale per contestare le posizioni della presidenza?”. “E infatti – conclude l’autore – i soli che in Italia si permettono di parlare schiettamente sono alcuni dei vescovi emeriti, ovvero quelli ormai in pensione, che non hanno più niente da perdere…”.

 

A scorrere i resoconti dei convegni culturali e le pagine di “Chiesa padrona”, rifiutato in blocco dall’editoria cattolica e non pervenuto nelle librerie religiose, si capisce che la critica al “dirigismo” e all’uso “ideologico” dell’otto per mille non è affatto nell’universo dei credenti. Non mancano naturalmente i “vescovi in pensione”, da Carlo Maria Martini, ormai esiliato volontario a Gerusalemme, a Giuseppe Casale, ex arcivescovo di Foggia, che descrive così il nuovo corso: “I vescovi non parlano più, aspettano l’input dai vertici… Quando fanno le nomine vescovili consultano tutti, laici, preti, monsignori, e poi fanno quello che vogliono loro, cioè chiunque salvo il nome che è stato indicato”. Il già citato Vittorio Messori ha lamentato più volte “il dirigismo”, “il centralismo” e “lo strapotere raggiunto dalla burocrazia nella Chiesa”. Alfredo Carlo Moro, giurista e fratello di Aldo, in uno degli ultimi interventi pubblici ha lanciato una sofferta accusa: “Assistiamo ormai a una carenza gravissima di discussione nella Chiesa, a un impressionante e clamoroso silenzio; delle riunioni della Cei si sa solo ciò che dichiara in principio il presidente; i teologi parlano solo quando sono perfettamente in linea, altrimenti tacciono”.

 

La Chiesa di vent’anni fa, quella in cui Camillo Ruini comincia la sua scalata, non ha i soldi per pagare gli impiegati della Cei, con le finanze scosse dagli scandali e svuotate dal sostegno a Solidarnosc. La cultura cattolica si sente derisa dall’egemonia di sinistra, ignorata dai giornali laici, espulsa dall’universo edonista delle tv commerciali, perfino ridotta in minoranza nella Rai riformata. Eppure è una Chiesa ancora viva, anzi vitalissima. Tanto pluralista da ospitare nel suo seno mille voci, dai teologi della liberazione agli ultra tradizionalisti seguaci di monsignor Lefebrve. Capace di riconoscere movimenti di massa, come Comunione e Liberazione, e di “scoprire” l’antimafia, con le omelie del cardinale Pappalardo, il lavoro di don Puglisi a Brancaccio, l’impegno di don Italo Calabrò contro la ‘ndrangheta.

 

Dopo vent’anni di “cura Ruini” la Chiesa all’apparenza scoppia di salute. È assai più ricca e potente e ascoltata a Palazzo, governa l’agenda dei media e influisce sull’intero quadro politico, da An a Rifondazione, non più soltanto su uno. Nelle apparizioni televisive il clero è secondo soltanto al ceto politico. Si vantano folle oceaniche ai raduni cattolici, la moltiplicazione dei santi e dei santuari, i record di audience delle fiction di tema religioso. Le voci di dissenso sono sparite. Eppure le chiese e le sagrestie si svuotano, la crisi di vocazioni ha ridotto in vent’anni i preti da 60 a 39 mila, i sacramenti religiosi come il matrimonio e il battesimo sono in diminuzione.

 

Il clero è vittima dell’illusoria equazione mediatica “visibilità uguale consenso”, come il suo gemello separato, il ceto politico. Nella vita reale rischia d’inverarsi la terribile profezia lanciata trent’anni fa da un teologo progressista: “La Chiesa sta divenendo per molti l’ostacolo principale alla fede. Non riescono più a vedere in essa altro che l’ambizione umana del potere, il piccolo teatro di uomini che, con la loro pretesa di amministrare il cristianesimo ufficiale, sembrano per lo più ostacolare il vero spirito del cristianesimo”. Quel teologo si chiamava Joseph Ratzinger.

 


(Hanno collaborato Carlo Pontesilli e Maurizio Turco)


La prova d’orchestra di pifferi e tromboni

Settembre 23, 2007

di EUGENIO SCALFARI

La pessima esibizione del Senato nel dibattito sulla Rai di giovedì scorso è stata in realtà una sorta di prova generale di quanto potrà avvenire nell’appuntamento parlamentare con la legge finanziaria 2008. La sessione di bilancio: così si chiama quell’appuntamento che ha inizio con la presentazione del disegno di legge al capo dello Stato e al Parlamento e si conclude tassativamente entro la fine dell’anno sgombrando in quei tre mesi ogni altra iniziativa legislativa salvo i casi di urgenza e la conversione in legge di eventuali decreti pendenti.

Una prova generale assolutamente “sui generis”. Infatti – a differenza delle prove generali vere – qui non c’era un regista. Ciascuno recitava a soggetto e ciascuno aveva un soggetto proprio e mai come in questa deplorevole occasione è utilissimo riandarsi a vedere “Prova d’orchestra”, uno dei più bei film di Federico Fellini, indimenticabile lezione artistica, umana, politica.

In “Prova d’orchestra” un gruppo di orchestrali che fino a quel giorno avevano lavorato insieme sotto la guida d’un celebre direttore, decidono di fare da loro. Il direttore tenta in tutti i modi di battere il tempo con la sua bacchetta e di far rispettare a ciascuno il suo ruolo e la corretta esecuzione dello spartito, ma ogni suo sforzo è vano, i violini vanno per conto loro e così i bassi, il clarinetto, l’oboe, i timpani, i tromboni. Finisce in una vera e propria rissa a colpi di archetto e di tamburo.

Ero amico di Fellini e un paio di volte andai ad intervistarlo a Cinecittà durante la lavorazione dei suoi film. Gli chiesi in una di quelle interviste quale fosse il film che gli era più caro. Ci pensò un po’ e poi – tipico suo – mi rispose: “Mentre li giravo mi piacevano, dopo il montaggio rivedevo tutte le imperfezioni e ne ero scontento. E poi non li ho mai più rivisti”. Tutti? gli ho chiesto. Scontento di tutti? “Tutti salvo uno: Prova d’orchestra. Ogni tanto me lo rivedo”.

Suggerisco ai membri del Senato che hanno mandato in scena uno spettacolo vergognoso per inconcludenza e dimostrazione d’ignoranza dell’argomento di cui dibattevano, di comprarsi la cassetta di quel film e meditarci sopra. Ne trarrebbero certamente diletto ma soprattutto sgomento, lo specchio gli rimanderebbe infatti l’immagine che tutti noi spettatori abbiamo visto ma che le loro mediocri vanità e personali ambizioni insieme all’ossessiva contemplazione del proprio ombelico gli hanno nascosto. Se avessero un briciolo di senso di responsabilità ne sarebbero sconvolti come noi spettatori e cittadini ne siamo rimasti.
* * *
Comunque la singolare prova generale di quanto potrebbe accadere ad ottobre nel dibattito sulla Finanziaria c’è stata. E’ stata commentata da Prodi in Consiglio dei ministri, da Berlusconi e da tutto il teatrino politico, come se gli attori parlamentari fossero persone diverse da quelle che il giorno seguente commentavano quanto è avvenuto. Queste dissociazioni rispetto al proprio operato sono frequenti quando la politica si avvita su se stessa dimenticando il suo alto ruolo e le sue responsabilità. Miserie, che gettano discredito su tutto incoraggiando le urla degli istrioni di ogni genere e conio.

Il disegno che emerge è chiaro e si può riassumere così:
1. Il dibattito sulla Finanziaria sarà il momento culminante della strategia della “spallata “.
2. Il governo non reggerà a causa delle interne divisioni della maggioranza e dunque imploderà, almeno in Senato dove ormai anche l’esiguo margine di vantaggio del centrosinistra è scomparso.
3. Dini ha in mente la presidenza del governo interinale che sarà inevitabile quando Prodi sarà stato sfiduciato dal Senato. Perciò troverà mille modi per votare contro e sfiancare la maggioranza, articolo dopo articolo.
4. Mastella vede con crescente preoccupazione l’avvicinamento di Dini al centrodestra, verso il quale anche lui è da tempo in movimento. Chi ci arriva prima (nella visione di questi due “statisti”) meglio alloggia. Di qui i loro ambigui e ondivaghi comportamenti.
5. Di Pietro ha scoperto Grillo e ambisce a rinverdire i fasti di “Mani pulite”. Il leader dell’”Italia dei valori” è affascinato dalle insorgenze in nome della “legalità”. Cantavano nel nostro Risorgimento: “Quando il popolo si desta / Dio si mette alla sua testa / la sua folgore gli dà”. Di Pietro pensa di poter esser lui quella folgore relegando Grillo al ruolo maieutico ma non politico. Le sue preannunciate dimissioni da ministro e l’uscita dei suoi parlamentari dalla coalizione servirebbero egregiamente a consolidare la sua fama di difensore della legalità disinteressato, mettendo nelle sue mani un seguito per ora valutabile al 17 per cento che la sua leadership (secondo lui) potrebbe portare oltre il 20. Insomma un grande partito alla faccia di Veltroni che gli ha impedito di candidarsi per la guida del Partito democratico.
6. Il quale Veltroni (e Rutelli con lui) non può assistere inerte a questo sfascio dell’Unione e alle difficoltà che si ripercuotono anche sul nascituro Pd. Quindi dovrà prendere qualche iniziativa spettacolare. Ma poiché nelle condizioni attuali ogni iniziativa spettacolare rischia di accrescere la litigiosità della maggioranza, ecco che i rischi d’implosione possono venire anche dal sindaco di Roma.
Questa è la diagnosi di quelli che lavorano per la spallata. Ed ora vediamo chi sono.
Anzitutto il centrodestra al completo. Su questo punto la Casa delle cosiddette libertà è compatta da Bossi a Casini, passando anche per Tabacci. Tutti puntano sulla cacciata di Prodi. Dopodiché si dividono: Berlusconi e i suoi fedeli vorrebbero le elezioni immediate; Casini punta su un governo istituzionale che prepari la nuova legge elettorale con tutto il tempo necessario, almeno un anno, per intraprendere la creazione di un piccolo-grande centro.
Questo disegno d’altra parte è condiviso anche da forze di diversa provenienza, economiche, editoriali, culturali: cacciata di Prodi, governo istituzionale che duri almeno fino al 2009, scomposizione degli attuali schieramenti bipolari, aggregazione centrista con Udc, la parte moderata dei Ds, i cattolici di Pezzotta, le comunità di Cl e di Sant’Egidio alle ali, la Confindustria alle spalle e i grandi giornali di proprietà banco-industriale ai fianchi.

Questo disegno prevede anche, oltre alla cacciata di Prodi con disonore – la giubilazione di Berlusconi con premi e medaglie e la nascita d’una nuova leadership non centrista ma centrale. E qui il ventaglio è largo e va da Montezemolo a Draghi, a Mario Monti, e perché no a Veltroni.

Grillo ha un ruolo in questo disegno: il lavoro sporco. Deve spazzar via i disturbatori di professione, la sinistra radicale, i diessini non abbastanza flessibili, il potere della Cgil e dei sindacati in genere. Poi – come ha scritto il buon Giovanni Sartori sul “Corriere della Sera” – non servirà più. Butteremo l’acqua sporca (Grillo) ma non il bambino che in quell’acqua ha emesso i suoi primi vagiti.
* * *
Spero d’esser stato chiaro nell’esporre i vari elementi di crisi che dovrebbero produrre l’implosione del governo e della maggioranza. Elementi diversi ma tutti convergenti su quell’obiettivo.

Ci sono però alcuni elementi avversi e anch’essi vanno considerati. Uno anzitutto: affinché l’implosione si verifichi deve avvenire sulla Finanziaria, che è la regina di tutte le battaglie parlamentari. Se la Finanziaria dovesse invece passare indenne, la strategia della spallata di fatto risulterebbe sconfitta.

Provocare la crisi con la bocciatura della Finanziaria avrebbe tuttavia come conseguenza l’esercizio provvisorio, il declassamento del debito pubblico italiano sui mercati internazionali, un terremoto nei nostri rapporti con l’Unione europea, il fallimento della riforma delle pensioni e il ritorno dello “scalone”, la rivolta dei sindacati, la fine della pace sociale.

Chi si prenderà una così drammatica e storica responsabilità? Mastella? Lamberto Dini? Rifondazione? Diliberto? Pecoraro Scanio? Cesare Salvi? Di Pietro? Bordon? Mandare il paese ai margini dell’Europa, azzerare i timidi accenni di crescita economica, aprire la guerra sociale? E’ vero che si vedono in circolazione molti irresponsabili, ma fino a questo punto?

Il disegno suddetto si fonda anche sulla giubilazione di Berlusconi. Ma il “patron” di Fininvest e di Mediaset ha la vittoria a portata di mano. Vi pare che si farebbe mettere in soffitta proprio adesso? Vi pare che si separerebbe dalla Lega, che è carne della sua carne e costola del suo corpo? Berlusconi è certamente un uomo di pulsioni improvvise che lui stesso non riesce a controllare, ma è anche guidato da un fortissimo istinto di sopravvivenza. Sa che un governo istituzionale per lui sarebbe una soluzione a perdere. Ma sa anche che questo è l’obiettivo di gran parte dei suoi alleati. Potrebbe anche operare in modo che la spallata sulla Finanziaria sia tentata ma non abbia esito, seguendo i suggerimenti moderati di Gianni Letta e di Marcello Dell’Utri.

Infine, piaccia o non piaccia, c’è “testa di ferro”, cioè Romano Prodi. Chi lo sottovaluta commette un grave errore. Chi pensa che sia svagato, distratto, sonnacchioso, bravo soltanto nel tirare a campare, sbaglia ancora di più.

Prodi ha molti difetti. Non è un principe della comunicazione (ma da Vespa andò benissimo) è sospettoso. E’ rancoroso. Ma è riuscito a governare in mezzo ad un’incessante tempesta dovuta in gran parte a quella “porcata” della legge elettorale imposta dal precedente governo.

In un anno nel quale la sua popolarità è crollata al 26 per cento (ma quella di Berlusconi non supera il 32) insieme a Padoa-Schioppa, a Visco e a Bersani è riuscito a rimettere a posto i conti con l’Europa, a far emergere da zero a 2 punti l’avanzo primario, a realizzare un recupero dell’evasione di molti miliardi e un super-gettito tributario senza nessuna tassa in più.

Ha diminuito l’Irap di 5 miliardi a beneficio delle imprese e dei lavoratori. Sta per decretare il bonus per le pensioni minime e il loro aumento stabile. Nella Finanziaria semplificherà il pagamento delle imposte per le micro-aziende (sono tre milioni e mezzo) istituendo un’imposta unica senza nessun altro adempimento; abbatterà l’Ires di 5 punti stimolando la crescita come e forse più di quanto la Merkel abbia fatto per le imprese tedesche.

Per uno che è stato definito Mortadella, Valium, Prozac e – secondo l’ultima diagnosi di Grillo – Alzheimer, direi che non c’è male.

Io non sono nella sua testa e perciò non so prevedere che cosa farà nei prossimi giorni, ma di una cosa sono certo: non resterà esposto ai colpi senza reagire. Se deve implodere, sarà lui ad esplodere. Anticiperà i tempi. Andrà magari a dimettersi al Quirinale. O qualche cosa del genere. Oppure sfiderà avversari esterni o interni ponendo la fiducia sulla sua Finanziaria. Con l’appello nominale e le eventuali assenze, tutto sarà chiaro e ciascuno si assumerà le sue responsabilità. Ivi compresi noi giornali e giornalisti. Ci vuole almeno un po’ di grandezza quando si affronta la bufera.

Post scriptum. Nel corso di una trasmissione televisiva (Speciale Tv 7) cui ho partecipato venerdì, andata in onda all’una di notte,) ho ascoltato gli insulti e alcune falsità indirizzatimi dalle urla del comico Giuseppe Grillo. Poiché la mia risposta non sarà stata ascoltata da molti a causa della tardissima ora, la riferisco qui di seguito.

Grillo ha detto che ho ricevuto venticinquemila “email” di protesta contro un mio articolo critico nei suoi confronti. In realtà le lettere a me indirizzate sono state in tutto – fino ad oggi – sessantanove, sette delle quali in mio favore e sessantadue contro.

Ho anche ricordato, in cortese polemica con Giovanni Sartori in studio con me insieme al direttore del Tg1 Gianni Riotta, che nel 1919 i fasci mussoliniani nacquero più o meno con un programma analogo, eccitando gli italiani ad insorgere contro la decrepita classe politica, contro i partiti esistenti, contro la monarchia costituzionale, per far vincere l’Italia dell’ordine e delle persone perbene.

Dal ‘19 al ‘23 personalità come Benedetto Croce e Luigi Albertini, che hanno dedicato la propria intelligenza e la propria vita alla difesa della libertà, appoggiarono quel movimento o perlomeno non ravvisarono i rischi cui esso sottoponeva la fragile democrazia italiana. Giudicarono che poteva essere utile per recuperare “legge e ordine”. Poi Mussolini e i suoi sarebbero stati rimandati a casa con tanti ringraziamenti per il lavoro sporco che avevano effettuato.

Anche i grandi filosofi e i grandi giornalisti possono commettere gravi errori e questo fu il caso di Croce e di Albertini.

Nella trasmissione di venerdì mi sono limitato, senza proporre alcun confronto improprio, a ricordare quanto accadde 88 anni fa e gli effetti che ne derivarono per questo sempre immaturo Paese.


Vaffanculo Day: ho sbagliato, ma “solo” al 99%

Settembre 9, 2007

Vaffanculo_grillo La giornata di ieri, nata da Internet, è anche un colpo all’idea di onnipotenza della tivù – La piazza di Grillo tra politica e populismo – Ma da qui in poi per lui e il suo movimento comincia il difficile – Altri sono finiti in niente dopo aver riempito le piazze
di MICHELE SERRA – Repubblica – Le foto: Bologna, da Repubblica; Torino, da Candido Volteri

Piazza Maggiore a Bologna dove ieri si sono radunate 50 mila persone per il V-day di Grillo. LA COSA peggiore del “Vaffanculo Day” era il titolo, che dietro l’ammicco “comico” contiene tutta la colpevole vaghezza del populismo. (Vaffanculo, satiricamente parlando, è roba da Bagaglino, non da Beppe Grillo). Ma fermarsi alla crosta greve (e facile) non serve a capire, non aiuta a riflettere. Bisognerà, per esempio, ragionare un po’ meglio sul concetto di “antipolitica”, alla luce del successo politico del raduno nazionale convocato dal cittadino Giuseppe Grillo in arte Beppe.

Piazza Maggiore gremita per il comizio del leader, decine di altre piazze italiane con la gente in coda per firmare una proposta di legge di iniziativa popolare fatta da tre punti secchi secchi: no alla presenza di condannati in Parlamento, ineleggibilità dopo due legislature, elezione diretta di tutti i candidati. A cominciare dalla piazza piena, luogo simbolico per eccellenza di tutte le cause politiche, sbocco tradizionale di tutti gli umori che da individuali vogliono farsi pubblici, la giornata particolare di Beppe Grillo e dei suoi tanti compagni di avventura è difficilmente inquadrabile, nel male e nel bene, se non dentro il difficile momento politico e civile del Paese.

Il manifesto di convocazione, nella sua indubitabile rozzezza (dire che “dal ‘43 a oggi in Italia non è cambiato niente” è, per dirla con Grillo, una notevole belinata), era di contenuto squisitamente politico. Almeno due dei tre punti in oggetto (negare ai condannati il diritto di rappresentare il popolo, impedire alle segreterie dei partiti di nominare di straforo i candidati senza passare attraverso il vaglio degli elettori) sono molto difficilmente liquidabili come “qualunquisti”. Esprimono, al contrario, un’insofferenza per larga parte condivisibile e condivisa da milioni di italiani, molti dei quali (senza bisogno di vaffanculo) hanno appena fatto la coda per il referendum Segni contro questa indecorosa legge elettorale proprio perché non sopportano più il piglio castale e l’autoreferenzialità malata delle varie leadership di partito. E chiedono la partecipazione diretta dei cittadini alla scelta della propria classe dirigente.

Più controverso il terzo punto, perché non è detto che congedare un ottimo politico dopo due sole legislature coincida con il miglioramento della qualità professionale della classe politica (anzi). Ma quello che lascia il segno, vedendo decine di migliaia di cittadini mobilitarsi attorno a Grillo, alle sue drastiche parole d’ordine, al suo ringhio esasperato, perfino alla sua presunzione di Unto dalla Rete, è constatare, piaccia o non piaccia, che un uomo famoso ma isolato, popolare ma ex televisivo, antimediatico suo malgrado o fors’anche per sua scelta, sia in grado di mobilitare una folla che molti dei piccoli partiti, pur radicatissimi nei telegiornali e sui giornali, neanche si sognano.

La rappresentanza di Grillo e del suo blog, dopo la giornata di ieri, esce dal discusso limbo del virtuale e diventa così reale da riuscire a contendere spazio (anche nei telegiornali) alla poderosa, inamidata routine dell’informazione istituzionale. Va ricordato che ieri, mediaticamente parlando, non era una giornata facile per un outsider sbucato dal suo blog. C’erano i funerali di Pavarotti, moltissimo sport di sicuro impatto (Monza, il rugby, il calcio, il basket), e bucare la copertura mediatica, ritagliarsi uno spazio importante, irrompere nel dibattito non era facile. Grillo c’è riuscito facendo leva solo su Internet, sulla piazza virtuale nella quale ha da tempo installato il suo podio di artista e di polemista. E’ come se una pura ipotesi numerica si fosse materializzata di prepotenza, come se la qualità sfuggente di un’assemblea virtuale fosse diventata quantità evidente.

Questo costringe chi dubita della forza politica e culturale di Internet (compreso chi scrive) a rifare un po’ di conti, perché la giornata di ieri, e questo Grillo lo sa, è soprattutto un colpo all’idea di onnipotenza della televisione, una breccia nel muro, un indizio non decisivo ma importante a favore del peso che la rete ha via via acquisito nel determinare orientamenti e scelte di massa.

Di qui in poi, naturalmente, comincia il difficile, per Grillo e per il “suo” movimento. E’ proprio la natura rudemente politica delle richieste messe in campo che non consente comode ritirate nel mugugno o nello sberleffo. Si può essere genericamente riottosi o anche furibondi nella critica, ma una volta che l’umore raggrumato attorno a un leader popolare si fa piazza, si fa raccolta di firme, si fa manifestazione da titolo di telegiornale, muta la natura stessa della mobilitazione. Una proposta di legge non è una pasquinata, non è un gesto dell’ombrello contro il Palazzo, è un passo avanti dentro l’agorà, una pubblica assunzione di responsabilità.

Vaffanculo_torino_candidovolteri_2 Qui si misureranno il peso e il calibro di Grillo e del grillismo da un lato, e del “popolo dei blog” dall’altro: l’organizzazione del dissenso, la sua trasformazione in elemento di rottura e di rinnovamento, sono questioni che impegnano allo spasimo, dalla notte dei tempi, qualunque leader o partito o movimento, compresi molti di quei “professionisti della politica” che, per quanto casta o lobby o Palazzo, negli anni hanno via via dato voce a qualcosa di più che ai propri meri interessi personali. (Ed è proprio questa la debolezza di Grillo: l’indeterminato mugugno contro un “sistema” che contiene al suo interno diseguali responsabilità e diseguali idee rispetto agli assetti sociali, culturali, politici e istituzionali).

In altre parole, la rappresentanza della politica tradizionale è in crisi, ma sostituirla con altra politica è il solo metodo accertato di “cambiare lo stato delle cose”, come già sapevano e dicevano i vecchi rivoluzionari. Amici e detrattori di Grillo, da oggi, seguiranno con mutata attenzione le sue mosse. Già altri movimenti impetuosi (da quello pro-giudici ai tempi di Mani Pulite ai girotondi a infiniti e ricorrenti subbugli studenteschi) sono finiti in niente dopo avere riempito piazze e giornali e telegiornali. E’ mancata, in quei casi, la capacità di trasformare in peso politico l’investitura popolare. Anche in questo caso non resta che aspettare. Cominciando, intanto, a prendere atto di una giornata non consueta, non facilmente incasellabile.

…come tutti sanno, in questi giorni non sono stato fra i più entusiastici sostenitori del V-Day, per alcune ragioni che posso così riassumere:

  1. Non condivido la storia, peraltro imprecisata, delle due legislature (ho personalmente citato l’esempio di Bassanini, e vedo che Serra, sia pure senza far nomi, è sulla stessa linea)
  2. La scelta degli eletti da parte degli elettori è parte dei più ampi meccanismi della legge elettorale complessiva, e quindi la proposta del V-Day avrebbe avuto un suo valore se avesse presentato una legge elettorale popolare. Così non è stato, e questa legge popolare, anche se fosse votata ed approvata il parlamento, non sposterebbe di un centimetro i meccanismi attuali. Non si può votare con una legge che dice “gli eletti sono scelti dagli elettori”, ma con una legge che parla dettaglatamente di collegi, sistemi, criteri e regole di formazione delle liste, e via annoiando.
  3. Infine, ho detto (e qui anche Serra non si è accorto), che la legge “fuori i condannati in secondo grado dal Parlamento”, andrebbe condita con piccole, noiose ma indispensabili appendici appendici quali le necessarie (e preliminari) modifiche della legge costituzionale

Detto questo, non ho difficoltà ad ammettere di essermi sbagliato sulle previsioni di partecipazione all’evento, così come molti si sono sbagliati sulla critica al mancato “rebound” mediatico dell’evento stesso. Ieri i giornali sono stati abbastanza silenti (stritolati fra altri avvenimenti mediatici, e la paura di sponsorizzare la causa di un outsider); oggi, davanti all’indubbia portata dei numeri, hanno scelto di dare ampio spazio all’evento.

Oggi ho scelto di pubblicare, per intero e senza cambiare una virgola, l’articolo di Serra su Repubblica, perchè, fra quelli che ho letto, è quello che maggiormente rispecchia il mio pensiero. Nei giorni scorsi, un tale che si firma Goldrake (?) mi ha scritto che “…la tua è tutta invidia da blogger fallito…”; si tranquillizzi, questo goldrake. Fra me e Grillo non c’è, e non potrebbe esserci, alcuna lotta a chi ce l’ha più grosso. Sarebbe una lotta ridicola, fra una formica ed un rinoceronte. Però sappia il mio amico goldrake che che non mi reputo un “blogger fallito”. Come ho sempre detto, io non provo neanche a confrontarmi con Repubblica, col Washington Post o con Beppe Grillo. Io mi confronto con chi è partito dai miei stessi livelli di notorietà (0,00)) e dalle mie stesse strutture (0,01).

Detta in altro modo: non stiamo facendo, per quanto a questo genio ciò possa suonare strano, alcuna guerra di celodurismo e/o di celolunghismo. Non ci sono i presupposti. Stiamo facendo una discussione civile fra idee e metodi. Sul blog di Grillo col Maestro (maiuscolo) che parla, e coi discepoli che ascoltano, e al massimo è loro consentito di scazzarsi, ma solo fra di loro su tutto, su tutti e senza freni. Sul Tafanus, col “vigile poco urbano” (minuscolo) che dirige il traffico, e coi partecipanti che discutono civilmente dell’argomento; e col “vigile urbano” che talvolta si degna persino di scendere dall’empireo e di dire la sua, uguale fra uguali.

La scossa data da Grillo sarà salutare per smuovere dal coma profondo i politici? Lo spero, ma sono animato dal pessimismo della ragione. Ma sul piano pratico (quello legislativo) queste proposte di legge di iniziativa popolare sono così generiche, così mal formulate, così impregnate di pura demagogia, che passeranno senza lasciare traccia. Accetto scommesse “a termine” (ci ritroviamo l’8 Settembre 2008?).

A meno che non siano riprese dalla politica di professione. Ma voi ce la vedete Forza Italia che accetta una legge ordinaria ed una costituzionale che tolga di mezzo i condannati? e cioè 20 persone della Casa delle Libertà Vigilate, incluso il padrone di casa? o un parlamento nel quale, avendo quasi tutti fatto due legislature, si autolicenzino? O i partiti maggiori che rinunciano ai propri poteri di autoconservazione?

Credimi, amico (?) Goldrake, qui “l’invidia del pene”, non ‘c’entra un cazzo. Stiamo solo cercando di far funzionare al meglio ciò che ci resta di cervello, anche se non ti sembra molto…

Tafanus


Il Senatur ri-rirettifa: ora, come un pistola, parla di fucili

Agosto 26, 2007

Lotta di liberazione, il Nord ha le scatole piene di uno Stato delinquente” – “Potremmo tirare fuori i fucili”

PASSO SAN MARCO (Bergamo) – Umberto Bossi, Senatur, dai duemila metri del Passo San Marco in provincia di Bergamo, rilancia la battaglia sulle imposte. E lo fa usando toni minacciosi e frasi sopra le righe, nel corso della manifestazione che avvia la raccolta di firme per la protesta fiscale: “A loro interessano solo i nostri soldi – attacca, riferendosi al governo – i lombardi non hanno mai tirato fuori i fucili ma per farlo c’è sempre la prima volta”. Parole che, come prevedibile, suscitano una bufera nel mondo politico, con reazioni indignate del centrosinistra.

Le parole di Bossi. “Andremo in fondo – dice il numero uno leghista – non ci fermeremo a metà, costi quel che costi. La rivolta e la protesta fiscale sono parte della lotta di liberazione in atto perché il Nord ha le scatole piene di uno Stato delinquenziale”. E ancora: “Davanti alla rapina delinquenziale dell’estate che toglie la libertà, sappiamo come reagire ed arrivare al bersaglio. La protesta fiscale non è la fine del mondo ma una parte della lotta per la libertà”. E infine: “Se la Lombardia chiude i rubinetti l’Italia muore in cinque giorni perché vivono con i soldi dei lombardi. I lombardi non hanno mai tirato fuori i fucili ma per farlo c’è sempre la prima volta [...]

Segue l’abituale pisciatina fuori dal vaso dello statista Maurizio Gasparri

Maurizio Gasparri di An: “I fucili di Bossi sono verbali, con Prodi invece sono arrivati in Parlamento personaggi che hanno usato pistole vere nelle file del terrorismo; e nel suo schieramento ci sono consigliori come chi ha ordinato l’esecuzione di Calabresi. Per non dimenticare le esecuzioni politiche, come quella del generale Speciale decisa da Visco”.

 Le parole di Gasparri sono incommentabili (e quindi non le commento). Quelle del Senatur, che evidentemente deve aver subito qualche trauma irreparabile, mi tranquillizzano. Mentre infatti anni orsono voleva scendere a Roma coi “trecentomila” valligiani armati di mitra, adesso si accontenta di semplici fucili. Ancora due esternazioni e passeremo prima alle fionde, e finalmente alle scorregge, che forse sono più letali dei fucili di cui sopra.

Quanto allo statista della Garbatella, farebbe bene a ricordare di quando il suo fedele alleato patano straparlava di andare a stanare i fascisti uno per uno, dalle porcilaie. Ma il pensiero fisso dello Statista qual’è? la vittima Speciale. Un consiglio: perchè questa macchietta, se sa qualcosa di reati compiuti da Visco nei confronti di Speciale o di altri, anzichè ammorbare mezzo mondo, non corre alla più vicina Procura? Oltretutto, sarebbe un suo preciso dovere civico.


Il Senatur ri-rirettifa: ora, come un pistola, parla di fucili

Agosto 26, 2007

Lotta di liberazione, il Nord ha le scatole piene di uno Stato delinquente” – “Potremmo tirare fuori i fucili”

 

PASSO SAN MARCO (Bergamo) – Umberto Bossi, Senatur, dai duemila metri del Passo San Marco in provincia di Bergamo, rilancia la battaglia sulle imposte. E lo fa usando toni minacciosi e frasi sopra le righe, nel corso della manifestazione che avvia la raccolta di firme per la protesta fiscale: “A loro interessano solo i nostri soldi – attacca, riferendosi al governo – i lombardi non hanno mai tirato fuori i fucili ma per farlo c’è sempre la prima volta”. Parole che, come prevedibile, suscitano una bufera nel mondo politico, con reazioni indignate del centrosinistra.

 

Le parole di Bossi. “Andremo in fondo – dice il numero uno leghista – non ci fermeremo a metà, costi quel che costi. La rivolta e la protesta fiscale sono parte della lotta di liberazione in atto perché il Nord ha le scatole piene di uno Stato delinquenziale”. E ancora: “Davanti alla rapina delinquenziale dell’estate che toglie la libertà, sappiamo come reagire ed arrivare al bersaglio. La protesta fiscale non è la fine del mondo ma una parte della lotta per la libertà”. E infine: “Se la Lombardia chiude i rubinetti l’Italia muore in cinque giorni perché vivono con i soldi dei lombardi. I lombardi non hanno mai tirato fuori i fucili ma per farlo c’è sempre la prima volta [...]

 

Segue l’abituale pisciatina fuori dal vaso dello statista Maurizio Gasparri

 

Maurizio Gasparri di An: “I fucili di Bossi sono verbali, con Prodi invece sono arrivati in Parlamento personaggi che hanno usato pistole vere nelle file del terrorismo; e nel suo schieramento ci sono consigliori come chi ha ordinato l’esecuzione di Calabresi. Per non dimenticare le esecuzioni politiche, come quella del generale Speciale decisa da Visco”.

 

Le parole di Gasparri sono incommentabili (e quindi non le commento). Quelle del Senatur, che evidentemente deve aver subito qualche trauma irreparabile, mi tranquillizzano. Mentre infatti anni orsono voleva scendere a Roma coi “trecentomila” valligiani armati di mitra, adesso si accontenta di semplici fucili. Ancora due esternazioni e passeremo prima alle fionde, e finalmente alle scorregge, che forse sono più letali dei fucili di cui sopra.

Quanto allo statista della Garbatella, farebbe bene a ricordare di quando il suo fedele alleato patano straparlava di andare a stanare i fascisti uno per uno, dalle porcilaie. Ma il pensiero fisso dello Statista qual’è? la vittima Speciale. Un consiglio: perchè questa macchietta, se sa qualcosa di reati compiuti da Visco nei confronti di Speciale o di altri, anzichè ammorbare mezzo mondo, non corre alla più vicina Procura? Oltretutto, sarebbe un suo preciso dovere civico.


In morte di Bruno Trentin. Professione: Galantuomo

Agosto 24, 2007

 

Bruno_trentim Avremo tempo e modo di discutere, a riflettori spenti, se e quali corresponsabilità abbia Trentin in faccende controverse come la contingenza, o come la contrattualistica del lavoro in generale. Oggi è il giorno del ricordo, del rimpianto, del dolore. Bruno Trentin è una di quelle rare persone che ti fanno sposare un partito, che per decenni non riesci ad abbandonare per nessuna ragione al mondo.

Se proprio dovessi fare un parallelo con qualcuno, in termini di “empatia”, mi verrebbe in mente un nome solo: Enrico Berlinguer, anche se erano molto diversi nel cursus della vita: uomo di apparato Enrico, uomo dalle mille esperienze pre-politiche e professionali Trentin.

Quello che ai miei occhi li rendeva quasi fratelli gemelli era la serietà, la credibilità, quel saper parlare pochissimo e a bassa voce, quasi schivando le loro stesse parole. Quella capacità di ascoltare le opinioni degli altri, a volte molto al di sopra del loro merito.

Bruno era, come Enrico, un uomo che non ho mai visto ridere, ed ho visto raramente sorridere. Le rare volte in cui lo faceva, sorrideva con una certa pudicizia, quasi vergognandosene. Molti, per la innata incapacità di Bruno di stare “sopra le righe”, non hanno mai neanche sospettato il Trentin che studiava ad Harward (ma come, un comunista!), o quello che dal ‘43 al ‘46 (e cioè fra i 17 ed i 20 anni), ha combattuto contro le “repubbliche sbagliate”: contro Vichy in Francia, contro Salò in Italia. Ha militato nei gruppi di “Giustizia e Libertà”, nei quali ha avuto anche il comando di una sua brigata.

Bruno ha vissuto il periodo di massima visibilità (quello da segretario della CGIL) schivando, nei limiti del possibile, riflettori e telecamere. Ha vissuto gli anni successivi (dal ‘94 alla morte) in un cono d’ombra. E’ stato un uomo che ha dato a noi più di quanto non abbia ricevuto in cambio. Noi tutti, e la sinistra ufficiale in primo luogo, abbiamo lasciato che quest’uomo si spegnesse con un grosso carico di crediti nei nostri confronti. E questi crediti non li possiamo regolare soltanto dicendo “Bruno, ti abbiamo voluto bene”, ma lo diciamo lo stesso. Bruno ti abbiamo voluto bene.

Abbiamo tratto la breve biografia pubblicata di seguito dall’Unità, che è stato il giornale più tempestivo a mettere la notizia in prima pagina, e perchè è stato per anni il giornale del suo partito.

Bruno_trentin_1 Trentin si è spento per una polmonite resistente alla terapia antibiotica e per una febbre intrattabile, aggravata da una carenza immunitaria legata al grave trauma cranico subito un anno fa. Trentin è morto nel pomeriggio di oggi all’ospedale Gemelli. Ne danno notizia «con immenso dolore» la famiglia, la Cgil e i Democratici di sinistra.

Bruno Trentin, morto oggi a Roma all’età di 81 anni, era nato a Pavie (Francia), il 9 dicembre 1926. Laureato in giurisprudenza a Pavia (Italia), ha studiato anche presso la Harvard University, per poi tornare in Francia nel 1941, dove ha combattuto la Repubblica di Vichy. Dal 1943 al 1946 ha preso parte alla Resistenza, sia in Francia che in Italia, dove ha militato nelle formazioni partigiane di “Giustizia e Liberta” alla cui fondazione ha contribuito, assumendo nel 1944 il comando di una brigata.

Nel 1949 si è iscritto alla Cgil, iniziando a lavorare nell’Ufficio studi economici. L’anno dopo è entrato nel Partito comunista italiano, diventando membro del Comitato Centrale dal 1960 al 1973: con il Pci è stato eletto consigliere comunale a Roma (1960-1973) e deputato nazionale (1962-1972).

Nel sindacato è stato eletto vicesegretario nel 1958, mentre dal 1962 è stato segretario generale della Fiom, mantenendo l’incarico, assieme a quello di segretario generale della Federazione unitaria della metallurgia (Flm), fino al 1977. In quell’anno è diventato segretario confederale della Cgil nazionale.

Eletto segretario nazionale della Cgil il 29 novembre 1988, succedendo a Pizzinato, ha ricoperto l’incarico fino al 30 giugno 1994. Nel 1993 ha stipulato con Cisl e Uil lo storico accordo sulla politica dei redditi che pose termine al sistema della scala mobile.

Negli anni successivi Trentin ha assunto la responsabilità dell’Ufficio programma della Cgil, carica ricoperta fino all’elezione al Parlamento europeo nel giugno 1999. Nel Parlamento europeo è stato membro della Commissione per i problemi economici e monetari, membro sostituto della Commissione per l’occupazione e gli affari sociali, membro della Delegazione per le relazioni con il Consiglio legislativo palestinese.

Membro anche del Cnel (Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro), il 25 gennaio 2002 è stato eletto deputato nelle liste dei Democratici di Sinistra, divenendo presidente della Commissione nazionale per il Progetto. Ha scritto tre libri: Lavoro e libertà (1994), Il coraggio dell’utopia (1994), La città del lavoro (1997).

«Esprimo il dolore mio e di tutta la Cgil per la scomparsa di Bruno Trentin»: sono le parole del segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani, che lo ricorda come «protagonista» della storia della Cgil a cui, dice il leader sindacale, «lascia una lezione di grande rigore morale, coerenza e autonomia difese con intransigenza, di attenzione ai valori sociali e di difesa del valore della confederalità». «Bruno ha rappresentato in tutto il dopoguerra un punto di riferimento fondamentale nella lotta per la democrazia, l’uguaglianza sociale e per i diritti del mondo del lavoro. Si può dire che non c’è pagina nella storia della Cgil e del movimento sindacale italiano in cui non sia stato protagonista. Il piano per il lavoro, la programmazione economica, la centralità del Mezzogiorno, le lotte operaie dell’autunno caldo, la stagione del sindacato dei diritti, gli accordi fondamentali del ‘92 e del ‘93 lo hanno visto protagonista indiscusso», ricorda Epifani. Alla Cgil, aggiunge il numero uno dell’organizzazione sindacale, «Bruno lascia una lezione di grande rigore morale, coerenza e autonomia difese con intransigenza, di attenzione ai valori sociali e di difesa del valore della confederalità. A lui deve molto non solo la Cgil ma l’insieme del movimento dei lavoratori, le forze politiche del Paese e le altre organizzazioni sindacali verso le quali ebbe sempre una grande attenzione unitaria a partire dall’esperienza dei metalmeccanici» [...]

…Veltroni lo ha anche ricordato come «appassionato consigliere comunale di Roma. Bruno Trentin era una persona di grande curiosità e spessore intellettuale, aveva un tratto umano di eleganza e ironia, anche per questo lo ricordo con dispiacere e riconoscenza. Bruno Trentin non mancherà solo alla moglie Marcelle e alla figlia Antonella, cui va il più affettuoso cordoglio mio e di tutta la città di Roma, mancherà a tutto il Paese».


I Circoli virtuali di Michela Brambilla

Agosto 22, 2007

Telefoni silenti, indirizzi di altri partiti. Ma puoi iscriverti on line – La preferita del Cavaliere ha messo in subbuglio i colonnelli di Forza Italia

…bentornata a Concita De Gregorio, la cui penna al cianuro troppo spesso  e troppo a lungo si fa desiderare…

Repubblica di CONCITA DE GREGORIO

ROMA – La strepitosa foto di gruppo della nascita dell’ultimo partito Michela_coscialunga_brambilla politico italiano vede in primo piano Michela Vittoria Brambilla, madre quarantenne in tailleur. In collegamento telefonico Silvio Berlusconi, padre assente ancora impegnato in danze estive e imminente testimone di nozze della coppia Briatore-Gregoraci, già presidente del Consiglio. A sinistra Mariano Apicella, una volta parcheggiatore oggi cantautore personale dell’ex premier pronto “a comporre l’inno non appena Berlusconi mi dà il la”.

In fondo a destra, in una baita di Lorenzago, Bossi Tremonti Calderoli e Alemanno un pochettino perplessi. Fuori fuoco Ferdinando Adornato, che lui il partito l’aveva fondato per primo in primavera ma non se n’è accorto nessuno. Assenti gli altri alleati, evidentemente personaggi minori. Data dello scatto: 6 agosto 2007. Il giorno del compleanno di Fedele Confalonieri che nella foto non c’è, faceva festa coi suoi ma – certo al corrente del lieto evento – si sarà a suo modo sobriamente rallegrato così come ha fatto Marcello Dell’Utri: “E’ un partito in più, ci sta, non ci vedo niente di male”.

Ci sta, certo. Se non che il Partito della Libertà, nome e simbolo registrati alla Ue dalla “persona fisica Michela Vittoria Brambilla” lunedì 6 agosto, non è “un partito in più”: è – potrebbe diventare con un prossimo gioco di prestigio – “il partito”. E’ questo infatti il nome che Berlusconi da mesi sogna di dare al partito unico del centrodestra, l’arma con cui rispondere al Partito democratico. E’ il contenitore presunto della rivoluzione politica che Berlusconi ha concepito negli stessi mesi in cui ringiovaniva il guardaroba.Progettiamopozzuoli_carabinieri

Che la proprietaria sia Brambilla genera comprensibili irritazioni tra i forzisti di lungo corso, colonnelli e caporali, ma è anche questo un effetto calcolato: l’avvento di Brambilla, eroina del Foglio di Giuliano Ferrara (per lui solo MVB) ed editorialista di Libero, è la clava con cui il Cavaliere ha preso a sbarazzarsi di una nomenclatura ormai bolsa e inadatta. E’ la donna nuova, la sua creatura. Rapida e devota lei difatti spiega: “ho agito su mandato di Berlusconi, nome e simbolo sono a sua completa disposizione”. Sono suoi, di Silvio, ovviamente. Figuriamoci se Brambilla può lavorare politicamente in nome proprio: è tutta un’operazione orchestrata dal capo.

La storia del notaio è una cortina fumogena. Non è vero che Berlusconi sia andato a fondare il partito in segreto da un notaio amico. La notizia avrebbe fatto impazzire fan e detrattori: per il partito democratico un anno di calvario, per il partito della libertà un minuto dal notaio. No, non è andata così. Berlusconi ha mandato avanti, e già da mesi, Michela Vittoria: i circoli della libertà, la tv della libertà, il giornale della libertà. Lei in video, lei intervistata dai rotocalchi, lei che dice su Youtube “finché ci sarò io questo sarà un posto di gente libera”, ovazione in sala.

Clubdelleaquile_2 Del successo dei Circoli si parla moltissimo, sarebbero migliaia in Italia, centinaia per regione. Sul sito se ne rintraccia qualche foto: gruppi di quattro-sei persone davanti al simbolo con la banda tricolore. Nella realtà non si trovano così facilmente. Giorni fa un giornalista della redazione torinese di Repubblica è andato a cercare l’unico dotato di un indirizzo e del nome di un coordinatore. La sede è quella di An, al telefono non risponde nessuno. Neppure Laura Colombo, assistente di Brambilla e suo braccio destro nell’organizzazione, risponde al telefono. Bisogna ricorrere al web, siamo alla politica virtuale. Nel sito del circolo di Varese ci si può già iscrivere al partito, si scarica il modulo on line. Si pagano dieci euro con vaglia intestato alla “Segreteria del Partito della libertà”, viale Belforte 144, ogni un ulteriore contributo volontario è gradito. Valgono anche i fax. Al telefono squilli a vuoto.

Sono dettagli, certo. La realtà delle persone fisiche e delle sedi sono questioni minori. Quel che conta è che con protocollo numero 6203012 di “marchio comunitario” il nuovo partito del centrodestra unito sia già pronto. Ora basta solo informare gli alleati. Matteoli di An, per esempio, convinto ingenuamente che “per fare un partito insieme bisogna essere almeno in due e noi non siamo stati avvisati”.

Convincere gli scettici. Udc, Lega. Domare gli inquieti tra i forzisti. Adornato, per esempio, già prodigio neo forzista molto esibito dal Cavaliere ai tempi della conversione a destra, è dispiaciuto che “una professionista dell’anti-casta” come Brambilla faccia il bello e il cattivo tempo. “Io il marchio l’ho registrato in primavera presso i competenti uffici italiani”, era arrivato prima lui. Ma anche queste sono scaramucce, ora che arriva settembre e tutti tornano a casa dal Billionaire non ci vorrà niente a Berlusconi per convincere tutti che Brambilla è una grande risorsa, che porta a casa i voti degli scontenti e dei demotivati della politica, draga soprattutto fra i para leghisti del Nord Est quei voti che sono mancati alle ultime elezioni. Maranonapoli

La ragazza fa il suo show, impiega le sue energie che sono molte, ha detto Berlusconi a Crosetto ed altri forzisti che sono andati a trovarlo in Sardegna. I segretari e i colonnelli stanno a Roma, fanno un altro mestiere, tranquilli. Poi toccherà a Michela Vittoria, da oggi ufficialmente prima donna della destra nonché madre della creatura. Potrebbero non prenderla bene Bartolini e Santanché, ma si capisce che nemmeno questo è un problema. Lei non è il genere che si scoraggia.

I cafoni la chiamano “trota salmonata” per via del fatto che è rossa di capelli ed esporta pesce. I siti internet ne pubblicano la foto dove si vede una calza autoreggente: ignorano che indossa solo quelle, le ferma con lo smalto quando si smagliano essendo persona pratica. A diciott’anni Miss Romagna, da ragazza testimonial della Omsa, “ero un manichino vivente per la biancheria intima: sono una taglia seconda perfetta”, spiegò a Sabelli Fioretti in era prepolitica, 2004.

A nove anni ha avuto in dono per Natale una leonessa (vera) dal papà imprenditore (trafilati di acciaio) che la mandava in giro con la scorta per paura dei rapimenti. Paure più recenti sue proprie non si rintracciano. Vive a Calolziocorte, Lecco, in una dimora in grado di ospitare 14 cani 24 gatti 7 capre 2 asini 4 cavalli 300 piccioni e 3 galline oltre ad un compagno di nome Eros ed un figlio di due anni. Si è laureata in filosofia, suona il piano. Trova che “la coerenza non sia un valore e che l’opportunismo sia a volte necessario per sopravvivere”. Il partito c’è già: è suo e di Silvio. Fini Casini e Bossi se credono si accomodino. Divano bianco, naturalmente.

Trieste Anch’io ho fatto il mio esperimento: ho provato ad iscrivermi ad uno dei 5000 “circolodellaliberta”. Ho chiamato il “Numero Verde” nazionale: 800.94.94.11. Risposta al primo squillo (o alla prima squillo?). “Signorina, vorrei iscrivermi, può darmi l’indirizzo e il telefono del circolodellaliberta del mio paese?  Spelling del nome del paese, niente circolo. Può darmi quello del circolo più vicino? Nuovo spelling, imbarazzo, guardi non saprei non conosco bene la zona… Cazzo, ma non esistono i database fondati su CAP? In compenso c’è un circolo nella più vicina città capoluogo di provincia (Monza). Niente telefono fisso, solo il cellulare della PRESIDENTE, tale Lucia Motta Confalonieri. Con questo doppio cognome, pesante quasi come Michela Vittoria Brambilla, come Marco Trochetti Provera, come Letizia Arnabolfi Brichetto Moratti, che mestiere avrebbe potuto fare, se non il Presidente del circolodellaliberta di Monza?


I meriti del ministro ultimo in classifica

Agosto 20, 2007

di EUGENIO SCALFARI – Repubblica

LE Borse hanno tirato un respiro di sollievo quando, pochi minuti prima dell’apertura di Wall Street, la Fed con una decisione improvvisa ha annunciato la riduzione di mezzo punto del tasso ufficiale di sconto. In quel momento le piazze europee che avevano già perso il 3 per cento hanno invertito di colpo la tendenza mentre Tokyo aveva già chiuso le contrattazioni con oltre il 5 per cento di perdita.

Applausi a Bernanke, presidente della Federal Reserve, con qualche riflessione aggiuntiva: un intervento così inatteso suonava come conferma che il ciclone della crisi era assai più gravido di tempesta di quanto gli inviti alla calma delle autorità monetarie lasciassero immaginare.

L’appuntamento è dunque per la riapertura dei mercati di domani e dei giorni che seguiranno, ma un punto è chiaro fin d’ora: le autorità monetarie hanno messo in campo tutti i mezzi che avevano a disposizione. Altri non ne hanno. La manovra del tasso di sconto è il classico strumento che si può usare una sola volta; ripeterlo a breve distanza di tempo sarebbe tecnicamente impossibile. Altri strumenti di natura monetaria non esistono salvo quello di non far mancare la liquidità necessaria alle banche. Sicché, da questo momento in poi, la parola passa alla politica economica dei governi e in particolare a quello americano. Deve evitare che flettano i consumi e quindi la domanda globale.

Il sostegno della domanda è a questo punto della situazione il problema comune di tutte le economie europee. Ma con caratteristiche diverse da quella americana. Nel nostro continente infatti la leva per sostenere la domanda e la crescita del reddito consiste principalmente nel rilancio degli investimenti.

È lì dunque che le politiche economiche dei vari Paesi dovranno concentrarsi. Investimenti capaci di accrescere occupazione, quindi nuovi e maggiori redditi, quindi stabile sostegno anche ai consumi. Questo è il principale obiettivo dei Paesi europei e dell’Italia in particolare.

* * *

Il nostro ministro dell’Economia, che aveva da tempo messo in allarme le banche e gli operatori finanziari sui prestiti troppo facili e sui rischi dei contratti “derivati”, ha ben chiara la via da seguire: destinare agli investimenti tutte le risorse disponibili (poche purtroppo) e quelle aggiuntive che si potranno reperire da possibili economie.

Da luglio è entrata in funzione la riduzione di tre punti del cuneo fiscale. Tre punti equivalgono a 45 miliardi di euro di minori imposte sul lavoro. Su questo provvedimento fu concentrata la campagna elettorale del 2006; le risorse necessarie furono allocate nella legge finanziaria del 2007, nell’ambito di quella manovra che è stata messa alla gogna da tutte le categorie e da tutte le corporazioni e che ora rivela i suoi pregi di fondo.

Ci troviamo infatti a disporre di uno strumento già operativo che consente alle imprese italiane di effettuare investimenti aggiuntivi, finanziati da un consistente risparmio fiscale.

L’opposizione ha negato ogni validità alla finanziaria 2007, l’opinione pubblica ha in gran parte aderito a queste critiche, la sinistra radicale, all’interno della maggioranza di governo, ha contestato gli “eccessivi” sgravi in favore delle imprese e il circuito mediatico ha – salvo rare eccezioni – amplificato quest’umore negativo.

Si vede ora quanto fossero ingiuste le critiche. Se la riduzione del cuneo non fosse stata inserita nella tanto sbeffeggiata legge finanziaria e non fosse stata difesa con cocciuta tenacia, noi dovremmo oggi affrontare lo “tsunami” della crisi mondiale senza alcuno strumento di pronto impiego. La popolarità di Padoa-Schioppa ha viaggiato per un anno al livello più basso nei sondaggi di gradimento dei membri del governo, abbinata al disfavore generale riservato al presidente del Consiglio. Poiché questi giudizi sono stati in gran parte formulati o condivisi da persone di buona fede, evidentemente poco o male informate, è auspicabile che siano rettificati come meritano di essere.

* * *

Il bilancio degli investimenti privati dipende tuttavia dalle decisioni degli imprenditori; i provvedimenti di detassazione già operativi potrebbero essere parzialmente o totalmente non utilizzati se dovesse verificarsi un rallentamento dei consumi o se la crisi di fiducia tuttora esistente sui mercati finanziari dovesse trasferirsi all’economia reale.

Per parare l’eventuale verificarsi di quest’ipotesi negativa o per affiancare con ulteriore impulso il rilancio degli investimenti privati è dunque indispensabile una robusta espansione dell’investimento pubblico. Negli anni scorsi questa voce della spesa corrente è stata sistematicamente sacrificata. Ora è venuto il momento di capovolgere la tendenza e adottare la politica opposta privilegiando la spesa per investimenti rispetto a tutte le altre voci.
Purtroppo ci sono limiti non valicabili nel bilancio dello Stato e della pubblica amministrazione, ai quali ancora ieri la Commissione di Bruxelles ci ha richiamato.
Questi limiti derivano innanzitutto dall’altezza del nostro debito pubblico e anche dalla lentezza nella crescita del prodotto interno. Il ministro dell’Economia ha più volte dichiarato che i suddetti limiti debbono essere rispettati e che i saldi previsti nel Documento di programmazione per il 2008 – approvato dal Parlamento – saranno in ogni caso rispettati.
Riteniamo che il ministro dell’Economia non debba esser lasciato solo a difendere quest’impostazione di rigore finanziario; tuttavia egli dispone di un margine discrezionale che si è guadagnato proprio abbassando in misura consistente il rapporto deficit/Pil dal 4 per cento ereditato dal precedente governo al 2,3 all’inizio del 2007.

Padoa-Schioppa ha già fatto presente al Consiglio dei ministri dell’Unione europea e alla Commissione di Bruxelles che gli impegni assunti dall’Italia erano stati rispettati in anticipo dalle congiunte manovre finanziarie del 2006-2007; rispettati più del dovuto e che dunque esisteva per il nostro governo un margine di discrezionalità utilizzabile per il rilancio dell’economia.

A quanto ammonta oggi quel margine? E a quanto ammonta l’avanzo primario del bilancio che il passato governo aveva interamente dissipato? Rivolgo queste due domande al ministro dell’Economia perché le reputo essenziali ai fini del rispetto dei vincoli di fronte all’Europa.

Se il nostro avanzo primario fotografato ad oggi fosse del 3 per cento, significa un ammontare di 45 miliardi di euro. Se il margine di discrezionalità rispetto ai parametri del patto di stabilità si potessero fissare al 2,8 ciò significa un margine di mezzo punto di Pil, sette miliardi e mezzo di euro. Se la crescita delle entrate fiscali…

Insomma: qual è l’ampiezza di manovra a disposizione del ministro dell’Economia, tenendo presente che fino a ieri si discuteva di questi problemi in condizioni di normalità economica internazionale mentre oggi se ne discute in piena crisi di fiducia dei mercati e con la necessità di puntare sulla crescita delle economie reali?

Se le autorità monetarie internazionali non dispongono di altri strumenti al di là di quelli che hanno finora egregiamente usato, occorre che le autorità preposte alla guida dell’economia reale dell’Unione europea si diano carico di quanto è accaduto e di quanto può ancora accadere se la crescita non sarà adeguatamente sostenuta. La Francia di Sarkozy ha già messo le mani avanti in proposito. Non si vede perché l’Italia non dovrebbe fare altrettanto pur restando nell’ambito delle compatibilità sostanziali.

* * *

L’insieme di questi problemi rimbalzerà inevitabilmente sui rapporti tra le forze politiche all’interno della maggioranza. In particolare all’interno del nascituro Partito democratico e – nel governo – tra riformisti e sinistra radicale.

Molte delle polemiche di questa declinante estate sono ormai svuotate di contenuto. In primo luogo quelle sul grande centro, su eventuali governi interinali, sulle alleanze di “nuovo conio”. Immaginare scenari del genere in una situazione ancora all’ombra d’una crisi economica di dimensioni planetarie è assurdo e non proponibile.

Altrettanto fuori tempo appaiono le geremiadi della sinistra radicale sul tema delle pensioni e dell’eventuale voto contrario quando il lodo governo-sindacati arriverà in Parlamento insieme alla nuova legge finanziaria del 2008.

Se il tema di oggi è di realizzare al massimo compatibile la crescita dell’economia reale, l’attenzione delle forze politiche di maggioranza deve unitariamente concentrarsi su quei due aggettivi: crescita massima e crescita compatibile. Per realizzarli occorre mobilitare l’opinione pubblica, i lavoratori, gli imprenditori, i contribuenti. Ho scritto domenica scorsa che non è più tempo di strappi e di tiro alla fune.

Confermo. Non è più tempo di esercizi di patetica visibilità. La partita è molto più impegnativa e richiede a tutti lucidità e compattezza di intenti.


Quando è il passante che morde il cane

Agosto 18, 2007

Questa è la notizia, riportata dai giornali d’oggi:

“VERONA – Ancora una strage sulle strade e ancora una volta sono l’alcol e la droga le cause principali. Due ragazzi di 22 e 25 anni, hanno perso la vita nel veronese dopo che la loro Fiat Punto è stata centrata da una Mercedes classe A guidata da una donna. L’etilometro ha rivelato che aveva nel sangue una quantità d’alcol quattro volte il limite di legge (0,5 grammi per litro). Inoltre è anche stata trovata positiva alla cocaina. Un risultato che ha fatto scattare subito nei suoi confronti la denuncia per omicidio colposo e guida in stato di ebbrezza.

La tragedia è avvenuta la scorsa notte sulla strada regionale 11, a San Bonifacio. Claudio Bignotto, 22 anni, di Soave, e Osama Alsahi, 25 anni, un suo amico siriano che lo aveva raggiunto per qualche giorno in ferie, stavano tornando a casa. Improvvisamente, in senso contrario, è piombata su di loro la Mercedes classe A di una 32enne veronese. La vettura aveva precedentemente tamponato un’altra auto, quindi lo schianto sulla Punto. La dinamica esatta dell’incidente è ancora al vaglio dei carabinieri di San Bonifacio.

In seguito all’urto la Punto con i due ragazzi è finita fuori strada, nel torrente Alpone, quasi in secca. Bignotto è deceduto all’istante, Alsahi poco dopo l’arrivo dei soccorritori. La conducente della Mercedes, è rimasta leggermente ferita.

Questa la notizia, nella sua burocratica descrizione. La cosa “unusual” è che i morti sono un ragazzo italiano, e un siriano, dunque extracomunitario, quindi quasi certamente, secondo la vulgata di certi nostri frequentatori, clandestino, drogato o almeno spacciatore.

La responsabile dell’uccisione, ubriaca e drogata, è invece una brava ragazza nostrana si 32 anni, dotata di Mercedes (sia pure della Mercedes dei “poveri”, la Classe A), e quindi per definizione era una brava ragazza, onesta, lavoratrice, rispettosa delle leggi, e forse persino timorata di Dio. Ora attendiamo con ansia i commenti dei vari sceriffi di cui si stanno riempiendo quelle zone. Quasi certamente lo sceriffo Gentilini ci spiegherà che se il ragazzo siriano se ne fosse rimasto a Damasco, senza venire a rompere i coglioni in Italia, a quest’ora non sarebbe morto, e non avrebbe messo nei guai una brava ragazza di Verona.